Per grazia ricevuta, ovvero la nascita del “BEATI VOI”

di Antonio Toscano

Atto unico con appendice, a gentile richiesta.

Anno Domini 1972, 2 Gennaio, ore 08.00 circa, presso il famigerato Centro di Sopravvivenza ed Aerosoccorritori, Vigna di Valle.

Il Comandante T.Col. Papò chiama a rapporto tutto il personale che si riunisce nell’unica stanza riscaldata da una stufa a gas.

Tutti presenti e con l’attenzione rivolta alle parole che risuonano chiare e forti, come sempre:

“Ragazzi, vi ho riuniti perché servono due volontari per Trapani-Birgi; hanno bisogno di aprire il Servizio Soccorso di Base…siamo chiamati a dare il nostro contributo…

Attoniti, muti, e soprattutto sorpresi dalla richiesta, i presenti snocciolano una serie di motivi più o meno seri per giustificare l’indisponibilità.

“Antò – dice Mario Russo rivolto ad Antonio Vacca – mi sa che tocca a noi due”

Così, come da profezia, gli ultimi arrivati ricevono le istruzioni e l’equipaggiamento.

Partenza da Ciampino con HU.16 ore 09.00 del giorno successivo.

All’arrivo, vengono scaricati, letteralmente, al lato Nord della pista, con compressore, bombole, borse, “pietra pomice e fil di ferro”.

Lo specialista dice loro: “Aspettate qui che vi verranno a prendere”.

Passa più di un’ora e nessuno si fa vivo, per cui il più alto in grado decide di avviarsi verso il Comando e chiedere sul da farsi.

Al Comando un Sott.le anziano riferisce: “Non ne sappiamo nulla, ma forse è un’esigenza della cellula d’allarme…dovete andare in testata Sud, lato mare”.

Il Sommozzatore-Soccorritore, di fresca provenienza da una cura di disciplina e di autocontrollo, si rimette in cammino e chiede ad una macchina di passaggio di essere accompagnato e nel mentre chiede informazioni.

Viene condotto, per errore, presso una baracca di competenza della Marina Militare ed accolto con cortesia, ma non c’è traccia di tale esigenza:

“Ma guarda che forse è alla Palazzina Allarme, dove ci sono i “104”.

Al fine giunge in tal posto, chiede di parlare con il responsabile della cellula che in quel momento era in turno: 4° Stormo.

“I Sommozzatori? Ma senta io non ne so nulla, ma ora mi informo…anzi a dire il vero aspettavamo un elicottero del soccorso…che io sappia.., ma mi lasci qualche minuto per chiedere…”

“Non c’è problema Comandante, vuol dire che ci facciamo venire a prendere di nuovo e ritorniamo da dove siamo venuti” rispose in perfetto militarese l’aitante Sommozzatore.

Dopo qualche minuto al paziente Mario Russo venne però mostrato un telegramma

“Credo di aver appurato…guardi sul tele c’è scritto testualmente…in sostituzione di AB.204 indisponibile, inviamo due sommozzatori-soccorritori che effettueranno il servizio di soccorso a bordo dell’elicottero AB.47/J…”

Chiarito l’arcano ai due viene assegnata una stanza nella palazzina allarme. Viene recuperato il secondo elemento, ancora in attesa dove era stato scaricato dall’HU16, ed il materiale e viene spiegato il funzionamento del servizio:

“Al suono della campana dello Scramble, quello di turno si reca di corsa all’elicottero che si trova sulla piazzola dell’altro hangar e da qual momento esegue le disposizioni del pilota dell’elicottero”.

Il Bell 47/J non era il massimo del desiderabile in fatto di potenza, per cui venne stabilito che alla missione partecipava il pilota ed il SMZ con a bordo il battellone pluriposto.

Quel velivolo aveva due galleggianti, uno però aveva una micro perdita, per cui non era molto consigliabile per una lunga permanenza in volo. Il pilota, un giovane Sottufficiale del 31° Elicotteri di Pratica di Mare, a dire il vero era un poco impreparato per tale evenienza e mostrava sempre forti dubbi sulla riuscita di una ipotetica missione di soccorso reale.

Il SMZ era combattuto tra il tener duro e chiamare il proprio Comandante per illustrare la situazione. Decise di tener duro ed ebbe ragione.

Dopo un mese di servizio presso la cellula del neo costituito Servizio il SMZ, ormai veterano, illustrò a voce al suo Comandante gli scadenti limiti di tale esigenza.

