Soccorso un arrampicatore a San Vito Lo Capo

Salvataggio in elicottero in collaborazione con il Servizio Regionale Sicilia del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico

Lo scorso 24 ottobre, un elicottero HH-139B dell’82° Centro SAR (Search and Rescue – Ricerca e Soccorso) dell’Aeronautica Militare, di base sull’aeroporto militare di Trapani, è intervenuto per soccorrere un uomo nella zona di Macari, a sud di San Vito Lo Capo (TP). L’intervento è stato portato a termine insieme a un team del Servizio Regionale Sicilia del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.
La missione è stata ordinata e coordinata dal Comando Operazioni Aerospaziali di Poggio Renatico (Ferrara) del Comando della Squadra Aerea di Milano, che ha disposto il decollo dell’elicottero su richiesta del Soccorso Alpino.
L’equipaggio è decollato alle 15 e si è diretto a Castellammare del Golfo (TP) dove ha prelevato il team di 2 specialisti del Soccorso Alpino.
Successivamente ha raggiunto la posizione del traumatizzato, un trentanovenne di nazionalità francese con frattura agli arti inferiori e impossibilitato a muoversi, alla base della parete rocciosa a nord di Macari.
Dall’elicottero si sono calati con il verricello i due tecnici e l’Aerosoccorritore dell’equipaggio dell’Aeronautica Militare, i quali hanno dapprima verificato le condizioni del paziente e poi hanno proceduto al suo recupero tramite il triangolo di evacuazione.

Successivamente, l’equipaggio ha fatto prua in direzione dell’Ospedale San Antonio Abate di Trapani, dove il paziente è stato affidato alle cure del personale medico specializzato.
L’elicottero ha poi fatto nuovamente tappa a Castellammare del Golfo per sbarcare il personale del Soccorso Alpino ed è rientrato presso la base aerea di Trapani alle 17, riprendendo la regolare prontezza SAR nazionale, e completando tutte le operazioni in due ore di volo.

L’OB si prepara a calare con il verricello il team del CNSAS
L’OB cala col verricello l’operatore CNSAS
Il pilota ai comandi
La discesa col verricello ripresa dalla videocamera di bordo
OB, Ars e operatore CNSAS osservano dal portellone il punto di sbarco
La foto ritrae le operazioni di sbarco della barella con l'infortunato da parte del team del CNSAS. Si vede anche il Secondo Pilota che indossa la patch dell'80° Centro SAR di Decimomannu (CA), a riprova dell'interscambio tra i Gruppi/Centri SAR del 15° Stormo.
Lo sbarco del traumatizzato all’ospedale di TP
Il ferito viene preso in carico dal personale sanitario

L’82° Centro SAR di Trapani dipende dal 15° Stormo di Cervia che garantisce, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, la ricerca ed il soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà, concorrendo inoltre ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di pazienti in imminente pericolo di vita ed il soccorso di traumatizzati gravi, operando anche in condizioni meteorologiche complesse.

Dalla sua costituzione ad oggi, gli equipaggi del 15° Stormo hanno salvato migliaia di persone in pericolo di vita. Dal 2018 il Reparto ha inoltre acquisito la capacità AIB (Antincendio Boschivo) contribuendo alla prevenzione e alla lotta agli incendi su tutto il territorio nazionale nell’ambito del dispositivo interforze messo in campo dalla Difesa.

Dal 15° Stormo di Cervia, oltre all’82° Centro SAR di Trapani, dipendono, dislocati su tutto il territorio nazionale, anche l’80° Centro SAR di Decimomannu (Cagliari), l’83° Gruppo Volo SAR, sito su Cervia, l’84° Centro SAR di Gioia del Colle (Bari) e l’85° Centro SAR di Pratica di Mare (Roma).

[Fonte: Pubblica Informazione 82° Centro SAR – 15° Stormo dell’Aeronautica Militare]

Recupero di una donna con trauma cranico per l’82°

Intervento congiunto dell’Aeronautica Militare e del Soccorso Alpino e Speleologico Siciliano sulla rocca di Cefalù

Il 13 ottobre 2025, un elicottero HH-139B dell’82° Centro SAR (Search and Rescue – Ricerca e Soccorso) dell’Aeronautica Militare, di base sull’aeroporto militare di Trapani, è intervenuto per recuperare una donna con trauma cranico sulla rocca di Cefalù (PA), insieme a un team del Soccorso Alpino e Speleologico.
La missione è stata coordinata dal Comando Operazioni Aerospaziali di Poggio Renatico (Ferrara), che ha disposto il decollo dell’elicottero su richiesta del Soccorso Alpino.
L’equipaggio è decollato alle 14 e si è diretto all’aeroporto di Palermo Boccadifalco, dove ha prelevato un team di 2 specialisti del Soccorso Alpino.
Successivamente ha raggiunto la posizione della traumatizzata, una turista tedesca, sulla rocca nell’entroterra del paese di Cefalù.
Dall’elicottero si sono calati con il verricello i due tecnici e l’Aerosoccorritore dell’equipaggio dell’Aeronautica Militare, che hanno dapprima verificato le condizioni generali della paziente e poi hanno proceduto con il recupero tramite il triangolo di evacuazione.
Terminato il recupero a bordo della traumatizzata e del personale di soccorso, l’equipaggio ha fatto nuovamente rotta per Cefalù, dove la paziente è stata sbarcata sulla piazzola elicotteri cittadina, unico punto utile dove i mezzi di soccorso del 118 su terra potessero arrivare per darle assistenza.

