Gli Aerosoccorritori del 15° Stormo protagonisti alla Squalo 2026

Anche quest’anno l’Aeronautica Militare ha preso parte all’esercitazione Search and Rescue (SAR) Squalo 2026

Lo scorso 24 settembre si è conclusa l’esercitazione  Squalo 2026, quest’anno organizzata dal 13° Maritime Rescue Sub Centre (MRSC) della Guardia Costiera di Cagliari, alla quale hanno preso parte personale e mezzi del 15° Stormo dell’A.M.

L’attività esercitativa rientra nell’ambito della cooperazione internazionale prevista dall’accordo SAR-MED-OCC (Search And Rescue – Mediterraneo Occidentale) tra Italia, Francia e Spagna. L’obiettivo di quest’anno è stata la  verifica sul campo della capacità della catena SAR di gestire un’emergenza in mare con un elevato numero di persone coinvolte.

Per far ciò, la direzione dell’esercitazione ha predisposto uno scenario nel quale ha ipotizzato l’ammaraggio di un Airbus, in volo da Tunisi ad Alghero con 55 persone a bordo. Dopo la comunicazione del Mayday e la successiva perdita dei contatti radio, è stato attivato il dispositivo di soccorso coordinato dal MRSC di Cagliari, con l’attivazione dell’intera catena SAR, impegnando assetti navali, aerei e subacquei per la ricerca dell’aeromobile, l’individuazione e il recupero dei superstiti, la localizzazione delle scatole nere e il recupero dei corpi, fino alla gestione sanitaria a terra e alla risposta allo sversamento di carburante.

L’evento ha visto un corposo dispiegamento di uomini e mezzi della Capitaneria di Porto di Cagliari, dell’Aeronautica Militare, della Guardia di Finanza, dell’Arma dei Carabinieri, dei Ministero dell’Interno – Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, della Polizia di Stato, di Areus 118, della Protezione Civile, della Croce Rossa Italiana, dell’Autorità di Sistema Portuale, di ENAC – Ente Nazionale per l’Aviazione Civile ed ENAV, oltre a componenti internazionali e osservatori stranieri. Presso il Porto di Cagliari è stato allestito il centro di coordinamento, sotto la direzione della Prefettura.

Il 15° Stormo ha partecipato, per la prima volta, con un duplice assetto operativo: un elicottero HH-139 dell’80° Centro SAR di Decimomannu per l’attività di ricerca, soccorso e recupero dei superstiti, e dieci Aerosoccorritori, provenienti dai vari Centri SAR, per la ricerca e il recupero delle scatole nere e dei naufraghi. Per la prima volta Il Team di Aerosoccorritori – Operatori Subacquei del 15° Stormo è stato inserito nella Task Force Subacquea del Nucleo Sommozzatori della Capitaneria di Porto di Cagliari. Cinque nuclei subacquei, composti da Guardia Costiera, Aeronautica Militare, Carabinieri, Guardia di Finanza e Vigili del Fuoco, hanno lavorato fianco a fianco in una complessa attività di ricerca e recupero nella zona dell’ammaraggio. L’attività ha permesso al personale Aerosoccorritore del 15° Stormo di testare sul campo le procedure previste per il rischieramento tempestivo nella zona critica, valorizzando l’impiego sinergico degli Operatori Subacquei dei Centri SAR e l’utilizzo di sofisticati sistemi di ricerca e recupero subacqueo.

Gli ARS (come li chiamiamo noi) hanno dato l’ennesima riprova della loro eccellente e completa preparazione professionale. Sono uomini e donne fondamentali e straordinari.

Mammajut!

Fonte e foto: Ministero della Difesa – Aeronautica Militare – Stato Maggiore dell’Aeronautica – Reparto Comunicazione e Affari Generali – Ufficio Pubblica Informazione

Fuori dal recinto – di Giovanni Zema

 

Ci sono cose che si comprendono davvero soltanto quando ci si allontana abbastanza da poterle guardare per intero.

Per me è successo lasciando l’Aeronautica Militare.

Il 15° Stormo è stato il mio primo e unico reparto operativo. Non ho termini di paragone interni, non ho attraversato altri Stormi né conosciuto dall’interno, se non marginalmente, altre comunità professionali o altre culture operative della Forza Armata. Sono cresciuto lì, mi sono innamorato della sua missione, dei suoi aeromobili e soprattutto delle sue persone; ho portato con fierezza lo spirito dei miei anziani e costruito una parte importante di ciò che sono sull’esempio di uomini e professionisti che, pur operando spesso lontano dai riflettori, non si sono mai considerati figli di un dio minore né secondi a nessuno.

Eppure credo che in molti di noi abbia sempre abitato un sentimento strano, una sorta di inadeguatezza di fondo, non necessariamente dichiarata e forse nemmeno pienamente consapevole, ma abbastanza presente da accompagnare intere generazioni.

