A 2000 metri ……ma che fatica!

di Marco Mascari

“E poi arrivano quei momenti in cui capisci e tutto ti è più chiaro! È successo stanotte durante l’ennesimo soccorso, forse il più complesso della mia carriera. Sul monte Terminillo in un ghiacciaio a 2000 mt.. Il Destino sembrava remarci contro e in quel momento ho capito gli anni di fatica e addestramento che mi hanno portato a quell’appuntamento infame… ho compreso tutte quelle volte che simulavo la rottura del verricello e addestravo gli equipaggi a valutare soluzioni alternative prima di abbandonare la missione. La scorsa notte è stata una battaglia contro le avversità tecniche e climatiche. Da una parte Io e il mio equipaggio… dall’altra avversità mai conosciute o simulate. E al centro una “vita da salvare”, quella di un giovane alpinista di appena 25 anni caduto per oltre 70 mt. Una notte lunga e faticosa… che ci ha messo alla prova fino allo stremo delle forze e della resistenza fisica e mentale. Ad ora purtroppo non so se ce la farai Filippo… Ma Noi ce l’abbiamo messa tutta per darti la possibilità di vivere… Anzi stanotte abbiamo fatto cose che non pensavamo possibili… Quindi caro giovane ragazzo… Se ti abbiamo preso da quella parete strappandoti con tutta la forza da morte certa per congelamento… Altro non puoi fare che vivere!! Quantomeno per ringraziare tutte le persone coinvolte nel tuo salvataggio… a partire dagli Operatori del CNSAS che con la loro intuizione hanno capito dove potevi essere, fino al Dottore e al nostro equipaggio che ti hanno imbarellato e issato a bordo con il verricello rotto!! ❤️

Sono appena passate le 22 quando a cena con amici ricevo la chiamata della sala operativa: la “vita da salvare” è quella di un giovane alpinista romano di 25 anni disperso da questo pomeriggio sul Monte Terminillo. Penso ad una missione di ricerca in montagna dove se il disperso non viene individuato in tempo, difficilmente si salva con le temperature del momento. Le ricerche da parte del Corpo Nazionale Soccorso alpino e speleologico del Lazio (Cnsas) si sono attivate qualche ora prima della chiamata. Infatti i  genitori del giovane, senza notizie dal mattino di giovedì 7 dicembre e preoccupati per il suo mancato rientro, danno l’allarme al 112 ed immediatamente partono le ricerche con l’attivazione di diverse squadre di terra, tra cui una del CNSAS Lazio e una del soccorso alpino della Guardia di Finanza.  Durante la notte vengono altresì  acquisite ulteriori informazioni, molto importanti anzi cruciali sulla posizione dell’alpinista, grazie anche a testimoni che  lo hanno avvistato nel corso della giornata ed alla triangolazione del segnale del telefono di Filippo che circoscrive le ricerche in un ghiacciaio. Le operazioni di ricerca sono state rese ancora più efficaci con l’arrivo de nostro elicottero del Soccorso Aereo dell’Aeronautica Militare, un HH 139B dell’85° Centro SAR del 15° Stormo proveniente dall’aeroporto di Pratica di Mare.  

L’elicottero, in supporto alle squadre a terra, ha consentito l’individuazione delle tracce del disperso permettendo ai tecnici di circoscrivere ancora di più le ricerche ed avere per quanto possibile il punto più illuminato possibile dai fari dell’elicottero. Tracce comunque già battute seguendo anche la localizzazione di massima tramite cella telefonica. L’alpinista viene ritrovato in fondo a un canale ghiacciato in località Valle degli Angeli poco dopo la mezzanotte, è in pessime condizioni sanitarie. E’ caduto per circa 70 metri, oltre agli evidenti traumi è in uno ovvio stato di ipotermia grave.