Con la traumatizzata passata alle cure del personale sanitario, l’HH-139B ha fatto riportato il personale del CNSAS a Boccadifalco ed è rientrato presso la base aerea di Trapani alle 15:50, riprendendo la regolare prontezza SAR nazionale, completando tutte le operazioni in meno di due ore di volo.

OB e un soccorritore CNSAS durante il volo di trasferimento sull’area di intervento
L’OB e il soccorritore osservano l’area dal portellone
Il verricello ripreso della videocamera di bordo
Il soccorritore CNSAS e la donna infortunata stanno per essere portati a bordo
La rocca di Cefalù si staglia sull’azzurro del mare
Il pilota ai comandi durante l’intervento
L’HH-139B atterrato sulla piazzola elicotteri di Cefalù

L’82° Centro SAR di Trapani dipende dal 15° Stormo di Cervia che garantisce, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, la ricerca ed il soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà, concorrendo inoltre ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di pazienti in imminente pericolo di vita ed il soccorso di traumatizzati gravi, operando anche in condizioni meteorologiche complesse.

Dalla sua costituzione ad oggi, gli equipaggi del 15° Stormo hanno salvato migliaia di persone in pericolo di vita. Dal 2018 il Reparto ha inoltre acquisito la capacità AIB (Antincendio Boschivo) contribuendo alla prevenzione e alla lotta agli incendi su tutto il territorio nazionale nell’ambito del dispositivo interforze messo in campo dalla Difesa.

Dal 15° Stormo di Cervia, oltre all’82° Centro SAR di Trapani, dipendono, dislocati su tutto il territorio nazionale, anche l’80° Centro SAR di Decimomannu (Cagliari), l’83° Gruppo Volo SAR, sito su Cervia, l’84° Centro SAR di Gioia del Colle (Bari) e l’85° Centro SAR di Pratica di Mare (Roma).

[Fonte: Pubblica Informazione 82° Centro SAR – 15° Stormo dell’Aeronautica Militare]

Elicottero dell’Aeronautica Militare soccorre turista olandese nel palermitano

Nel tardo pomeriggio del 10 settembre scorso, un elicottero HH-139B dell’82° Centro SAR (Search and Rescue – Ricerca e Soccorso) dell’Aeronautica Militare, di base sull’aeroporto militare di Trapani, è intervenuto – insieme a un team del Soccorso Alpino e Speleologico – per recuperare un uomo colto da un principio di infarto e in difficoltà respiratorie mentre faceva un trekking sulle alture vicino a Chiusa Sclafani (PA).
La missione è stata coordinata dal Comando Operazioni Aerospaziali di Poggio Renatico (Ferrara), che ha disposto il decollo dell’elicottero su richiesta del Soccorso Alpino, allertato dall’escursionista stesso che ha contattato il numero unico di emergenza 112.
L’equipaggio è decollato alle 17:45 per dirigersi verso l’aeroporto di Palermo Boccadifalco, dove ha prelevato il team di 2 specialisti del Soccorso Alpino.
Successivamente ha raggiunto la posizione del traumatizzato, un uomo di 72 anni di nazionalità olandese insieme alla compagna.
Dopo veloci considerazioni su come effettuare il recupero, dall’elicottero si sono calati grazie all’uso del verricello i due tecnici e l’Aerosoccorritore dell’equipaggio dell’Aeronautica Militare, che hanno dapprima sincerato le condizioni stabili dell’uomo e poi hanno proceduto con il recupero della coppia rimasta isolata in zona impervia.

Reimbarcati Aerosoccorritore e tecnici del Soccorso Alpino, l’elicottero ha fatto rotta verso l’ospedale Civico di Palermo dove ad aspettare il paziente c’era il personale del 118 che lo ha preso in carico e ha provveduto al trasporto dentro l’ospedale, confermando successivamente la diagnosi di infarto.
L’equipaggio ha successivamente rilasciato il personale del CNSAS a Boccadifalco ed è rientrato presso la base aerea di Trapani, riprendendo la regolare prontezza SAR nazionale, completando tutte le operazioni in poco più di due ore di volo.

Il rilascio con verricello del personale CNSAS
Le fasi di stabilizzazione dell’uomo colpito da malore
Un momento del recupero con verricello

L’82° Centro SAR di Trapani dipende dal 15° Stormo di Cervia che garantisce, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, la ricerca ed il soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà, concorrendo inoltre ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di pazienti in imminente pericolo di vita ed il soccorso di traumatizzati gravi, operando anche in condizioni meteorologiche complesse.

Dalla sua costituzione ad oggi, gli equipaggi del 15° Stormo hanno salvato migliaia di persone in pericolo di vita. Dal 2018 il Reparto ha inoltre acquisito la capacità AIB (Antincendio Boschivo) contribuendo alla prevenzione e alla lotta agli incendi su tutto il territorio nazionale nell’ambito del dispositivo interforze messo in campo dalla Difesa.

Dal 15° Stormo di Cervia, oltre all’82° Centro SAR di Trapani, dipendono, dislocati su tutto il territorio nazionale, anche l’80° Centro SAR di Decimomannu (Cagliari), l’83° Gruppo Volo SAR, sito su Cervia, l’84° Centro SAR di Gioia del Colle (Bari) e l’85° Centro SAR di Pratica di Mare (Roma).

[Fonte: Pubblica Informazione 82° Centro SAR – 15° Stormo dell’Aeronautica Militare]

Addestramento congiunto 82° Centro SAR-CNSAS Sicilia e Carabinieri

Gli equipaggi dell’82° C.S.A.R. si sono esercitati in attività di recupero col verricello in zone impervie, aumentando la prontezza operativa in scenari complessi.