Il confronto, quasi inevitabilmente, finiva per diventare quello tra “noi” e “loro”: noi gli “elicotterari”, loro i “jettaroli”. Noi quelli del Soccorso, della bassa quota, delle notti trascorse ad aspettare una chiamata, del verricello, delle montagne, del mare, delle piazzole improbabili e di missioni che raramente finiscono sui manifesti; loro, almeno nel nostro immaginario, la punta di diamante della Forza Armata, i reparti da combattimento, gli aeroplani veloci, le macchine più visibili e celebrate, spesso percepite come meglio equipaggiate, meglio supportate e più vicine al centro naturale dell’attenzione.

È un confronto un po’ da stadio e, come tutti i confronti di quel tipo, racconta soltanto una parte della realtà. Il problema è che le percezioni, quando durano abbastanza a lungo, finiscono per produrre conseguenze reali e, nel nostro caso, non sempre ci hanno spinto a reagire nella maniera migliore.

Talvolta hanno generato orgoglio e voglia di dimostrare il nostro valore; altre volte, invece, hanno favorito una cultura del basso profilo intesa non più come sobrietà professionale, ma quasi come strategia di sopravvivenza: non esporsi troppo, non dire troppo, non fare troppo rumore e, nel peggiore dei casi, rinunciare perfino a ESSERE.

Abbiamo certamente sbagliato, come sbagliano tutte le organizzazioni e tutte le comunità professionali. Abbiamo commesso errori, preso decisioni discutibili, perso occasioni e siamo stati giudicati, talvolta giustamente e talvolta — questa è almeno la sensazione che molti di noi hanno condiviso — attraverso pregiudizi difficili da scalfire. Stabilire oggi quanto di quel giudizio fosse conseguenza delle nostre responsabilità e quanto invece derivasse da una percezione già consolidata è probabilmente impossibile, ma forse non è neppure la domanda più importante.

Perché c’è una responsabilità che appartiene soltanto a noi: non trasformare mai il giudizio degli altri nel limite che imponiamo a noi stessi.

Ed è proprio lì, credo, che qualche volta abbiamo perso qualcosa. Non nelle capacità, nella professionalità o nella passione, che raramente sono mancate, ma nella percezione del nostro stesso valore.

Oggi guardo tutto questo da una posizione diversa.

Dopo aver lasciato la Forza Armata ho iniziato un’altra esperienza professionale. Ho lavorato nel mondo dell’elisoccorso civile e oggi mi occupo di istruzione e addestramento in un contesto industriale e aeronautico differente. Ho avuto modo di osservare altre organizzazioni, altri equipaggi, altri piloti e altri istruttori, confrontandomi con modi diversi di intendere la preparazione, la leadership, la responsabilità e il rapporto con il rischio.

In altre parole, sono uscito dal recinto.

E fuori ho visto.

Consentitemi questa espressione un po’ cinematografica, perché poche altre rendono altrettanto bene ciò che voglio dire. È stato soltanto guardando il nostro mondo dall’esterno che ho cominciato a comprendere quanto patrimonio avessimo avuto tra le mani e quanto, vivendoci immersi ogni giorno, fossimo incapaci di riconoscerlo pienamente.

Da dentro molte cose sembravano normali, quasi scontate. Ma quando si cresce in un ambiente nel quale determinate qualità sono diffuse, si finisce inevitabilmente per considerarle ordinarie.

Non lo sono.

Fuori si nota la capacità di pianificare e, nello stesso tempo, di essere pronti ad abbandonare il piano quando la situazione lo richiede. Si nota la naturalezza con cui si impara a lavorare sotto pressione, mantenendo insieme informazioni, persone, macchina, ambiente e missione senza perdere il quadro generale. Si nota quella disposizione ad assumersi responsabilità che, nel nostro mestiere, non nasce soltanto nelle grandi emergenze, ma viene allenata giorno dopo giorno nella banalissima quotidianità del volo operativo.

Si nota, soprattutto, la capacità di comando.

Non quella che deriva automaticamente dal grado riportato sulla spalla, ma quella che nasce quando qualcuno deve decidere, spiegare, ascoltare, correggere, assumersi le conseguenze di una scelta e continuare a far funzionare un gruppo anche quando la situazione diventa complessa, il tempo si riduce e le informazioni non sono mai tutte quelle che vorremmo avere.

E poi c’è qualcosa di più difficile da definire, qualcosa che rischia di sembrare retorico finché non si ha occasione di osservarlo dall’esterno.

La classe.

Permettetemi di dirlo con eleganza, ma la classe non è acqua.

Non parlo di eleganza formale né di appartenenza a una qualche élite; parlo di una postura professionale, del modo in cui si affronta un problema, si entra in una sala briefing, si riconosce un errore, si parla a un giovane o si accetta che un giovane possa avere qualcosa da dire a chi possiede più esperienza. Parlo del modo in cui si affronta un compito difficile senza sentire continuamente il bisogno di raccontare quanto sia difficile.

Sono tutte cose che, quando ero dentro, consideravo normali.

Oggi non lo faccio più.

Ed è anche per questo che sento di voler dire qualcosa soprattutto ai più giovani, a quelli che oggi attraversano gli hangar, le stanze e le linee volo nelle quali siamo passati noi e che vivono immersi nel rumore quotidiano delle inefficienze, delle carenze, dei turni, degli ordini, delle limitazioni, delle incomprensioni e di tutte quelle piccole e grandi frustrazioni che inevitabilmente accompagnano una realtà operativa.