Le prime difficoltà subentrano nel provare ad effettuare il rilascio del Dottore, il punto a circa 2000 mt è  difficoltoso da raggiungere, ci sono correnti di caduta che arrivano dalla parete e che tolgono potenza all’elicottero, già in grave carenza  a causa dell’aria rarefatta a quelle quote ed al peso dello stesso elicottero. Avvicinandosi alla parete piccoli pezzetti di ghiaccio si staccano a causa del flusso rotore e creano quello che in gergo si chiama “effetto WHITE OUT”, cioè la visione bianca fuori che non permette di vedere i riferimenti orientativi a terra, rischiando di mandare in disorientamento l’equipaggio che opera con i visori notturni (NVG). Per recuperare un margine di potenza adeguato e rilasciare il medico l’equipaggio decide di andare a scaricare sulla piazzola del Terminillo uno dei 2 Tecnici presi a bordo per le ricerche al fine di ridurre il peso. Tornati sul punto, ormai presa la giusta confidenza con la posizione e le condizioni di bassa visibilità, si procede al rilascio del Dottore che deciderà se il recupero del ferito potrà essere effettuato in braga oppure tramite la barella. Dopo pochi minuti il Doc valutate le condizioni del paziente decide di procedere con la barella, così viene calato tramite il verricello l’Aerosoccorritore con la barella al seguito. L’intervento del medico del Cnsas, verricellato sul ferito per prestare i primi soccorsi, è stato davvero provvidenziale!!

Mentre Ars, medico e soccorritori provvedono a “sistemare” in barella l’infortunato ed essendo stata data la comunicazione che ci vogliono almeno 20/30 min per spostare la barella in un punto più idoneo  al recupero, decidiamo di  dirigerci verso l’aeroporto di  Rieti per rifornimento carburante presso il Gruppo Elicotteri Carabinieri che ringrazio per il supporto fornito tutta la notte. Il giovane nel frattempo viene immobilizzato, riscaldato e imbragato per essere trasferito in elicottero all’ospedale di Rieti. Dopo il decollo arriviamo sul nuovo punto per il recupero, ormai le condizioni estreme sono state affrontate e abbiamo la giusta “confidenza” per poter pensare che il peggio sia passato, bisogna solo recuperare la barella e portarla velocemente in ospedale dove ci stanno già aspettando. Ma il destino ha in serbo per noi altre prove da superare. Una volta in Hovering dopo aver passato cavo guida  e verricello all’Aerosoccorritore, assicurato il gancio verricello alla barella, pronti al recupero, accade l’ennesimo imprevistosi accende la  spia “Cable Fault” che segnala il blocco del verricello e l’impossibilità quindi di poter recuperare il cavo e la barella. Come se ciò non bastasse l’equipaggio non riesce a comunicare con l’ARS tramite la radio “Policom” in dotazione. L’ARS e i soccorritori sono sdraiati sulla barella per non farla scivolare a causa della pronunciata pendenza e la neve ghiacciata. Sono posizionati a faccia in giù per proteggersi dai piccoli pezzetti di ghiaccio che si staccano dalla parete a causa del flusso e che creano tra l’altro sempre quel pericoloso effetto “white out”. Così ci ritroviamo “ancorati” alla barella tramite cavo, senza possibilità di muoverci per non strapparla via e senza la possibilità di comunicare con le squadre a terra. A quel punto l’equipaggio decide di abbassarsi un po’ di quota per provare a far capire “cosa sta accadendo” ai soccorritori a terra.

Con l’elicottero in hovering a  circa 15/20 ft, l’ARS comprende che qualcosa non va e si gira verso l’operatore di bordo che riesce a segnalargli a gesti il problema al verricello. Lo sconforto si fa più pronunciato, il tempo sembra dilatarsi, la stanchezza fisica e mentale si fa sentire….il destino ci è contro … e l’unica domanda che viene in mente in quel momento è…. perchè?

Ed è proprio lì che mi è tornata alla mente una frase di mia madre… “Ricorda che Dio manda il freddo dove ci sono le coperte”. Quella coperta per risolvere la situazione siamo noi…. ed abbiamo una vita da salvare.