Lo scorso 20 ottobre 2025, gli equipaggi dell’82° Centro S.A.R. (Search and Rescue) di Trapani, hanno preso parte ad una importante esercitazione congiunta con il C.N.S.A.S. (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) Sicilia e un’unità cinofila dell’Arma dei Carabinieri. L’obiettivo comune è stato l’addestramento e il perfezionamento delle tecniche di recupero in ambiente montano e impervio.

L’equipaggio dell’82° Centro S.A.R. – composto da Capo Equipaggio (CE), Secondo Pilota (2P), Operatore di Bordo (OB) e Aerosoccorritore (ARS) – ha operato in sinergia con 15 tecnici del Soccorso Alpino e l’unità cinofila dei Carabinieri. L’attività primaria è stata l’effettuazione di operazioni di addestramento e, per coloro che si approcciavano per la prima volta, formazione incentrate sul recupero di persone tramite l’uso del verricello in zone di difficile accesso.

Dopo i briefing preparatori tenutisi nella base aerea di Trapani Birgi, sede dell’82° Centro S.A.R., sono state effettuate quattro sortite, per un totale di sei ore di volo, con un degli elicotteri HH-139B in dotazione al Reparto.

L’area designata per l’esercitazione è stata la falesia situata tra Macari e San Vito Lo Capo (Trapani). Qui sono state simulate operazioni complesse, tra cui il recupero di feriti mediante l’utilizzo della barella verricellabile, oltre all’imbarco, sbarco e impiego delle unità cinofile.

Tali operazioni, comuni tra i vari Centri S.A.R. del 15° Stormo, mirano ad aumentare la velocità di intervento e l’efficacia del personale coinvolto in caso di soccorsi particolarmente difficili in aree montane impervie. L’esercitazione è stata completata con sessioni di volo notturno durante i quali sono stati effettuati recuperi con verricello e l’utilizzo di visori NVG (Night Vision Goggles).

Un operatore cinofilo ed il suo cane a bordo del HH139
Un momento dei recuperi con verricello di notte

L’82° Centro SAR è uno dei Reparti del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare che garantisce, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, senza soluzione di continuità, la ricerca e il soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà, concorrendo, inoltre, ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di ammalati in pericolo di vita e il soccorso di traumatizzati gravi, operando anche in condizioni meteorologiche severe. Dalla sua costituzione ad oggi, gli equipaggi del 15° Stormo hanno salvato più di 7500 persone in pericolo di vita. Dal 2018 il Reparto ha acquisito la capacità AIB (Antincendio Boschivo) contribuendo alla prevenzione e la lotta agli incendi boschivi per la Regione Siciliana.

[Fonte: Pubblica Informazione 82° Centro SAR-15° Stormo dell’Aeronautica Militare]

Premio Dona Maiora dell’UNUCI all’82° Centro SAR

CONFERITO ALL’82° CENTRO SAR DEL 15° STORMO IL PREMIO “DONA MAIORA” DALLA SEZIONE UNUCI DI AGRIGENTO

Un altro prestigioso riconoscimento è stato tributato dalla sezione UNUCI (Unione Nazionale Ufficiali in Congedo d’Italia) di Agrigento, lo scorso giovedì 20 Novembre, all’82° Centro SAR (Search And Rescue) dell’Aeronautica Militare, di stanza sulla base aerea di Trapani.

Il premio “Dona Maiora” è stato consegnato dal Presidente UNUCI di Agrigento Carmelo Fenech al Comandante dell’82° Centro SAR, Tenente Colonnello Nicolò Nicolosi che lo custodirà come ricompensa per tutto il Reparto.

La cerimonia si è svolta in presenza di numerose autorità civili e militari presso l’auditorium dell’Istituto Scolastico “Nicolò Gallo” di Agrigento.
Il premio, istituito nel 2022 e giunto alla sua quarta edizione, è un riconoscimento per il personale appartenente alle Forze Armate e Corpi Armati dello Stato che, nel corso dell’anno, si sono distinti per aver compiuto atti di particolare valore e coraggio nello svolgimento delle proprie attività. Consistente in una medaglia d’argento, il riconoscimento è stato chiamato “Dona Maiora” ispirandosi alle ricompense militari che nell’Antica Roma venivano assegnate ai soldati più valorosi.
Per l’edizione di quest’anno, la sezione UNUCI di Agrigento ha scelto di conferire all’82° Centro S.A.R. il premio “Dona Maiora”- Targa Premio Speciale ad Operatori, Istituzioni o Reparti che si sono messi in luce con particolari operazioni nel corso del 2025, perché il Reparto si è distinto per dedizione, impegno e spirito di abnegazione negli innumerevoli interventi espletati in favore della popolazione civile e del territorio.

[Estratto video della premiazione – Fonte UNUCI Sez. Agrigento]

L’82° Centro SAR di Trapani dipende dal 15° Stormo di Cervia che garantisce, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, la ricerca ed il soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà, concorrendo inoltre ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di pazienti in imminente pericolo di vita ed il soccorso di traumatizzati gravi, operando anche in condizioni meteorologiche complesse.

Dalla sua costituzione ad oggi, gli equipaggi del 15° Stormo hanno salvato migliaia di persone in pericolo di vita. Dal 2018 il Reparto ha inoltre acquisito la capacità AIB (Antincendio Boschivo) contribuendo alla prevenzione e alla lotta agli incendi su tutto il territorio nazionale nell’ambito del dispositivo interforze messo in campo dalla Difesa.