Non lasciate che quel rumore vi impedisca di vedere ciò che avete intorno.

Il 15° Stormo e le tradizioni dei suoi Centri non sono semplicemente il luogo nel quale state svolgendo un incarico. Sono una straordinaria palestra professionale e umana, una scuola di Comando, Responsabilità e Azione nella quale si impara, spesso senza rendersene conto, a stare dentro situazioni complesse senza esserne travolti.

Forse ve ne accorgerete davvero soltanto quando ne uscirete. Io me ne sono accorto allora, e una delle ragioni per cui scrivo queste righe è proprio il desiderio di risparmiarvi, almeno in parte, questo ritardo nella consapevolezza.

Siamo certamente depositari di Valori e Tradizioni, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo. Siamo soprattutto depositari di opportunità: opportunità di crescita, confronto, miglioramento, formazione professionale e umana. Il nostro errore più grande è stato forse quello di interpretarci talvolta come una periferia della Forza Armata, finendo inconsapevolmente per comportarci come tale.

Quel nostro “mood da diseredati”, concedetemi l’espressione, potrebbe averci fatto più male di molti dei problemi che abbiamo attribuito agli altri, perché una Comunità che comincia a pensarsi marginale rischia lentamente di diventarlo. Una Comunità che invece prende coscienza del proprio valore non ha bisogno di proclamarsi migliore: smette semplicemente di cercare legittimazione e comincia a produrre risultati che rendono quella legittimazione superflua.

Ed è qui, a mio avviso, che abbiamo ancora moltissimo da fare.

Non tutto ciò che cambia è progresso e non tutto ciò che assomiglia alle organizzazioni più grandi è necessariamente adatto alla nostra Missione. È una riflessione che porto con me osservando oggi anche il mondo civile, dove vedo organizzazioni cercare di acquisire o recuperare proprio alcune caratteristiche che appartenevano naturalmente ai reparti militari: flessibilità, capacità multidisciplinari, autonomia operativa, integrazione delle competenze e capacità di reagire rapidamente quando la realtà non corrisponde al piano.

Contemporaneamente mi domando se noi, in qualche caso, non abbiamo percorso la strada inversa.

Abbiamo specializzato, separato, segmentato e formalizzato, certamente per buone ragioni e spesso sulla spinta di necessità normative, tecniche o organizzative. Ma ogni volta che togliamo una competenza o restringiamo un ruolo non dovremmo avere la lucidità di chiederci non soltanto cosa stiamo guadagnando, ma anche cosa stiamo perdendo?

Penso, ad esempio, agli Operatori di Bordo delle generazioni precedenti, molti dei quali possedevano una conoscenza tecnica della macchina che andava ben oltre il perimetro di una singola mansione. Erano capaci di leggere l’aeromobile quasi fisicamente, comprenderne il comportamento e contribuire alla risoluzione di un problema con una profondità derivata dall’esperienza, dalla continuità e da una formazione più trasversale.

Non significa idealizzare il passato. Il passato aveva limiti, inefficienze e rischi che sarebbe sciocco voler riprodurre, ma sarebbe altrettanto sbagliato non domandarsi se, nel correggerli, abbiamo rinunciato anche a qualcosa di prezioso.

Il punto non è tornare indietro.

È capire cosa non avremmo mai dovuto lasciare per strada.

Un reparto operativo, qualunque sia il modello organizzativo adottato, deve infatti continuare a essere valutato innanzitutto sulla propria capacità di produrre operatività. Tutto ciò che mette carburante nei serbatoi di quella capacità merita di essere protetto; tutto ciò che, metaforicamente, mette ceppi ai carrelli dovrebbe almeno essere discusso con il coraggio necessario, anche quando significa rimettere in questione regole consolidate o porre domande che qualcuno preferirebbe non sentire.

Le organizzazioni sane, d’altronde, non sono quelle nelle quali nessuno mette in discussione nulla, ma quelle nelle quali è possibile mettere in discussione qualcosa senza che questo venga percepito come un attacco all’organizzazione stessa.

E qui vorrei rivolgermi anche a noi “anziani”: quelli veri, quelli meno anziani, i congedati, i pensionati, chi continua a frequentare il reparto e chi ormai lo incontra soprattutto nelle fotografie, nei ricordi o nelle pagine di questo sito.

Nessuno di noi dovrebbe mai convincersi di sapere già cosa pensano i giovani, cosa desiderano o, peggio ancora, cosa dovrebbero desiderare. Ogni generazione ha avuto la sensazione che quella successiva fosse diversa, e naturalmente lo è: cambia il mondo nel quale cresce, cambiano i riferimenti, le aspettative e persino il significato attribuito al lavoro e all’appartenenza.

Se però continuiamo, generazione dopo generazione, ad attraversare lo stesso terreno con quel sottile e asfissiante sospetto di essere la pecora nera di una famiglia più prestigiosa, allora forse dovremmo avere l’umiltà di domandarci perché, non per distribuire colpe ma per interrompere il ciclo.

