
Ci sono giornate che iniziano come tante altre. La sveglia presto quando fuori è ancora buio, la pianificazione, il check dell’elicottero, il briefing dell’equipaggio: tutte quelle abitudini che noi equipaggi di volo conosciamo bene e che, dopo tanti anni, diventano parte di noi.
Poi, però, capita che una missione inizi in modo normale e finisca per diventare qualcosa che ricorderai per molto tempo.
Il 22 agosto 2026 è stato uno di quei giorni. Era ancora presto quando abbiamo iniziato a prepararci per una giornata che sapevamo sarebbe stata lunga e impegnativa.
Due HH-139 dell’85° e 83° e 1 VH139 del 31° Stormo, equipaggi e specialisti, tutti con un compito preciso: accompagnare il Santo Padre Leone XIV e garantire gli spostamenti dello staff durante la sua visita, prima a San Marino, passando per Pennabilli, poi alla Fiera di Rimini e, infine, in Vaticano.
A prima vista, poteva sembrare una missione molto diversa da quelle alle quali noi dell’85° Centro siamo abituati.
Noi siamo quelli del Soccorso Aereo. Siamo abituati a decollare quando qualcuno è in difficoltà, quando una vita è appesa a un filo, quando il tempo non è più soltanto un elemento della pianificazione, ma diventa una variabile contro cui combattere.
Questa volta il contesto era completamente diverso.
Eppure, fin dai primi momenti, ho avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di
profondamente comune con chi era con noi.
Abbiamo avuto l’opportunità di cooperare con gli equipaggi del 31° Stormo che, istituzionalmente, svolge il trasporto delle più alte cariche dello Stato.
Per noi dell’85°, nonostante cominciamo ad avere una certa dimestichezza con i trasporti per la Presidenza del Consiglio, si trattava comunque di un’esperienza diversa.
Ed è stata proprio questa diversità a rendere ancora più bella la collaborazione.
Non c’è voluto molto per capire che, quando si lavora insieme con professionalità, le diverse esperienze diventano una forza.
E, personalmente, c’è un altro aspetto che porterò con particolare piacere con me da questa missione: aver avuto l’opportunità di volare insieme ai colleghi dell’83° Gruppo, i nostri “Lord”, e agli equipaggi del 31° Stormo.
Con i ragazzi dell’83° ci siamo ritrovati a condividere pianificazioni, i briefing, le attese e quei momenti di concentrazione che precedono ogni decollo. Con i colleghi del 31° abbiamo invece avuto la possibilità di confrontarci con una realtà che svolge quotidianamente un’attività diversa dalla nostra, ma con la stessa attenzione, professionalità e passione per il volo.
È stato bello vedere come, pur provenendo da esperienze e realtà operative differenti, bastino pochi minuti insieme per ritrovare quel linguaggio comune che noi naviganti conosciamo bene. Quello fatto di gesti, sguardi, poche parole e tanta fiducia reciproca.
E alla fine della giornata, più ancora della missione portata a termine, mi è rimasta la soddisfazione di averla condivisa con colleghi con i quali è stato un vero piacere volare.
Ognuno porta il proprio bagaglio, le proprie abitudini, il proprio modo di affrontare le situazioni. Poi, una volta chiuso il portellone e avviati i motori, rimane una cosa sola: la squadra.
E quella squadra, quel giorno, ha funzionato.
La giornata è stata lunga. Molto lunga.
Pianificazione, briefing, decollo, trasferimento, atterraggio, ripartenza. Attese, coordinamento, comunicazioni, procedure da adattare continuamente alle esigenze della missione ed eventuali contingenze. E poi di nuovo in volo con ritmi a volte pressanti.
Per certi versi sembrava di essere tornati alle missioni Combat SAR di qualche anno fa, con tanto di pacchetto di elicotteri e precise indicazioni su dove, come, quando e in quale sequenza atterrare.
Solo che quel giorno non c’era un recupero da effettuare.
C’era da garantire che tutto il personale trasportato fosse pronto, nei tempi e nei luoghi stabiliti, pochi istanti prima dell’arrivo del Santo Padre.
Dalle prime ore del mattino fino a tarda sera, senza mai perdere quella concentrazione che una missione di questo tipo richiede.
Ma ciò che ricordo maggiormente non sono le ore trascorse in volo.
Ricordo i volti.
Ricordo la concentrazione degli equipaggi prima di ogni partenza. Ricordo quei pochi istanti in cui, intorno all’elicottero, tutti sanno esattamente cosa devono fare.
Ricordo la sensazione di guardare il mio elicottero prima di salire a bordo e pensare, ancora una volta, che tutta quella tecnologia, tutta quella preparazione e tutta quella professionalità servono, alla fine, a una cosa molto semplice: fare bene il proprio lavoro.
E poi è arrivato il momento di incontrare il Santo Padre.
Stringergli la mano è durato pochi secondi.
Ma ci sono secondi che pesano più di ore intere.
In quel momento ho percepito, forse più che durante tutto il resto della giornata, la particolarità della missione alla quale stavamo partecipando. Non soltanto per la persona che avevamo davanti, ma per ciò che rappresentava e per la consapevolezza di aver contribuito, insieme a tanti altri colleghi, a rendere possibile quella giornata.
È stata un’emozione sincera, difficile da spiegare con le parole.
Forse perché noi piloti siamo abituati a parlare poco delle emozioni. Siamo abituati a parlare di procedure, di pianificazione, di condizioni meteorologiche, di prestazioni e di sicurezza.
Le emozioni, spesso, le lasciamo a terra.
Ma quella volta è stato difficile farlo.
Alla fine della giornata, quando finalmente abbiamo spento i motori, la stanchezza si faceva sentire. Eppure, guardando gli altri equipaggi, ho provato una sensazione di soddisfazione difficile da descrivere.
Eravamo partiti come due equipaggi di un reparto del Soccorso Aereo, chiamati a svolgere una missione particolare.
Siamo tornati con la consapevolezza di aver fatto parte di una squadra più grande.
Ed è forse questo il ricordo più bello che porterò con me.
Perché, al di là dell’elicottero che abbiamo pilotato, dei luoghi che abbiamo raggiunto e delle persone che abbiamo trasportato, quella giornata mi ha ricordato ancora una volta perché facciamo questo mestiere.
Non soltanto per volare.
Non soltanto per le missioni difficili.
Ma perché, quando arriva il momento, qualcuno deve esserci.
E noi c’eravamo.
Il 22 agosto 2026, per qualche ora, i Leoni con i Lord del 15° Stormo hanno volato al fianco di chi aveva il compito di accompagnare il Santo Padre.
E forse è proprio questo che rende una missione davvero speciale: non ciò che si racconta nei documenti o nei rapporti, ma ciò che rimane dentro a chi l’ha vissuta.
Perché, alla fine, per un equipaggio di volo non c’è soddisfazione più grande che tornare a casa, stanco ma con la consapevolezza di aver fatto semplicemente, e fino in fondo, la propria parte… come gli equipaggi del 15° Stormo sanno sempre fare…
Mammajut