Dal 15° Stormo di Cervia oltre all’82° Centro SAR di Trapani, dipendono dislocati su tutto il territorio nazionale anche l’80° Centro SAR di Decimomannu (Cagliari), l’83° Gruppo SAR sito su Cervia (Ravenna), l’84° Centro SAR di Gioia del Colle (Bari) e l’85° Centro SAR di Pratica di Mare (Roma).

HH-139 nella livrea Special Color

Intervento Antincendio Boschivo
Intervento Antincendio Boschivo – Scarico della benna

Fonte: Pubblica Informazione e Comunicazione – 82° Centro SAR del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare.

Abbiamo un esecutivo, devi venire in campo. (del Magg. A. D’Angelo)

Domenica 5 ottobre ore 18:48, sono reperibile per allarme SAR nazionale quando squilla il telefono e leggo
“Sala Operativa 85°”, rispondo immediatamente e…“Abbiamo un esecutivo, devi venire in campo”.
Mi vesto, do un bacio ai bambini e spiego velocemente a mia moglie che sto partendo per andare a recuperare qualcuno che ha bisogno di noi. Lei è chiaramente preoccupata ma la rassicuro dicendole che andrò in volo con un istruttore esperto, chiudo la porta e salgo in macchina.

Mentre guido ripeto a me stesso “Dai che questa è la volta giusta, mi hanno chiamato altre tre volte e non sono mai partito per un soccorso reale”.
Arrivo in aeroporto e vado subito in sala operativa, raccolgo le informazioni necessarie per pianificare e, mentre allestiscono l’elicottero con l’attrezzatura necessaria per il soccorso, noi dell’equipaggio facciamo un briefing dettagliato su cosa ci aspettiamo e come ci comporteremo durante il soccorso.
Ultimi coordinamenti con il Desk Rescue Coordination Centre e con il personale presente sul posto del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS) e finalmente si sale sull’elicottero.

Mettiamo in moto, indossiamo i visori notturni e alle 20:29 la RILA decolla direzione Rifugio Ciro Manzini, 2.522 metri di altitudine, alle pendici settentrionali del Monte Amaro per recuperare 4 persone impossibilitate a muoversi e a rischio di ipotermia.
Quando ci troviamo in prossimità del massiccio della Maiella, vediamo delle nuvole che potrebbero ostacolare il soccorso, ma superata la cima del Monte Amaro la situazione sembra leggermente migliore.
Avvistiamo finalmente il rifugio e il capo equipaggio effettua delle ricognizioni per capire come sono i venti di caduta che potrebbero destabilizzare l’elicottero durante la fase di avvicinamento al target. Vediamo,
inoltre, che ci sono delle nuvole basse che ci lasciano poco margine di quota per operare e le performances dell’elicottero non ci permettono di recuperare in un’unica volta i 4 ragazzi da soccorrere ed il personale del CNSAS.

IL Capo Equipaggio durante la ricognizione
Il rifugio di Monte Amaro

“Ci siamo” dice il capo equipaggio, “il prossimo avvicinamento sarà per un atterraggio”. Abbiamo studiato la zona e preso tutti i riferimenti necessari, il terreno è innevato ma non sappiamo quanto sia soffice la neve sulla quale poggeremo le ruote.

Le persone soccorse a bordo del HH-139 dell’85° Centro

Atterriamo e l’aerosoccorritore scende per recuperare i 4 ragazzi, che salgono con difficoltà e cautela a bordo, si legano e decolliamo direzione ospedale SS. Annunziata di Chieti dove finalmente li consegniamo al personale del 118 per effettuare i dovuti controlli medici.

Lo sbarco delle persone soccorse all’ospedale – 1 –
Lo sbarco delle persone soccorse all’ospedale – 2-

Stacchiamo ancora le ruote da terra per tornare una seconda volta sul Monte Amaro per prendere i 3 soccorritori del CNSAS, ma questa volta dobbiamo andare all’aeroporto di Pescara perché il carburante non è sufficiente per rientrare a Pratica di Mare.

Mentre riforniamo l’elicottero, facciamo un briefing con i ragazzi del CNSAS su dove dovremo lasciarli per poter tornare a casa e così, riavviamo i motori e decolliamo da Pescara. Lasciamo, dunque, il personale del CNSAS e si torna a Pratica di Mare, dove la RILA atterra alle 23:54, de-briefing della missione, ultime pratiche post-volo e torno a casa.

L’avvicinamento per il recupero della squadra CNSAS

Sono le 01:00 di notte, entro in camera dei bambini e vedo che dormono, mi metto a letto vicino a mia moglie che ha una mano sul mio cuscino. Chiudo gli occhi, non realizzando ancora se è tutto vero quello che ho vissuto o è stato solo un sogno.

“Aquiletta” del Soccorso Aereo – Tradizionalmente si riceve dopo il primo intervento operativo di soccorso

[Nota dell’Editore]

Desidero ringraziare di cuore il Magg. D’Angelo per aver raccontato il suo primo intervento operativo reale, condividendo i suoi pensieri e le sue emozioni dal punto di vista intimo, in relazione alla propria famiglia. Quelli che ha avuto e sperimentato sono pensieri ed emozioni che hanno vissuto generazioni di uomini e donne del Soccorso Aereo e che – posso garantire – sono il corollario immancabile di questa professione, di questo “privilegio di salvare vite”.

Grazie ancora per avermele fatte rivivere e Mammajut!