Gli anziani hanno moltissimo da insegnare ai giovani, ma anche i giovani hanno qualcosa da insegnare agli anziani. Perché questo accada servono la pazienza di raccontare senza imporre e, forse ancora di più, quella di ascoltare senza liquidare ciò che non riconosciamo immediatamente come nostro.

Le tradizioni, del resto, non sopravvivono quando vengono conservate sotto vetro. Sopravvivono quando una generazione riesce a spiegare alla successiva perché valga ancora la pena portarle con sé.

Chi mi conosce sa che non sono particolarmente incline alle filippiche appassionate e che non mi interessa scrivere per il piacere narcisistico di rileggermi né dispensare lezioni da una comoda posizione esterna. Se condivido queste riflessioni è perché credo possano avere un’utilità e diventare, per usare un’espressione che mi piace, un food for thought: non una verità da accettare, ma una domanda da lasciare sul tavolo.

Le difficoltà, quando esistono, non sono problemi da occultare né fastidiose deviazioni dalla narrazione che vorremmo dare di noi stessi. Sono fatti. E i fatti vanno guardati, compresi, sviscerati e affrontati con la voglia di reagire, non con la sconsolata rassegnazione di chi finisce per considerarli immutabili.

È forse questo il messaggio che vorrei lasciare ai giovani del 15° Stormo di oggi e a quelli che arriveranno domani.

Non sentitevi secondi a nessuno. Non per arroganza, ma esattamente per il contrario: perché avete l’opportunità di crescere in una comunità che vi chiederà molto e che, proprio per questo, può darvi moltissimo.

Guardate i vostri anziani, imparate da quelli bravi e cercate di superarli. Mettete in discussione ciò che non funziona e difendete ciò che funziona; abbiate rispetto delle tradizioni senza trasformarle in alibi e soprattutto non confondete mai il basso profilo con il basso valore.

Non aspettate di uscire dal recinto per rendervi conto della qualità di ciò che avete ricevuto.

Io sono uscito.

E fuori ho visto.

Ho visto quanto valgono il nostro addestramento e la nostra formazione, quanto valgono certe abitudini che consideravo normali, quanto vale il metodo e quanto conta essere cresciuti in un luogo dove stare insieme davanti a un problema non era una teoria organizzativa, ma semplicemente il modo nel quale si facevano le cose.

Ho capito così che molte delle qualità che pensavo appartenessero genericamente al mestiere appartenevano, in realtà, anche al luogo nel quale avevo imparato a farlo.

Non provo rimpianto. La vita va avanti, e sono profondamente grato per le esperienze che sono venute dopo e per quelle che ancora verranno. Ma c’è qualcosa che, almeno per me, non si è più ripresentato nello stesso modo: quel particolare sentimento di appartenenza per cui, anche dopo anni, basta incontrare una persona, ricordare un equipaggio, rivedere un simbolo o ascoltare poche parole per sentirsi nuovamente parte di qualcosa.

Vi leggo, vi seguo e vi sostengo, con la consapevolezza forse più nitida di allora di quanto io sia orgoglioso delle mie radici, della mia formazione e della mia appartenenza. Sono orgoglioso di quelli che mi hanno preceduto, di quelli con cui ho avuto la fortuna di volare, di quelli che oggi portano avanti quella missione e anche di quelli che arriveranno domani senza conoscere ancora fino in fondo il valore di ciò che stanno per ricevere.

Forse è proprio questo che significa appartenere davvero a un reparto: poter cambiare uniforme, lavoro, aeromobili e organizzazione, andarsene senza andarsene completamente e scoprire, a distanza di anni, che una parte di ciò che siamo continua ad avere lo stesso colore, lo stesso valore.

Mammajut!

Ancora un soccorso nella riserva dello Zingaro

Sicilia: elicottero dell’82° Centro SAR dell’Aeronautica Militare, in collaborazione con il Soccorso Alpino e Speleologico Siciliano soccorre giovane donna infortunata presso la riserva naturale dello Zingaro.

1 ottobre 2026

Nel tardo pomeriggio di giovedì 1° ottobre, un elicottero HH-139B dell’82° Centro Search and Rescue (S.A.R.) dell’Aeronautica Militare è intervenuto per prestare soccorso ad una giovane donna di 28 anni che era rimasta bloccata all’interno della riserva naturale dello Zingaro dopo essersi infortunata durante un’escursione.

Un team del Soccorso Alpino e Speleologico Siciliano, attivato dalla Centrale Operativa 118 Palermo-Trapani, dopo aver raggiunto la giovane ed aver constatato l’impossibilità di evacuarla via terra, viste le condizioni cliniche e la zona impervia dove si trovava, ha richiesto il supporto dell’Aeronautica Militare, che attraverso il Comando Operazioni Aerospaziali di Poggio Renatico (FE) ha disposto l’intervento dell’elicottero in prontezza dell’82° Centro SAR di Trapani-Birgi.

