Il peso invisibile che grava sugli equipaggi del Soccorso Aereo

Avrete certamente letto sui siti d’informazione o visto in TV dell’incidente aereo che ha coinvolto un velivolo ultraleggero il 16 agosto scorso. Nell’incidente sono morti entrambi gli occupanti: il pilota Carlo Arnulfo, 64 anni, di Roma, e Angela Buccico, 55 anni, di Matera, entrambi avvocati.
Le ricerche sono durate diversi giorni, l’area di ricerca era vasta, in alcuni punti impervia e ricca di vegetazione ad alto fusto. Il tipo di velivolo, un ultraleggero Tecnam 2008, il fatto che non seguisse rotte standard, aveva complicato le cose e solo grazie alla successiva testimonianza di una donna, la quale ha detto che un aereo aveva sorvolato la sua casa a bassa quota, che si è potuto ridisegnare l’area di ricerca e – alla fine – trovare il relitto.
I più attenti avranno certamente riconosciuto nelle immagini andate in onda e diffuse sul web che l’elicottero che ha individuato il luogo dello schianto è un HH-139B del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare, in particolare dell’84° Centro SAR (Search And Rescue) di stanza a Gioia del Colle (BA).
Non voglio qui ripercorrere le fasi dell’individuazione del relitto, il rilascio sul terreno dell’Aerosoccorritore AM e due tecnici del CNSAS calabrese, quanto concentrarmi sull’esito, infausto degli sforzi profusi.
Ricordo al mio arrivo come pilota neo assegnato al 15° Stormo che alcuni anziani, soprattutto durante le mie primissime partenze d’allarme, mi dicevano che dovevo riuscire a mantenermi distaccato dall’incidentato o dal trasportato, che – purtroppo – non sempre si riesce a salvare chi trasportiamo in imminente pericolo di vita o chi cerchiamo disperso in mare o in montagna. “Devi considerarlo come un pacco postale”, mi dissero una volta. Quella frase mi colpì molto, ci rimasi male, stupito da quella tanta freddezza. Come poteva paragonare una persona ad un pacco postale, essere così insensibile?
Ovviamente mi sbagliavo, il mio anziano mentore non lo era affatto, era solo il modo che un uomo di un altra generazione, poco avvezzo a manifestare i propri sentimenti ed emozioni, aveva trovato per farsi capire.
Lo imparai attraverso missioni di ricerca infruttuose, di naufraghi individuati senza vita, di trasporti sanitari talmente disperati che il paziente non arriva nemmeno a destinazione.
Ma, soprattutto, lo capii veramente quando iniziai ad avere la responsabilità delle vite del mio equipaggio. Quando arrivi a sederti a destra (negli elicotteri configurazione Sikorsky è dove siede il Capo equipaggio), quando sei tu che prendi le decisioni nei momenti critici, solo allora capisci che puoi spingerti anche al massimo, se ci sono margini anche minimi, ma solo se il tuo equipaggio è con te ti aiuta anche a dire basta.
La consapevolezza di aver fatto tutto il possibile è ciò che ti permette di convivere con il risultato negativo, con il fallimento. E non è vero che non ci pensi, che ti siano estranei come un pacco postale, perché sai che dietro ci sono persone, famiglie, amici che avevano riposto in te la loro ultima speranza.
Poi c’è anche la crudezza delle immagini con le quali devi fare i conti: un essere umano morto non è mai piacevole da vedere, ma vi posso assicurare che lo è ancora meno se annegato, dilaniato, bruciato, se è un tuo collega, un tuo amico.
Burn-out, soffrire di Post Traumatic Stress Disorder (PTSD) è tra i rischi professionali potenziali tra chi si occupa dei bisognosi, tra chi si occupa in generale del soccorso, dai sanitari ai Vigili del fuoco e ai volontari della Protezione Civile. Gli equipaggi del Soccorso Aereo non fanno eccezione.
Ecco perché ho preso spunto dal recente fatto di cronaca: desideravo far sapere a chi ci legge, a chi ci vede da fuori, che non sempre si torna a casa con il sorriso, che siamo umani e come tali abbiamo i nostri limiti, che possiamo spostarli più in là solo attraverso l’addestramento, il dialogo e la condivisione dei successi e degli insuccessi.
Quindi il mio pensiero va al nostro Aerosoccorritore e ai due soccorritori del CNSAS che si sono calati col verricello e che, dopo aver camminato a lungo seguendo la scia dei rottami, hanno trovato i resti della cabina di pilotaggio e dei corpi traumatizzati e parzialmente carbonizzati dei due sfortunati occupanti.
Bravi a tutto l’equipaggio dell’84° Centro SAR per essere riuscito ad individuare i rottami: non era facile.
Chiudo lasciando il link alla notizia pubblicata sul sito di #RAInews.it https://www.rainews.it/tgr/calabria/video/2026/08/ultraleggero-testimone-inchiesta–10465e3c-85a1-4109-a2bd-9cda2a4fa378.html
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