Occhi di bragia e Santa Lucia (di Giorgio Russo)

L’insegnante di MTU era precisissimo. Almeno tanto quant’era preparato. Ci mostrò ogni virgola e vite dell’HH3F. Le sue interrogazioni erano memorabili. Eravamo giunti al punto di sapere praticamente tutto della macchina che di lì a poco avremmo pilotato, persino il valore dei filtri distribuiti nell’impianto idraulico: cinque micron. Era riuscito a inculcarci l’idea di un capolavoro tecnologico che, a tratti, sembrava sfiorare la delicatezza dei meccanismi di precisione.

Al termine del corso, questa convinzione ci accompagnò nelle nostre nuove destinazioni. Iniziai il tour della mia Base scortato da uno straordinario Sottufficiale, Specialista di qualifica (definizione dell’epoca), ma soprattutto speciale di carattere. Tanto da essere considerato urbi et orbi il nume tutelare dell’84° e anche dell’intero Stormo: l’indimenticabile Dante Stifanelli.

Quando varcai la soglia dell’hangar di manutenzione, i lavori fervevano. Man mano che mi avvicinavo, un rumore particolare diventava sempre più nitido. Un HH troneggiava sulla destra, con tanti tecnici attorno ai suoi pannelli aperti. Quasi abbracciato a uno di essi, uno Specialista risaltava rispetto agli altri. Barba lunga, riccia, occhi di bragia e vocione dalla forte inflessione locale: un personaggio a prima vista. Il rumore si arrestò. Lui mi diede il benvenuto, scambiammo qualche parola e poi riprese a lavorare.

Istantaneamente, lo strano rumore risuonò daccapo. Guardai più attentamente. Restai di sale. Quell’uomo stava impugnando uno strumento impensabile. Perché, dinanzi ai miei occhi ancora imbevuti di cifre e micro regolazioni, un pesante martello di legno sembrava calare sugli steli idraulici a guisa di mannaia. “Ma come? I cinque micron? Che fine hanno fatto?”, mi chiesi incredulo. Ero finito nell’antro di Efesto? No, affatto. Oppure sì, se si considera la bravura del dio greco. Infatti, bastò pochissimo per capire la grande abilità manutentiva di quegli uomini.

Qualche anno dopo iniziarono i miei trasferimenti. Ma rientrai di nuovo a Brindisi, questa volta da Comandante, prima di spostarmi ulteriormente in altre mete lontane.

Da allora ho rivisto Occhi di bragia solo due anni fa. In pochi minuti abbiamo riassunto storie di anni. Compreso il suo inatteso “Lei è stato l’unico a…”. Non si riferiva a un episodio direttamente legato al volo. Ma richiamava una pagina di vita tra uomini che hanno incrociato i loro percorsi sino a stringersi in un abbraccio, con l’identico aroma di sigaro all’anice emanato dalla sua barba, capace di trasportarmi in un attimo al nostro primo incontro. E al ricordo del mio insegnante.

Pochi giorni dopo, il Raduno a Vigna di Valle per celebrare l’esposizione dell’HH 3F nel Museo AM fece vorticare ancor più i pensieri, mentre mi sfilavano dinanzi i volti di una vita. D’altronde, da buon alato rotante, ho continuamente sostenuto che bisogna avere sempre qualcosa che ruoti in testa. Ovviamente facendo il gesto del rotore con l’indice della mano.

Tornato a casa, feci spazio in libreria per riporvi l’ultimo volume Nec In Somno Quies (NISQ), ritirato al raduno. Nascosta tra le varie copertine sullo scaffale, una cartellina blu scivolò a terra con i suoi fogli. Sorprendenti. Perché all’improvviso riapparivano pagine dimenticate lì da anni, che narravano un’avventura di tanto tempo prima. Il protagonista? Ebbene sì, proprio lui, il mio famoso insegnante di MTU, che in realtà era innanzitutto uno tra i più esperti e qualificati Piloti Istruttori.

Quindi, per un’imprevedibile e casuale serie di avvenimenti, nell’arco di una manciata di giorni mi trovai a rivivere fatti e situazioni che coprivano l’inizio e la fine della mia attività di pilota H24 in seno al Quindicesimo, tutti marcati da un comune denominatore: lo stesso Ufficiale.

Come chiamare simili eventi? Coincidenze? E come mai quel racconto tornò alla luce nell’esatto momento in cui stavo sistemando un libro che, manco a farlo apposta, raccoglieva vicende di volo?

Ho subito pensato che quel lontano avvenimento sarebbe immediatamente entrato in un volume NISQ. Era stata un’esperienza fortissima e aveva messo alla prova tutte le capacità del Capo Equipaggio. Il quale avrebbe sicuramente descritto anche tanti altri momenti se l’Amor che tutto move non l’avesse chiamato lì, in alto, nel Paradiso dei Piloti.

Allora, perché ne parlo io adesso? Tutto scaturisce dal rapporto di grande amicizia e stima professionale con questa persona, nato per l’appunto sui banchi dell’MTU e continuato sino all’ancor oggi incredibile atto finale.

Fu quindi assolutamente naturale incontrarci nei giorni immediatamente successivi all’episodio, per ragionare sull’accaduto.

Io avevo lasciato da poco lo Stormo per lo Stato Maggiore, destinato alla Sacrestia (nickname allora del 1° Reparto) e il mio ex insegnante (da ancor meno tempo) aveva lasciato il Comando del Centro Addestramento Equipaggi (CAE).