Subito dopo il decollo, l’equipaggio ha diretto l’elicottero a Castellammare del Golfo, dove è atterrato nel locale campo sportivo per imbarcare un tecnico del Soccorso Alpino e Speleologico Siciliano (SASS), per poi dirigersi rapidamente verso l’area di operazione. Arrivato sul luogo in cui si trovava la persona infortunata, l’equipaggio ha calato con il verricello l’Aerosoccorritore AM ed il tecnico del Soccorso Alpino, che hanno provveduto a preparare l’infortunata per il recupero. La donna, una volta a bordo dell’elicottero e in sicurezza, è stata immediatamente trasportata e sbarcata sullo stesso campo sportivo di Castellammare del Golfo, dove un’ambulanza era in attesa per prenderla in carico e trasferirla al più vicino ospedale.

Aerosoccorritore AM e tecnico SASS mettono in sicurezza la donna a bordo dell’elicottero.
L’infortunata è sbarcata nel campo sportivo di Castellammare del Golfo e consegnata al personale sanitario.

Concluso, quindi, il soccorso, l’elicottero HH139B ha fatto rientro alla base militare di Trapani, dove è stato rifornito e reso nuovamente disponibile per il servizio di prontezza di ricerca e soccorso.

L’82° Centro S.A.R. (Search and Rescue – Ricerca e Soccorso) è uno dei Reparti del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare che garantisce, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, senza soluzione di continuità, la ricerca ed il soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà, concorrendo, inoltre, ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di pazienti in imminente pericolo di vita ed il soccorso di traumatizzati gravi, operando anche in condizioni meteorologiche marginali. Dalla sua costituzione ad oggi, gli equipaggi del 15° Stormo hanno salvato migliaia di persone in pericolo di vita. Dal 2018 il Reparto ha inoltre acquisito la capacità AIB (Antincendio Boschivo) contribuendo alla prevenzione e alla lotta agli incendi su tutto il territorio nazionale nell’ambito del dispositivo interforze messo in campo dalla Difesa.

CAMBIO AL COMANDO DEL 15° STORMO!

Il Colonnello Luca Parmeggiani subentra al Colonnello Antonio Viola alla guida del Reparto specializzato nella Ricerca e Soccorso.

 

Lo scorso 8 settembre 2026, l’aeroporto militare “Urbano Mancini” di Cervia, è stato teatro della solenne cerimonia di avvicendamento al comando del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare tra due amici e colleghi, formatisi e cresciuti professionalmente proprio al Quindicesimo. Il Colonnello Luca Parmeggiani, infatti, è subentrato al Colonnello Antonio Viola, assumendo ufficialmente la prestigiosa carica di Comandante del Reparto.

La cerimonia è stata presieduta dal Generale di Divisione Aerea Alessandro De Lorenzo, Comandante delle Forze di Mobilità e Supporto (CFMS), e ha visto la partecipazione di numerose autorità civili, militari e religiose, delle associazioni combattentistiche e d’arma, oltre a tutto il personale schierato del Reparto.

Il Generale di Divisione Aerea Alessandro De Lorenzo, assieme al Colonnello Luca Parmeggiani e accompagnato dal Comandante uscente Colonnello Antonio Viola, passa in rassegna lo schieramento. Nella foto, sta salutando i vessilli dei Gruppi/Centri del 15° Stormo portati dai rispettivi comandanti.

Dopo lo schieramento iniziale del personale e della banda, l’evento ha avuto il suo inizio con l’ingresso della Bandiera di Guerra del 15° Stormo, decorata con numerose e prestigiose onorificenze tra le quali le più recenti sono la la Medaglia d’Oro al Valore Aeronautico e la Medaglia d’Argento al Valore Aeronautico, assegnate rispettivamente nel 2024 e nel 2021, e conferite per i complessi interventi di soccorso effettuati durante l’alluvione del 2023 in Emilia-Romagna – la prima – e per l’impegno operativo durante l’emergenza pandemica da COVID-19 che ha visto gli elicotteri del 15° Stormo impegnati nei trasporti di pazienti in biocontenimento. [Vedi le onorificenze alla Bandiera di Guerra del 15° Stormo]

Nel suo discorso di commiato, il Colonnello Viola ha espresso profonda gratitudine verso gli uomini e le donne del Reparto, sottolineando come la Bandiera di Guerra rappresenti “l’emblema del valore degli uomini e le donne che ne hanno scritto la storia, silenziosi ed orgogliosi di poter adempiere il proprio dovere con tutta la loro passione e professionalità”. Ripercorrendo i due anni del suo mandato, ha evidenziato l’impegno profuso per “migliorare giorno per giorno la nostra splendida base di Cervia garantendone la piena operatività e ponendo le basi per un futuro luminoso e denso di nuove sfide”, oltre a garantire fino a otto prontezze contemporanee per la Ricerca e Soccorso, la lotta agli incendi e il supporto alla Protezione Civile. “Siamo cresciuti, sempre spinti dallo spirito e dalla determinazione del 15° Stormo di non mollare mai”, ha proseguito il Comandante uscente, rivolgendo un pensiero commosso anche a tutti i caduti e agli amici scomparsi, il cui esempio continua a rappresentare “un punto di riferimento per la vita operativa e personale di tutti noi”.