Valutata orografia, pendenza, ostacoli, distanza del rotore dalla parete della montagna, decido di abbassarmi ulteriormente e di provare a poggiare il ruotino anteriore sulla parete per cercare di stabilizzare il più possibile l’elicottero scosso dai venti di caduta, ridurre per quanto possibile l’effetto “white out” ed avvicinare il portellone il più possibile alla parete in modo da consentire all’operatore al verricello di issare la barella a bordo, supportato per quanto possibile dal personale a terra. Una manovra effettuata  in addestramento utilizzando però una delle due ruote principali per effettuare eventuali avioimbarchi o aviosbarchi in zone non atterrabili. L’impossibilità di usarla ora è dovuta al fatto che la distanza tra carrello principale e parete non è sufficiente a garantire le operazioni in sicurezza, mentre avendo l’HH139 il muso particolarmente pronunciato si può, poggiando il carrello anteriore, avere un buon margine di distanza dalla parete. Incuranti delle schegge di ghiaccio, del flusso, la vicinanza di un elicottero in hovering, con sforzo fisico quasi disumano dell’operatore di bordo, dall’ARS, del dottore e dei tecnici del CNSAS a terra, aiutati forse anche dalla disperazione e dall’adrenalina di quei momenti concitati… la barella viene letteralmente issata a bordo. A quel punto i piloti riportano l’elicottero in posizione “comoda”. Il cavo del verricello viene  recuperato a bordo e si procede verso l’ospedale di Rieti, dove il giovane alpinista viene  affidato alle cure dei sanitari.

 

Con il poco carburante residuo, l’elicottero si dirige di nuovo in zona per recuperare  tramite avioimbarco l’ARS, che nel frattempo si è spostato in una area più idonea a circa 100 mt più in basso rispetto al punto del recupero. Dopo una prima ricognizione sulla nuova area di recupero ci rendiamo conto che purtroppo è ancora più nascosta nella gola anche se su un terreno meno inclinato. Viene effettuato un primo tentativo ma compresa la nuova difficoltà l’equipaggio decide di procedere con un altro  rifornimento per essere tranquilli nell’avere margine di manovra e tempo sufficiente di ricognire e valutare. Tornati sulla zona, dopo un paio di tentativi, l’equipaggio a circa 6700 ft, riesce a raggiungere l’Aerosoccorritore e, subendo sempre  l’effetto “white out”, procede all’avioimbarco. A quel punto il carburante è sufficiente per dirigere direttamente a Pratica di Mare… dove all’atterraggio è stato comune il sentimento di un abbraccio per suggellare un soccorso che non dimenticheremo facilmente.

Ora la stessa determinazione spetta a Filippo per poter vivere.”

NdR Sono un ex pilota del “soccorso aereo” ed ho prestato servizio per tanti e tanti anni presso il 15° Stormo, allora in servizio sull’aeroporto di Ciampino. Non ho mai dovuto effettuare un recupero in montagna e di notte, ma ho acquisito negli anni – anche come semplice osservatore esterno – quel bagaglio di esperienze che oggi mi portano a dire che quella notte …..non si è trattato di un intervento come altri.

E’ stato difficile raccontarlo; sarà stato ancora più difficile “farlo”.

 

Tutti i complimenti ed il nostro affettuoso ringraziamento al T.Col. Marco MASCARI, capo equipaggio, al Magg. Gianluca PAPA, co-pilota, al 1°Lgt Alessandro EGIZI, operatore di bordo e al 1° Lgt Francesco RUSSO, aerosoccorritore.

Mammajut

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8 risposte a “A 2000 metri ……ma che fatica!”

  1. Forza Filippo e un immenso abbraccio di coraggio a te e alla tua famiglia!
    Ai Soccorritori, temerari quanto consapevoli e competenti, non basteranno mai i “grazie” sinceri e profondi per quanto fanno ogni giorno.

  2. Conosco Filippo, il suo percorso di vita, i suoi cari. Ora lotta per sopravvivere, medici e preghiere lo sostengono.
    Ma è grazie all’intervento di questi “Angeli” coraggiosi e determinati che operando nel buio della notte hanno consegnato Filippo alle speranze dei suoi genitori.
    Grazie ragazzi, i veri Eroi oggi siete voi! La comunità umana vi è debitrice.

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