“Restavano soltanto poche ore. Quattro, dissero i medici.”
Quando la speranza arriva col frastuono di un elicottero
È il 5 febbraio 2017 e l’orologio dell’ospedale di Terni scandisce secondi preziosissimi. Ludovica, diciotto anni, giace in sala operatoria mentre i medici lottano contro il tempo. Non le restano che quattro ore. Una emorragia in corso, un adenoma di nove centimetri di diametro: la malattia che si era manifestata a sedici anni, con una prima resezione epatica, stava per portarla via. L’incubo si legge negli occhi di sua madre Barbara, che stringe la mano della figlia come se potesse fermare con la forza dell’amore il ticchettio implacabile dell’orologio.
Poi lo squillo del telefono che tutte le famiglie in sala d’attesa implorano: “C’è un donatore. L’intervento va eseguito subito“. Ma la speranza appena accesa si spegne subito dopo. L’organo si trova ad Ancona, a duecento chilometri di distanza, e quella notte il cielo ha deciso di mostrare tutta la sua forza plumbea. Le nuvole sono compatte a tutte le quote, il vento soffia a venticinque-trenta nodi (46-55Km/h), forti mareggiate si abbattono sulle coste marchigiane. L’elicottero del 118 non riesce ad intervenire. Pensare di fare il trasferimento con staffetta di ambulanze è altrettanto impensabile: la strada è impraticabile: nelle aree appenniniche le carreggiate sono innevate e quindi i tempi di percorrenza lunghissimi.
Questa notte non serve un miracolo. Ne servono almeno due!
Così, il personale sanitario si rivolge al Prefetto di Terni e questi prende una decisione coraggiosa e all’apparenza disperata: contattare la Sala Situazioni dell’Aeronautica Militare, che sa essere la sola speranza per Ludovica.
L’ordine di decollo arriva all’equipaggio in prontezza operativa del 85° Centro SAR (Search And Rescue – Ricerca e Soccorso) del 15° Stormo, stanziato sull’Aeroporto Militare di Pratica di Mare (RM), e un elicottero HH-139 in pochi minuti decolla in direzione di Terni.
Il tempo, però, è davvero inclemente e più volte l’equipaggio deve effettuare deviazioni, cercando spiragli tra le nuvole. Se gettassero la spugna nessuno potrebbe biasimarli: non si vede nulla, il buio e la neve formano un muro impenetrabile. L’equipaggio, con un primo miracolo, riesce a raggiungere l’aviosuperficie di Maratta (TR). Ludovica viene caricata a bordo con una equipe medica e sua madre Barbara, la corsa contro il tempo ha inizio. Non essendo possibile attraversare l’Appennino in sicurezza, la sola soluzione è andare a Ciampino, dove un velivolo del 31° Stormo è in allerta e pronto a trasferire velocemente Ludovica all’aeroporto di Falconara, a soli venti minuti da Ancona.
Ora c’è da fare il percorso inverso e affrontare nuovamente quel buio della notte, reso ancora più nero dalle nubi compatte, dalle nevicate, dagli scrosci di pioggia. La Signora Barbara sente le loro voci in cuffia, l’equipaggio le aveva dato una cuffia per tenerla collegata, potergli parlare in caso di bisogno, e lei li ascolta tentare e ritentare con coraggio e determinazione. Finché non intravedono uno spiraglio di luce provenire dal terreno e riescono a sfondare nuovamente quel muro bianco.
Per loro, Ludovica è una perfetta sconosciuta. Eppure stanno mettendo in gioco tutta la loro esperienza e preparazione professionale, consapevoli che il rischio di non vedere un ostacolo è altissimo ma che possono gestirlo sfruttando tutte le risorse dell’elicottero e del loro affiatamento.
Non avevano promesso niente, ma hanno trasmesso ottimismo: “Ce la faremo“, ripetevano sempre. Per una giovane ragazza in coma farmacologico e una madre disperata, quelle voci erano il filo d’oro che le legava alla speranza.
Con il secondo miracolo, Ludovica arriva a Ciampino ed è trasportata immediatamente a Falconara dal 31° Stormo, e da lì ad Ancona dove viene sottoposta all’intervento chirurgico.
Dopo la convalescenza e la riabilitazione, Ludovica è gradualmente tornata alla vita di sempre. Oggi fa sport, lavora, studia. A due anni da quella notte, ha voluto cercare gli angeli che le hanno salvato la vita per poterli ringraziare e abbracciare di persona.
Così, a Palazzo Aeronautica, sede dello Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, ha potuto incontrare Francesco, l’Aerosoccorritore che insieme al resto dell’equipaggio quella notte, a bordo del HH-139 dell’85° Centro SAR, aveva sfidato il maltempo e la sorte volando praticamente al buio. “Ho due bambini piccoli anche io” spiega il Francesco. “È facile associare il loro volto alle persone che soccorriamo. Forse è questo che ci spinge a fare l’impossibile.” Riabbracciare Ludovica lo ha riportato al significato profondo del suo lavoro: donare una speranza a una persona, avere il privilegio di salvare vite.
Oggi, Barbara, la mamma di Ludovica, racconta che quando sente il rumore di un elicottero che passa nel cielo, alza istintivamente gli occhi. Per lei è diventato un gesto naturale, una sorta di preghiera laica. “So chi ci sta dentro“, dice. “E ogni volta il mio pensiero è ‘Grazie, siete parte della mia vita‘.”
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Questo racconto è anche un bellissimo video che vi consiglio di guardare e che è stato pubblicato da Antonio Crispino sul suo canale YouTube (http://www.youtube.com/@antoniocrispino).
Il video è raggiungibile cliccando sul link in basso. ↓
https://youtu.be/0Dnn6uUdQiA
Antonio Crispino è giornalista che ha firmato inchieste e reportage per Corriere della Sera, Mediaset, Rai e Messaggero e che si occupa di temi che vanno dalla criminalità ai diritti, dalle opere incompiute al lavoro passando per la tutela dell’ambiente.