Al termine del suo discorso, si sono svolti gli atti formali del passaggio di consegne quali la lettura dell’Ordine del Giorno delle Superiori Autorità che dispone l’avvicendamento, la pronuncia della formula di riconoscimento del comandante cedente, quale suo ultimo ordine al personale, e il passaggio nelle mani del nuovo comandante della Bandiera di Guerra.

La Bandiera di Guerra del 15° Stormo passa dalle mani del Colonnello Viola a quelle del Colonnello Parmeggiani

Nella sua nuova veste di comandante, ha quindi preso la parola il Colonnello Parmeggiani che ha sottolineato il legame profondo con il Reparto che lo ha accolto all’inizio della sua carriera operativa e la continuità dei valori che lo guidano: “Il 15° Stormo sintetizza anche una preziosissima traiettoria evolutiva dal lato tecnologico che, grazie all’impiego dell’elicottero HH139, ancora oggi è propulsore di innovazione […] Lo Stormo ha nelle sue corde il privilegio di salvare vite umane”.

Rimarcando la ricchezza del patrimonio storico e professionale del Reparto, il neo Comandante ha evidenziato come esso sia frutto della costante integrazione di risorse e personale provenienti dalle diverse realtà storiche che hanno arricchito lo Stormo nella sua storia quasi secolare. Infine, ha tracciato le linee guida del proprio mandato ponendo l’accento sul futuro dell’unità: “I tempi sono maturi per progredire nel percorso già intrapreso e avviato dal Comando di Stormo nelle operazioni di Personnel Recovery […] I prodromi necessari sono tutti presenti e disponibili: competenza degli equipaggi, tecnologia, simulatore di volo. Il mio obiettivo è contribuire ulteriormente al raggiungimento in futuro della piena operatività in questo settore”.

Infine, il Generale di Divisione Aerea Alessandro De Lorenzo, Comandante delle Forze di Mobilità e Supporto (CFMS), ha espresso il suo saluto alla Bandiera di Guerra del Reparto, “simbolo delle più elette virtù militari e custode delle tradizioni del Reparto“. Nel corso del suo intervento, il Generale De Lorenzo ha sottolineato l’importanza del momento dell’avvicendamento, definendolo come “un evento fisiologico e cadenzato per tutte le organizzazioni, ma sempre carico di emozioni, soddisfazione, orgoglio e un velo di nostalgia per chi lascia e lo slancio e la voglia di fare di chi subentra“

Il Generale De Lorenzo (al centro) con il Colonnello Viola (a sx) e il Colonnello Parmeggiani (a dx) posano davanti al HH139 Special Color realizzato per il centenario dell’83° Gruppo Volo S.A.R.

Il 15° Stormo dell’Aeronautica Militare ha il compito di garantire 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, il servizio di Ricerca e Soccorso (Search And Rescue – S.A.R.) per il recupero degli equipaggi di aeromobili militari in difficoltà. Concorre inoltre a mansioni di pubblica utilità, quali la ricerca di dispersi in mare o montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di pazienti in imminente pericolo di vita, gli interventi di soccorso alla popolazione civile in caso di calamità e le attività di Antincendio Boschivo (AIB) in cooperazione con la Protezione Civile.

L’unità integra inoltre il dispositivo di Difesa Aerea Nazionale attraverso operazioni di contrasto a minacce aeree a basse e bassissime prestazioni (Slow Movers Interception – S.M.I.) e cura la formazione basica e avanzata degli equipaggi di volo e la sopravvivenza in ambienti ostili.

Equipaggiato con elicotteri HH-139 (nelle versioni A e B), il Reparto ha sede principale a Cervia (RA) — dove risiedono anche l’83° Gruppo S.A.R. e l’81° Centro Addestramento Equipaggi (C.A.E.) — e coordina quattro Centri S.A.R. dislocati su tutto il territorio nazionale: l’80° Centro (Decimomannu), l’82° Centro (Trapani), l’84° Centro (Gioia del Colle) e l’85° Centro (Pratica di Mare). Dalla sua costituzione ad oggi, gli equipaggi del 15° Stormo hanno tratto in salvo oltre 7.800 persone.

[Fonte: Aeronautica Militare – 15° Stormo – Ufficio Pubblica Informazione e Comunicazione]

Qui il link alla video notizia pubblicata su TeleRomagna.it

Soccorso sull’isola di Levanzo per l’82°

Elicottero dell’Aeronautica Militare salva escursionista colto da malore sull’isola di Levanzo.

7 settembre 2026

Un escursionista colto da malore sull’isola di Levanzo, nell’arcipelago delle isole Egadi (TP) al largo della costa occidentale della Sicilia, è stato tratto in salvo grazie all’intervento tempestivo di un elicottero HH-139B dell’82° Centro SAR (Search And Rescue).
La richiesta di intervento giunta poco prima delle 17.30, ha visto l’immediata attivazione dell’equipaggio in stato di prontezza per il servizio di allarme. L’elicottero si è prima diretto verso la località di Castellammare del Golfo per imbarcare due operatori del Soccorso Alpino e Speleologico Siciliano (SASS), preziosi per coadiuvare l’equipaggio militare nelle operazioni di soccorso in zone impervie.
Raggiunta l’area delle operazioni, gli operatori hanno individuato l’uomo che a causa del malore accusato era impossibilitato a proseguire autonomamente il cammino.

