Historia de un amor


Poi, il terremoto in Irpinia…

Poi il terremoto dell’Irpinia, dove il macchiettista-capo (Comandante, cosiddetto dagli equipaggi), con un perfetto quanto audace piano di dispiegamento, trasferì l’80% di uomini e macchine nello scassatissimo aeroporto di Capodichino.

L’aeroporto non era in grado di accogliere una quantità inusitata di persone e mezzi militari, in verità si trovò molto impreparato, ma lo Stormo trovò nella fantasia dei propri uomini e nella loro prontezza la possibilità di farsi un piccolo villaggio del soccorso in alcune tende da campo, diciamo così prese in prestito!!!.
In quel posto napoletano, arrivarono tutti gli elicotteri del soccorso aereo, gli HH3F da Ciampino, Rimini e Brindisi e i 204 da Milano che allora era il 1° Distaccamento SAR.
Facemmo cose di una professionalità inaspettata, avevamo la giusta motivazione.
Legammo indissolubilmente con il cosiddetto corso squalo, con quelli successivi e nacque un legame tra di noi ancora inossidabile; la sera, siccome la mensa passava solo “brodino”, nel marasma generale di una città sconvolta, tramite i buoni uffici di un indigeno locale, certo Mario Russo, trovammo una trattoriola pittoresca che ci vorrebbe un trattato per descriverla, ma si mangiava bene ed a pochi soldi.

Capite benissimo che dopo una giornata tempestosa, sballottati dal maltempo e con la fame, buona parte degli equipaggi si trasferiva “sic et simpliciter”; direbbe il principe: “entrammo di spighetto e ci mettemmo di chiatto”, fu il nostro ritrovo per defaticare lo spirito, non so se rendo l’idea! …ci volevano dare il brodino…mha?

Successivamente fummo tutti riuniti in un’unica sala del CDA dove succedeva di tutto, dalle operazioni ai pranzi, sempre tutti insieme con quello che si poteva rimediare presso le famiglie d’origine; insieme passammo il Natale ed il Capodanno.
Alcuni di noi Aerosoccorritori furono trasferiti a Conza della Campania; qui approntarono un’elisuperficie in un cantiere, un piccolo pronto soccorso da campo, la sorveglianza e la distribuzione di generi alimentari, coperte, scarpe, vanghe, ecc.
Avevamo una radio di fortuna da dove Albertone Mori comunicava con gli elicotteri sulla frequenza 2828.
Organizzammo le squadre di volontari di alcuni boy scouts esperti in montaggio veloce di tende per il ricovero di bestie e foraggio in località isolate; ci fu un impulso notevole al ripristino delle linee di comunicazione, complice qualche buona bottiglia di brandy. Organizzammo una squadra di operai della Camera del lavoro di Crema, che si occuparono di sigillare le bare e fecero tanti altri lavori necessari.
Tutto coordinato e sapientemente condotto da un medico militare, soprannominato poi il “Monaco di Conza”, lì domiciliato con una colonna sanitaria (un camper) A.M..
La notte si dormiva in una tenda con una stufetta che ci teneva compagnia, pìù che fare del caldo. Facemmo un buon lavoro, il lavoro ed il freddo ci stremarono, oltretutto per mangiare c’era una vecchia cucina da campo inviata dall’Esercito: curiosammo e trovammo scritto: Caporetto, 1918. Poi vennero alcuni romagnoli alla stazione di Conza e le cose migliorarono notevolmente; avevano una mensa funzionate, pulita ed accogliente, furono tutti più felici…che scoperta!

Gen. Bartolucci

Tante cose successero in quel frangente, fummo uniti tutti intorno al nostro macchiettista-capo che seppe tenere unito il personale anche quando sembrò sul punto di essere destituito per un’intervista. Meno male che a Capo dell’A.M. c’era un uomo di grande sapienza e di grande prestigio, il Gen. Bartolucci, che io già conoscevo perché l’avevo avuto come Capo Ufficio allo SMA e del cui giudizio ancora mi fido.

Volammo in largo ed in lungo, ovunque ci fosse bisogno, andammo a portare coperte, giacche a vento, cibi e medicinali; ospitammo gli operatori delle TV ed i giornalisti che informavano il paese sugli avvenimenti.
Nel mentre, (“beetwin”, direbbe Votantonio Berardo), Zeppieri Airlines portava personale con il P166, da e per Ciampino con tonneau obbligatorio a Formia: Oliviero e De Cicco volarono “capasotta” insieme alle loro macchine da scrivere in un turbinio di fogli e facce verde-limone.
Fu una grande palestra, di giorno si volava e la notte i mezzi venivano messi in grado di riprendere il volo, un lavoro incessante da veri uomini del soccorso aereo.