A quelli che gli succedettero nell’incarico disse chiare parole:

“A regà, li è Africa Addio, ma voi stateve accuort perché non c’è trippa pè gatti” scampanellando le mani unite con le dita rivolte al basso.

La storia vide un avvicendarsi di personale che, fatto tesoro degli avvertimenti, cercò di migliorare ed incentivare il servizio, con addestramenti mirati, carte nautiche e, soprattutto simulazioni di una reale esigenza. Anche se i rischi di essere lasciati soli in mezzo al mare era palesi ed innegabili, tutti confidarono non solo sulla buona stella, ma sulla voglia di dare all’esigenza una seria e reale considerazione.

Dobbiamo poi arrivare alla stagione 1982 per avere la costituzione dell’82° Centro del 15° Stormo.

Ma vi prego di fare con me un passo indietro, per conoscere ambiente ed atmosfera nel quale si operava in quegli anni.

Personalmente trovai ospitalità ed accoglienza al massimo, quando arrivai alla fine di Giugno del 72 con moglie, figlioletta e macchina stracarica. Facevo coppia con Fefè Morra, detto “ O’ Cinese”, con moglie incinta e gatto al traino.

Ci fu offerta la disponibilità della “Baracca Marina” per alloggio di servizio, che noi accettammo con visibile felicità.

Il “nostro” pilota era un certo Sergente Ugo Donati, dell’Aeroporto di Palermo Boccadifalco. Il sodalizio fu talmente intenso che successivamente tarammo i nostri turni per stare insieme nel periodo d’allarme.

Il “nostro” Ugo, rosso friulano DOP, erano anni che sostava sempre nel grado ed a chiunque chiedesse chiarimenti si sentiva rispondere con superficiale vaghezza; per cui mi chiese se avevo la possibilità di informarmi sullo stato delle cose.

Un mio carissimo compagno di corso, allora allo Stato Giuridico della DGPMA, chiarì il mistero: “il Sergente Pilota Ugo Donati risulta essere transitato alle linee civili”.

Fatta ammenda e chiarita la posizione, Ugo fu promosso con la velocità di un fulmine e gli vennero riconosciute tutte le spettanze nel frattempo maturate.

Ma non era il solo arcano trapanese. In quel periodo tormentato per il vicino medio oriente, le cronache riportavano sempre del pericolo “Fedayn” e, pertanto, si era con i nervi a fiori di pelle anche e soprattutto per i continui “Scramble”.

L’Aeroporto era in una landa desolata. All’ingresso un Aviere VAM azionava stancamente una sbarra scolorita; non c’era circolo e la mensa era una specie di tortura psicofisica; il Comandante era un Tenente dei Servizi che s’affannava con i suoi sottoposti nel dare corpo ad un qualcosa che somigliasse ad un Ente militare.

I veicoli erano scarsi e per lo più inefficienti, tanto che qualcuno sopperiva alle esigenze con la propria vettura.

Quando c’era lo Scramble tutti correvano a piedi per raggiungere i velivoli d’allarme non fidandosi dell’efficienza di quel vecchio pulmino sfiatato; oltretutto per raggiungere le piazzole il pulmino era obbligato al famigerato “giro di Peppe intorno alla reale”.

Una calda notte di settembre ’73, per lenire il caldo, il personale della cellula passeggiava in gruppo sui raccordi raccontando episodi, scherzi, barzellette, aspettando che il fresco vento del mare attenuasse il caldo e permettesse il sonno.

Io ed Ugo con un anziano specialista palermitano “Zu’ Filippo Magistro”, seguivamo lo schema.

Nel buio e nel silenzio della notte, erano circa le 23.00, s’udì uno sparo e poi un altro ancora. Dopo una voce che gridava, s’udì distintamente l’aviere VAM a guardia dei velivoli, tracciare una serie di raffiche di mitra.

Una voce si levò alta: “…e fedayn”, in perfetta cadenza partenopea.

Una corsa a perdifiato verso la palazzina d’allarme, mentre altri spari risuonavano nella notte.

Tutti barricati; il Capo Cellula s’affannava al telefono, mentre il rosso Ugo, sfoderava la sua doppietta da caccia.

Dopo un intervallo di tempo lungo come la quaresima, arrivò un Appuntato CC con la sua bici, sudatissimo, ma nei Secoli Fedele.