L’equipaggio osserva il proprio settore esterno di responsabilità

Mediante l’uso del verricello sono stati calati l’Aerosoccorritore AM e i tecnici SASS , i quali hanno provveduto a sincerarsi delle condizioni dell’uomo e ha metterlo rapidamente messo in sicurezza, issandolo poi a bordo del velivolo.

L’Operatore di Bordo inizia a calare il personale sul punto di recupero
Aerosoccorritore e tecnico SASS preparano l’infortunato al recupero – Si vede l’elicottero in lontananza che si sta riposizionando per il recupero
Pronti per il recupero!
L’infortunato e il tecnico SASS vengono issati a bordo

Concluse le operazioni sul posto, l’elicottero si è diretto verso l’ospedale San Antonio Abate di Trapani, dove il paziente è stato affidato al personale sanitario per gli accertamenti e le cure del caso. Successivamente, l’assetto dell’Aeronautica Militare si è portato a Castellammare del Golfo per lo sbarco dei tecnici del Soccorso Alpino, per poi far rientro alla base di Trapani e riprendere il normale servizio di prontezza operativa.

L’infortunato è collocato sulla barella e preso in carico dal personale ospedaliero
Il personale sanitario raggiunge l’ambulanza accompagnato dall’Aerosoccorritore AM

L’operazione si è svolta su coordinamento del Rescue Coordination Center del
Comando Operazioni Aerospaziali (COA) di Poggio Renatico e ha, ancora una volta, dimostrato l’eccellente livello di cooperazione esistente con i tecnici del Soccorso Alpino e Speleologico Siciliano.

L’82° Centro SAR è uno dei Reparti del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare che garantisce, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, senza soluzione di continuità, la ricerca e il soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà, concorrendo inoltre ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di pazienti in imminente pericolo di vita e il soccorso di traumatizzati gravi, operando anche in condizioni meteorologiche marginali. Dal 15° Stormo di Cervia, oltre all’82° Centro SAR di Trapani, dipendono, dislocati su tutto il territorio nazionale, l’80° Centro SAR di Decimomannu (Cagliari), l’83° Gruppo Volo SAR di Cervia, l’84° Centro SAR di Gioia del Colle (Bari) e l’85° Centro SAR di Pratica di Mare (Roma).

[Fonte: Aeronautica Militare – 15° Stormo – Ufficio Pubblica Informazione e Comunicazione. Ulteriori informazioni sono reperibili sul sito: www.aeronautica.difesa.it]

Quando una missione diventa un ricordo (di Bruno Monteferri)

Ci sono giornate che iniziano come tante altre. La sveglia presto quando fuori è ancora buio, la pianificazione, il check dell’elicottero, il briefing dell’equipaggio: tutte quelle abitudini che noi equipaggi di volo conosciamo bene e che, dopo tanti anni, diventano parte di noi.
Poi, però, capita che una missione inizi in modo normale e finisca per diventare qualcosa che ricorderai per molto tempo.
Il 22 agosto 2026 è stato uno di quei giorni. Era ancora presto quando abbiamo iniziato a prepararci per una giornata che sapevamo sarebbe stata lunga e impegnativa.
Due HH-139 dell’85° e 83° e 1 VH139 del 31° Stormo, equipaggi e specialisti, tutti con un compito preciso: accompagnare il Santo Padre Leone XIV e garantire gli spostamenti dello staff durante la sua visita, prima a San Marino, passando per Pennabilli, poi alla Fiera di Rimini e, infine, in Vaticano.
A prima vista, poteva sembrare una missione molto diversa da quelle alle quali noi dell’85° Centro siamo abituati.
Noi siamo quelli del Soccorso Aereo. Siamo abituati a decollare quando qualcuno è in difficoltà, quando una vita è appesa a un filo, quando il tempo non è più soltanto un elemento della pianificazione, ma diventa una variabile contro cui combattere.
Questa volta il contesto era completamente diverso.
Eppure, fin dai primi momenti, ho avuto la sensazione che ci fosse qualcosa di
profondamente comune con chi era con noi.
Abbiamo avuto l’opportunità di cooperare con gli equipaggi del 31° Stormo che, istituzionalmente, svolge il trasporto delle più alte cariche dello Stato.
Per noi dell’85°, nonostante cominciamo ad avere una certa dimestichezza con i trasporti per la Presidenza del Consiglio, si trattava comunque di un’esperienza diversa.
Ed è stata proprio questa diversità a rendere ancora più bella la collaborazione.
Non c’è voluto molto per capire che, quando si lavora insieme con professionalità, le diverse esperienze diventano una forza.
E, personalmente, c’è un altro aspetto che porterò con particolare piacere con me da questa missione: aver avuto l’opportunità di volare insieme ai colleghi dell’83° Gruppo, i nostri “Lord”, e agli equipaggi del 31° Stormo.
Con i ragazzi dell’83° ci siamo ritrovati a condividere pianificazioni, i briefing, le attese e quei momenti di concentrazione che precedono ogni decollo. Con i colleghi del 31° abbiamo invece avuto la possibilità di confrontarci con una realtà che svolge quotidianamente un’attività diversa dalla nostra, ma con la stessa attenzione, professionalità e passione per il volo.