Poi l’abbondante nevicata in Calabria, con un elicottero ed equipaggio messo a disposizione della comunità, fummo solidali e fattivi anche in quel difficile compito.
E anche in quel frangente – sempre beetwin – Zeppieri Airlines provvedeva al cambio equipaggio con tonneau, virate, schneider, usando come secondo pilota il malcapitato ARS di turno ed io ne so qualcosa con Ciccio Sgrenci e Mimì Saldamarco.

Ricevemmo la visita del Capo di SMA che rese così testimonianza di gratitudine e di attenzione della Forza Armata e del Paese tutto.
Insomma, ci facemmo conoscere come veri professori; un grande Reparto con uomini, iniziative, coraggio e soprattutto acquisendo sempre più professionalità, avendo una spinta interiore che ottimizzava sempre il rapporto tra gli uomini e le macchine, totalizzando un numero impressionante di ore di volo.
Al passaggio di consegne, al Comandante-macchiettista fu tributato una vera ovazione, il ghereghez, il mammaiut e nacque il fischio finale: Fiù Firifiùù, edizione Mimì Pessolano.

La nostra bandiera fu decorata con Medaglia d’argento al Valor Aeronautico.
Non nacque tutto per caso, era il miracolo della motivazione e dell’autostima, uomini uniti e disponibili, intorno al comune obiettivo di “essere e divenire”, come si dice: c’era la giusta atmosfera.
Non è fuori luogo dire che già ci volevano un gran bene perché già si sentiva che il 15° stava ri-fondando una nuova stirpe; si cominciava a vedere il risultato.

Mi sia consentito un “assist” negli affetti.
Il nucleo Aerosoccorritori ancora esisteva; ante crisi dell’indennità fissa mensile che oggi tutti gli ARS percepiscono; era una specie di punto focale, dove tutti facevano riferimento; c’era il capo Franco D’Aniello del quartiere Sanità, Albertone Mori da Civitavecchia, Fefè Morra (o’cinese, con creatura al traino), Fusco (Moscè) che si diceva di Bergam ma era di Santa Maria Capua Vetere; Mario Russo indigeno partenopeo (o’ rammariello), Sergio “Pippy” Venosa da Bracciano, Mimì Pessolano Tenore da Nocera Inferiore, Fefè Felaco “anarchico” (amico del cinese), Salvatore Nuvoli (USAC: unione sardi a Ciampino), Gino Petrucci da San Giovanni in Carico (o’cafone) e, dulcis in fundo, Totonno Toscano, cresciuto con le polpette della nonna (il potatore).
Un consesso speciale, con una organizzazione interna che poteva sembrare anarchica, vista la chioma di Fefè Felaco o gli stivaloni di Franco D’Aniello; non c’era un atteggiamento gerarchico preciso, ma una sorta di campus dove si respirava un’aria scanzonata, che si attivava professionalmente ad un piccolo cenno.

Ovviamente la lingua ufficiale era il partenopeo, con qualche digressione di Albertone Mori, che era l’uomo del nord: Civitavecchia!! Franco D’Aniello era quello che si erigeva a difensore della nobile causa e chiedeva sempre all’interlocutore, con scampanellamento della mano destra: “vuoie avite rispettà e ruoli…”, quando arrivavano le richieste di impiegare questo o quell’ARS, ora in operazioni, ora in segreteria, ora all’ufficio voli, dove si destreggiava Mimì Pessolano, scrivendo s.orsola, invece di Santorsola, ma sì quello che andò a prendere le misure del ponte dell’EUR per far passare sotto l’elicottero in floating.