“Vedete che è una fesseria. Qualche cacciatore di frodo” affermò fra le risate e l’incredulità del personale. Anziano, con qualche chilo di troppo, sudato e con un dente che faceva bella mostra nella parte inferiore della bocca, il CC non si perse d’animo ed annunciò:

“State tutti tranquilli, che vado in avanscoperta” lasciandoci sbigottiti per il coraggio e la dedizione al servizio, allontanandosi nel buio più totale con bandoliera e bicicletta a mano.

La notte fu insonne, ma la sera dopo il malcapitato cacciatore di frodo venne bloccato e caricato su di un furgone che lo condusse nella caserma. Chiarito anche questo mistero.

Lo Scamble era un momento di grande eccitazione, piloti che correvano verso i velivoli, personale specialista che s’affannava nell’unica macchina a disposizione, carrelloni che veniva avviati, motori che facevano tremare le baracche.

L’elicottero restava a terra ma con il rotore in moto, il personale pronto ad ogni evenienza.

Terminata l’esigenza si aspettava intrepidi il ritorno dei caccia i quali, per concludere, facevano sempre un passaggio basso sulla palazzina allarme con i motori che urlavano al massimo.

Era vera Aeronautica, quella avventurosa, quella che sfidava l’imprevisto, quella che accorreva felice al rientro dei propri velivoli ad ascoltare l’esito della missione.

Si formava così un connubio di grande solidarietà, si conoscevano realtà delle quali si era solo sentito parlare. I piloti dei caccia erano sempre accorti ed incoraggiavano sempre l’addestramento del piccolo servizio di soccorso, informandosi e scambiando con noi informazioni, preparazione e rispettive professionalità. Nacque da questo “stare insieme” la voglia di un servizio professionalmente più adeguato.

Un pilota in particolare stava sempre con i SMZ a tal punto da sentire la voglia di provare l’esperienza subacquea: Giovanni Ballestra, sulla cui combinazione da volo spiccava una scimitarra ricurva, emblema del 53° di Cameri.

Si innamorò a tal punto, da buon ligure, da appassionarsi al mondo subacqueo.

Purtroppo non c’è più, cadde in volo, ma di lui si rammentano spesso i SMZ di allora, come una persona che ha avuto da noi, qualcosa di cui ancora oggi siamo innamorati.

Andavamo spesso insieme, nei periodi in cui si era di turno a Trapani, a catturare qualche polpo davanti alla spiaggia di Salina Grande; con lui uscivamo volentieri la sera a mangiare una pizza da Pipitone o per cenare dallo “Zu Ciccio” presso una avventurosa baracca sul litorale.

Il resto poi è storia. Il 15° Stormo ebbe il suo Centro a Trapani, con personale altamente qualificato ed HH; oggi è la punta della lancia del soccorso aereo, specie per i velivoli militari che volano di giorno e di notte per assicurare la Difesa Aerea al nostro Paese in quel tratto di cielo e di mare. A Trapani l’addestramento del personale adibito al servizio è oggi sempre puntuale e preciso, per garantire a chi garantisce lo stato d’animo adeguato al compito professionale. L’amico Baldassarre “Rino” Ciotta, sommozzatore della rigorosa scuola di Marcante, fu il primo Capo Nucleo Aerosoccorritori; piccolo ma compatto e soprattutto indimenticabile compagno di mille immersioni , siculo di acciaio inossidabile.

L’82° di Trapani ha avuto nel proprio organico fior fiore di piloti, eccellenti specialisti e, mi consentano, ARS che si sono distinti per iniziative, coraggio e capacità professionali. Il senso del dovere di quel Centro, nato “per grazia ricevuta”, è uno dei perni inossidabili del 15° Stormo, anche se per molti ha rappresentato “il confino”, goliardicamente inteso.

Quando il personale dell’82° passava per Ciampino, risuonava spesso il grido di “Beati Voi”, invidiando tutti il sole ed il mare di cui è capace quel “suol d’amore”.

Un abbraccio a tutto l’82°, dedicando questa piccola memoria al mio caro Felicissimo ed all’amico Sinatra, che ebbero a richiederla la sera del 16 Dicembre scorso, durante la cena augurale di fine anno, tra un collegamento VTC ed altro.

A “Gigino” storico Comandante con annessa colubrina borbonica, uno dei beati.

A quanti che, con la loro “voglia d’azzurro” stampata nel cuore, hanno saputo costruire quella sede di indubbia professionalità, un punto di riferimento, un valore che aumenta col tempo in modo esponenziale.

Mammaiut

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