È stato bello vedere come, pur provenendo da esperienze e realtà operative differenti, bastino pochi minuti insieme per ritrovare quel linguaggio comune che noi naviganti conosciamo bene. Quello fatto di gesti, sguardi, poche parole e tanta fiducia reciproca.
E alla fine della giornata, più ancora della missione portata a termine, mi è rimasta la soddisfazione di averla condivisa con colleghi con i quali è stato un vero piacere volare.
Ognuno porta il proprio bagaglio, le proprie abitudini, il proprio modo di affrontare le situazioni. Poi, una volta chiuso il portellone e avviati i motori, rimane una cosa sola: la squadra.
E quella squadra, quel giorno, ha funzionato.
La giornata è stata lunga. Molto lunga.
Pianificazione, briefing, decollo, trasferimento, atterraggio, ripartenza. Attese, coordinamento, comunicazioni, procedure da adattare continuamente alle esigenze della missione ed eventuali contingenze. E poi di nuovo in volo con ritmi a volte pressanti.
Per certi versi sembrava di essere tornati alle missioni Combat SAR di qualche anno fa, con tanto di pacchetto di elicotteri e precise indicazioni su dove, come, quando e in quale sequenza atterrare.
Solo che quel giorno non c’era un recupero da effettuare.
C’era da garantire che tutto il personale trasportato fosse pronto, nei tempi e nei luoghi stabiliti, pochi istanti prima dell’arrivo del Santo Padre.
Dalle prime ore del mattino fino a tarda sera, senza mai perdere quella concentrazione che una missione di questo tipo richiede.
Ma ciò che ricordo maggiormente non sono le ore trascorse in volo.
Ricordo i volti.
Ricordo la concentrazione degli equipaggi prima di ogni partenza. Ricordo quei pochi istanti in cui, intorno all’elicottero, tutti sanno esattamente cosa devono fare.
Ricordo la sensazione di guardare il mio elicottero prima di salire a bordo e pensare, ancora una volta, che tutta quella tecnologia, tutta quella preparazione e tutta quella professionalità servono, alla fine, a una cosa molto semplice: fare bene il proprio lavoro.
E poi è arrivato il momento di incontrare il Santo Padre.
Stringergli la mano è durato pochi secondi.
Ma ci sono secondi che pesano più di ore intere.

In quel momento ho percepito, forse più che durante tutto il resto della giornata, la particolarità della missione alla quale stavamo partecipando. Non soltanto per la persona che avevamo davanti, ma per ciò che rappresentava e per la consapevolezza di aver contribuito, insieme a tanti altri colleghi, a rendere possibile quella giornata.
È stata un’emozione sincera, difficile da spiegare con le parole.
Forse perché noi piloti siamo abituati a parlare poco delle emozioni. Siamo abituati a parlare di procedure, di pianificazione, di condizioni meteorologiche, di prestazioni e di sicurezza.
Le emozioni, spesso, le lasciamo a terra.
Ma quella volta è stato difficile farlo.
Alla fine della giornata, quando finalmente abbiamo spento i motori, la stanchezza si faceva sentire. Eppure, guardando gli altri equipaggi, ho provato una sensazione di soddisfazione difficile da descrivere.
Eravamo partiti come due equipaggi di un reparto del Soccorso Aereo, chiamati a svolgere una missione particolare.
Siamo tornati con la consapevolezza di aver fatto parte di una squadra più grande.
Ed è forse questo il ricordo più bello che porterò con me.
Perché, al di là dell’elicottero che abbiamo pilotato, dei luoghi che abbiamo raggiunto e delle persone che abbiamo trasportato, quella giornata mi ha ricordato ancora una volta perché facciamo questo mestiere.
Non soltanto per volare.
Non soltanto per le missioni difficili.
Ma perché, quando arriva il momento, qualcuno deve esserci.
E noi c’eravamo.
Il 22 agosto 2026, per qualche ora, i Leoni con i Lord del 15° Stormo hanno volato al fianco di chi aveva il compito di accompagnare il Santo Padre.
E forse è proprio questo che rende una missione davvero speciale: non ciò che si racconta nei documenti o nei rapporti, ma ciò che rimane dentro a chi l’ha vissuta.
Perché, alla fine, per un equipaggio di volo non c’è soddisfazione più grande che tornare a casa, stanco ma con la consapevolezza di aver fatto semplicemente, e fino in fondo, la propria parte… come gli equipaggi del 15° Stormo sanno sempre fare…

Mammajut

Un tratto di volo in formazione sopra le nubi
I due HH-139 dell’85° Centro e 83° Gruppo del 15° Stormo con il VH-139 del 93° Gruppo del 31° Stormo
Il pranzo “da campo” tutti insieme
Il Santo Padre, Leone XIV, saluta e ringrazia gli equipaggi
Foto ricordo di gruppo per una giornata memorabile