Il coraggio, l’addestramento, l’allegria e la voglia di fare, erano il sale di questo “piccolo popolo” che si poteva scambiare benissimo per partecipanti ad un campus.
Il caso li aveva riuniti insieme ed insieme vivevano ogni circostanza di lavoro allo Stormo; avevano legato affetti e voglia di vivere, erano insieme anche quando erano in vacanza, durante un avvenimento privato come un compleanno, la nascita di un figlio ed altro; stavano insieme anche la domenica con le famiglie, era un vero gruppo di amici solidali e rispettosi; un sentimento ancora vivo e forte.
Il vino correva a fiumi, le cene si susseguivano con ritmo incessante, ogni occasione veniva eletta ad occasione e si sa, l’occasione fa buon sangue, amicizia quella vera, sentimento nobile ed inossidabile anche se la vita e gli anni hanno portato lontano l’uno dagli altri.
Veniva sempre chiesto a loro di tener unita la ciurma; gli equipaggi si ricavarono una sorta di sala di attesa nell’hangar, dove un tipo speciale detto “Jo La pezz” colorò le mura di un vivace rosso, usando una scopa come pennello, dal pavimento al soffitto passando per un telefono urbano. Rifacemmo il tutto.
Lo spirito che ci animava riuscì ad integrare gli equipaggi, pilota, montatore, motorista, elettromeccanico, radarista; sedevano tutti insieme ad un unico tavolo ed ognuno portava una cosa per stare insieme; poi rimediammo una piccola cucina a gas e si sbizzarrirono un poco tutti nell’essere cuochi. Uno su tutti merita menzione: Campi (il neo con acufene consolidata), che mandò tutti in infermeria per i bucatini alla soda caustica.

La campanella dell’allarme era il segnale, “scoppiava l’allarme” e ci si trovava di fronte ad una rapida trasformazione, ognuno assumeva il proprio ruolo e si partiva per ricerche che duravano tre giorni e quasi mai assistiti negli aeroporti dove si passava la notte.
Si ricominciava, si segnalavano gli accadimenti che non si potevano citare nelle relazioni operative, come la mancata assistenza logistica, le mense chiuse, l’impossibilità di uscire per poter mangiare un boccone caldo, ecc.
Nonostante tutto abbiamo sempre portato a termine tutte le missioni, superando le difficoltà di una organizzazione che era lenta ed antiquata, rispetto alle dinamiche moderne e rispetto alle civili esigenze degli equipaggi di volo.

Cominciammo a partecipare a missioni addestrative internazionali, la Display Determination; a missioni come la “mare aperto”; fu un continuo inserimento in un quadro operativo che vedeva esclusa, fino ad allora, la componente Search and Rescue.

Cominciavamo ad essere conosciuti, superando pregiudizi gratuiti, forse anche considerazioni “tradizionali” di bassa lega per il nostro lavoro e la nostra professionalità e forse qualcosa ancora resiste nonostante le “evidenze”.

Siamo riusciti ad avere due, poi tre, poi quattro gruppi, nelle basi di Ciampino, Brindisi, Rimini e Trapani, aperti ed operativi, anche loro spesso confinati in vecchie strutture dove piloti e specialisti si inventavano pittori, muratori ed idraulici.

A Ciampino ricevemmo un secondo hangar!

C’è stato un momento in cui molti non vedevano di buon occhio la nostra voglia di essere; noi caparbiamente e tenacemente abbiano superato anche questi atteggiamenti: ci siamo fatti da noi, anche quando ci fu qualche testa di chiodo che tentò di “fregarci” gli elicotteri, accaparrandosi senza titolo equipaggi e macchine, ma abbiamo resistito.

Venne a comandare un signore di bell’aspetto che aveva esperienza di volo acrobatico, ma poco di vita con l’equipaggio.
Gli bastò una sola volta, una sola uscita per una missione addestrativa con gli equipaggi, per imparare e mettere in mostra la sua naturale voglia e la sua potenzialità di uno che desiderava stare insieme agli altri, ma che mai ne aveva avuta l’opportunità.
É stato sempre con noi; progettò e fece da muratore per tirare su l’Osteria del Vittorino, dove ogni tanto ci si riuniva intorno ad un caminetto artigianale. Fu una bellissima esperienza umana e professionale che cominciò in un modo singolare: Mimì Pessolano che cantava “malafemmina” ed il duo Aveta-Toscano che fungeva da traduttore simultaneo per i “meno ambienti”.

L’abbiamo più volte cercato per coinvolgerlo ancora, ma credo che abbia chiesto rispetto per il suo isolamento, ma le sue acrobazie sul laghetto dell’EUR rimarranno negli annali.

Venne poi a comandare Ferraguto, un signore partecipativo e con la voglia di essere coinvolto; al passaggio di consegne gli facemmo mangiare una quantità sproporzionata di Babà ordinati da Gigino Ancora; giocò a bigliardino con le star Menna, Roda & company, organizzò la partita di calcio sotto il diluvio universale ed ancora è presente nei nostri raduni: la classe non è acqua.

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