Era una storia troppo interessante. Decidemmo di assegnarci due ruoli. A lui andò, logicamente, la parte del protagonista. Io assunsi, invece, quella dell’intervistatore, per raccogliere le sue sensazioni e riversarle in un articolo, a sua firma, che non ho mai saputo se sia effettivamente apparso o meno sulla Rivista Sicurezza del Volo. Come non conosco, peraltro, neppure i risultati dell’Inchiesta.

Ma qual è, dunque, il nome di questa straordinaria figura? Eccolo, finalmente. È quello di un altro indimenticabile personaggio: Gino Fischione.

Con lui mossi i primi passi sull’HH-3F. La passione per il volo era l’elemento che ci accomunava e lui riusciva a trasmettere la sua con enorme entusiasmo. Non con le semplici parole, ma con la ricerca tendente alla perfezione della manovra, attraverso la corretta regolazione dei parametri, frutto di attenti studi, e l’armonico sviluppo delle traiettorie in rapporto allo spazio.

Abbiamo volato tante volte insieme sull’H3, ma anche su altre macchine e in Stormi diversi. Finanche all’aeroclub. In ogni missione siamo andati alla ricerca della soglia più avanzata possibile per la specifica attività. Grande pianificazione iniziale e poi in volo. In campo e fuori campo. Sull’impegnativa vetta del Gran Sasso (un suo must) o al largo sul mare. A bassissima quota o in strumentale. Con i visori notturni o nell’applicazione delle tattiche evasive. Nello studio delle manovre di presentazione per gli Air Show o nell’atterraggio in aree ristrette, dove bisognava incunearsi tra le montagne con traiettorie serpeggianti per intercettare l’unico sentiero idoneo a centrare spazi poco più larghi del rotore. Sino alle tante (oggi impensabili) simulazioni di emergenze combinate, in ogni condizione, con un dosaggio attentissimo dei comandi e le lancette degli strumenti che rasentavano i limiti.

Una concentrazione totale che imponeva il ricorso a tutte le proprie capacità, per sentirsi in piena sintonia con il mezzo. Ma sempre nel massimo rispetto della sicurezza e con la convinzione, quando tornavi a terra, di aver provato e imparato ogni volta qualcosa in più, per essere pronto a operare al meglio nelle situazioni reali. Avevamo stabilito quel feeling così raro che, quando accade, ti dà il senso di una vera ricchezza.

Era una tale sintonia di pensieri che, nell’ascoltare la descrizione della sua emergenza, piena di congetture, percezioni ed emozioni a ogni parola, mi sembrò di rivivere quell’avventura assieme a lui nel cockpit.

Dal nostro incontro scaturì la storia illustrata poche righe più sotto. E con essa la risposta alla precedente domanda del perché sia io a parlarne ora.

Il motivo è il desiderio di rendere omaggio a una Figura di rilievo attraverso uno scritto che, accanto alla mia, avrà anche la firma di Gino (con la speranza che me lo conceda da lassù), per tutto ciò che ha vissuto, dimostrando di saper gestire un’evenienza altamente critica, grazie al suo instancabile desiderio di entrare in contatto con la macchina e sentirla propria in ogni condizione. Anche la più problematica. Anche quando un secondo sembra durare un secolo.

Quest’enorme dilatazione del tempo emerge dal racconto riportato di seguito, dove Gino parla in prima persona.

«Ero davvero felice di andare in volo. Avevo lasciato il comando del CAE da pochi giorni e i preparativi per il cambio mi avevano tenuto più lontano del solito dal mio impegno quotidiano: volare, per l’appunto. Per questo motivo, ero completamente preso dalla pianificazione.

Chino sulla carta di navigazione, assaporavo appieno la sottile eccitazione che prelude a ogni decollo. Volevo immergermi nel blu. E poi, avevo un motivo in più per essere allegro: i miei passeggeri.

Avrei mostrato il “mio” HH3F a una squadra del Centro Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), gli alpinisti aerosoccorritori che usavano in prevalenza l’AB212 e nemmeno immaginavano le capacità di questo magnifico vettore. Con tali pensieri in testa, staccai finalmente le ruote da terra per una missione di rinnovo carta strumentale.

A bordo eravamo in tredici: io, istruttore, con trent’anni e più di Aeronautica, innamorato perso del volo; il giovane allievo, determinato a fare una bella missione e con qualche perlina di sudore tra una radiale e l’altra; l’equipaggio, sornione in postazione; dietro, gli amici alpinisti, curiosi indagatori del nuovo elicottero.

L’aria, fuori, era calma e tersa, senza la minima turbolenza. Qualche migliaio di piedi più sotto si stendeva la placida immensità del mare.

Trasparenze rosa e azzurre all’esterno, clima cordiale e amichevole in cabina: cosa ti aspetti in una situazione del genere? Di livellare tra 500 piedi, proseguire verso Ponza e…certamente non di sentirsi in una frazione di secondo come cubetti di ghiaccio nello shaker!

La quiete idilliaca era sparita di botto. Ciò che vedevo all’esterno era inspiegabile. Non avevo più una sola traccia del disco rotore a segnare la mia posizione rispetto all’orizzonte, ma ben due. Circa mezzo metro più sotto rispetto alla normale linea, infatti, se n’era formata una seconda. Ragion per cui, a ogni giro delle pale (avete idea di quanti giri al secondo compia il rotore di un elicottero?), tutte le persone a bordo, me compreso, erano forsennatamente sbattute prima in aria, poi in basso e in ogni direzione. Sembravamo palline da ping-pong in un match serratissimo.

Le mani stringevano i comandi, la mente andava a mille. Cercavo soluzioni, ma non capivo nulla. Le indicazioni che avevo non erano contemplate in nessuna procedura. Non sapevo cosa fare. Quell’emergenza non era prevista. Non poteva esistere.

L’unico dato di fatto era che l’elicottero sembrava ingovernabile. Aiuti? Zero assoluto. Tranne la voce del mio istinto. Volevo tentare qualcosa di simile a un’autorotazione, ma era impossibile abbassare completamente la leva del collettivo. Intuivo, però, che l’unica alternativa praticabile doveva per forza limitarsi a una lieve pressione verso il basso.

Intanto continuavamo a essere shakerati ma, nonostante la vigile attenzione (la parola paura non suona bene), la mente era lucida. Perciò riuscii a realizzare che quella manovra consentiva di stabilizzare almeno in parte le vibrazioni. Erano sempre violente, per usare un eufemismo, ma l’elicottero dava segni di risposta ai miei input.

Decisi di iniziare la discesa, sperando che fosse controllabile e non mi costringesse a seguire la legge del caddi come corpo morto cade di dantesca memoria. Flutter, risonanza, distacco del rotore: i miei pensieri erano ipotesi molto, molto probabili in quel frangente.

Fu un momento decisamente particolare che mi si è fissato in testa, soprattutto perché sentii crearsi a bordo un’unica coscienza. Non eravamo più i singoli membri di un equipaggio, ma una sola mente che tentava di trovare spiegazioni, comportamenti, soluzioni. Non c’era spazio per l’artiglio della paura. Pensavamo unicamente a cosa fosse accaduto e a come risolvere il problema. All’unisono.

Nonostante gli sforzi, però, il nostro CRM non produceva nulla di concreto. Avevamo chiuso il piano di volo IFR e ci trovavamo in un’interminabile discesa a vista verso la costa, una riga a poche miglia dai nostri occhi, ma a un’infinità dai nostri cuori.

Sballottati ovunque, eravamo in contatto con un PD 808 che aveva raccolto il nostro segnale d’emergenza e ci seguiva a distanza ravvicinata, imitato più tardi anche da un SF 260 che si aggiunse ai testimoni della nostra piccola (?) odissea.

Erano trascorsi otto lunghissimi, spasmodici minuti. La terra era lì, a sole due miglia, ma ogni tentativo di raggiungerla era vano. La rabbiosa reazione dell’elicottero amplificava incontrollabilmente i sobbalzi.

Non c’era più nulla da fare. Ero costretto ad ammarare. La prospettiva non mi piaceva affatto, ma la calma piatta del mare in qualche modo mi rassicurava. E quindi giù, muso a cabrare, velocità in diminuzione e, infine, ballando, ballando ancora un minuto, il tanto atteso contatto con l’acqua.

I grandi spruzzi del deciso splash ci annunciarono che eravamo finalmente in salvo.

La speranza era stata tanta, ma ci convincemmo di aver fatto bene a sperare solo quando riuscimmo a spegnere i motori e ad arrestare il rotore. Ora, fermi in mezzo al mare, potevamo assistere allo spettacolo di una pala che penzolava decisamente inclinata sulla nostra testa, trasposizione reale di una spada di Damocle ormai neutralizzata.

Il tempo di arrampicarsi sulla fusoliera e l’arcano sparì. Una pala del rotore era fuoriuscita dalla sede. Si era sboccolata. Un brutto termine che racchiudeva effetti ancor più brutti. Ma nel frattempo, i Nostri erano partiti ed erano già arrivati in zona.

Così, seduti in cabina, a mollo nel Tirreno, avemmo modo di vivere un’altra emozione. La stessa che prova una persona in pericolo quando sente sopra di sé il possente e inconfondibile rombo dell’HH3F.

In quel momento, ormai, per noi non c’era altro che qualche abbondante litro d’acqua di mare a bordo. Ma vedere l’H3 che recuperava la squadra del CNSAS nel rosseggiare del tramonto, fu uno spettacolo avvincente. E dire che la giornata non era stata certo avara di emozioni.

Sani e salvi, i nostri amici s’involarono verso la Base. Ma non l’equipaggio. Nessuno si sentì di abbandonare l’elicottero e i propri compagni. Neppure quando la vedetta della Capitaneria di Porto, giunta nel frattempo, iniziò a trainare il mezzo in panne sino al porto di Anzio.

Tutti insieme controllavamo con il GPS che la velocità non superasse i prescritti tre nodi. In realtà, inseguivamo i nostri pensieri a una velocità di gran lunga maggiore.

Infine, anche la nostra navigazione marittima terminò e, dopo lunghissime ore, riuscimmo a rimettere piede sulla terraferma.

Che bella sensazione sarebbe stata se non avessi sentito un discreto tremore attanagliarmi prima lo stomaco, poi il braccio, i muscoli e, infine, il corpo intero. “Adesso mi prenderà anche alla gola e non riuscirò neanche a parlare. Che figuraccia!”, pensavo.

Ma non accadde, né con il Comandante della Capitaneria, né con il cameriere del ristorante dove arginammo i morsi della fame (ma erano realmente della fame?). Non avvenne nemmeno quando vidi sulla porta mia moglie e mia figlia che, con il loro abbraccio, conclusero quell’incredibile avventura e placarono ogni tremore.

In mente mi tornavano soltanto le parole di un vecchio, caro Maresciallo pilota: “E anche questa volta abbiamo riportato lo scheletro a casa”.

Erano le 2:30 della notte. Il giorno prima era stato il 13 dicembre, Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia. Ma c’è sempre un’eccezione che conferma la regola, non è vero?».

               Giorgio F. Russo e Gino Fischione       

(P.S.)

Nonostante avessi messo su carta queste parole già un paio d’anni addietro, non le avevo ancora inoltrate all’Associazione Gente del 15°. Perché? Mistero per me stesso. Ma ora il galoppante incedere del tempo ha fatto scoccare una data particolare. Dieci anni da quell’ultimo volo sulla Terra di Gino Fischione: il suo decollo verso l’Empireo, il cielo più alto. Accanto a lui un altro amico, Paolo Caruso. Una Santa Messa in loro suffragio è stata celebrata il 20 ottobre 2025, nel Pantheon di Roma.

Mentre pensavo a cosa scrivere, ho distolto lo sguardo dalla tastiera. Sembrava che il piccolo casco-fermacarte dinanzi a me fosse diverso dal solito. Me lo diede proprio Paolo. Ora, invece, mi trovo a rivolgere le mie preghiere all’Altissimo per lui. Le stesse che innalzo all’Onnipotente per Gino. Ma stavolta penso che sia davvero giunto il momento di accompagnarle anche con questo suo ricordo a quattro mani, per noi uniti in fratellanza dal rombo del rotore.

Ad memoriam

Foto 1: da sinistra, Giorgio Russo, Gino Fischione e Leonardo (Leo) Lella, pilota civile, giornalista e appassionato di Aeronautica, soprattutto del 15°. Con Leo ho stretto i rapporti all’indomani dell’incidente di Gino. Lo ricordavamo sempre. Ma, da pochi giorni, pure Leo ha improvvisamente raggiunto Gino. Anche per lui levo in Alto le mie preghiere.
Foto 2: Palazzo Aeronautica – Disegno murale di Marcello Dudovich

In ricordo di Paolo e Gino (di Francesco Sgrenci)

Lunedì pomeriggio, 20 Ottobre, nella cappella all’interno del Pantheon a Roma, si è tenuta una messa in suffragio in coincidenza del decennale della scomparsa degli amici Gino Fischione e Paolo Caruso, che persero la vita in un tragico incidente aereo in località Campomorto, fra i Comuni di Lanuvio ed Aprilia, al confine delle province di Roma Latina, mentre effettuavano un volo di prova di un elicottero ultraleggero R22 di una società di Aprilia.

Ad organizzare la funzione è stata la nipote di Paolo Caruso, che oltre ad essere stato un pilota dell’Aeronautica, era una “Guardia d’Onore” al Pantheon.
Non potevano mancare gli Amici, che in rappresentanza di tutta la Gente del Quindicesimo, li hanno voluti ricordare. Alla fine della messa è stata letta e ne ho avuto l’onore, la preghiera dell’Aviatore.
Il Mammajut, per rispetto del luogo in cui ci trovavamo non è stato possibile “urlarlo”, ma in cuor nostro e a bassa voce glielo abbiamo dedicato: “Mammajut Gino… Mammajut Paolo…”
La cappela del Pantheon
Un momento della funzione religiosa
Lo stendardo delle Guardie d’Onore
La lettura della preghiera dell’Aviatore

Salvare Vite sacrificando la propria

COMMEMORAZIONE DEI CADUTI DI SACCOLONGO

Lo scorso lunedì a Creola di Saccolongo (PD) è stato reso omaggio alle vittime dell’incidente aereo del 20 ottobre 1977 che ha causato la morte di cinque militari del 15° Stormo che erano a bordo di un elicottero Augusta Bell 204B. 
Sono passati 48 anni dall’evento e desidero ricordare al lettore cosa successe.
L’AB-204 ebbe una emergenza grave che non permetteva di proseguire il volo: era necessario un atterraggio d’emergenza immediato. Ma la sorte non fu benevola e sulla traiettoria di discesa c’era una scuola materna e la canonica. L’equipaggio, con perizia e profondo senso del dovere, valutato l’imminente pericolo che sarebbe da lì occorso, riuscì – con l’energia residua – ad evitare abilmente il campanile della chiesa parrocchiale e la scuola, impattando rovinosamente al suolo in un campo coltivato.
Il Tenente Pilota Michele Grande, il Maresciallo Benito Stasi, il Sergente Francesco Santoruvo, il Sergente Sommozzatore Salvatore Pinto (del 3° Distaccamento SAR di Grottaglie) e il Maresciallo Infermiere Alfredo Miccoli (della Scuola Centrale Istruttori Volo – SCIV) persero la loro vita ma salvarono quella delle persone, dei bambini, che ignari stavano vivendo la loro.
La funzione religiosa è stata officiata da Don Emilio Moro, alla presenza del Sindaco di Saccolongo Signor Steve Garbin, del Presidente dell’Associazione Arma Aeronautica, Sezione di Padova, il Colonnello Aldo Palmitesta, del Comandante l’84 Centro SAR, Tenente Colonnello Ivano Sorrentino, di personale militare, di rappresentanze delle Associazioni combattentistiche e d’Arma, e autorità civili del luogo.
La cerimonia, sempre sentita e intensa, si è conclusa con il ricordo dei nostri colleghi Caduti che con l’estremo sacrificio impedirono il coinvolgimento di civili innocenti.
A loro il rinnovo di eterni cieli blu e il nostro Mammajut!
La messa di suffragio
Il memoriale all’ingresso

La lapide al cimitero

Lo schieramento del personale
Gli onori militari dopo la deposizione della corona d’alloro

La rappresentanza del 15° Stormo