Gli eroi non sono solo quelli che appaiono

(dedicato a Totonno che di queste storie era maestro)

A volte si verificano situazione che modificano temporaneamente gli atteggiamenti umani e nessuno sa spiegarsi il come ed il perché. Mi fa piacere raccontare la storia di uno del 15° del tempo che fu, degli anni ’80.

Il 23 novembre 1980, alle 19.34, la terra tremò in Campania e Basilicata per ben 90 secondi. Le conseguenze sono note, una devastazione di incredibili dimensioni che provocò circa 3000 vittime. Lo stesso Presidente della Repubblica Sandro Pertini denunciò il ritardo nei soccorsi, ritardo dovuto in parte alla deficitaria e fatiscente rete stradale, ulteriormente danneggiata dal sisma, in parte alla mancanza di una struttura organizzata ed efficiente di Protezione Civile.

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Il 15° Stormo fu impiegato a partire dal 24 novembre, con l’iniziale utilizzo di quattro vettori, rischierando gli HH3F a Capodichino ed a Potenza. Nel complesso utilizzò anche gli AB204B ed un P166 fino ad arrivare ad impiegare contemporaneamente 17 mezzi aerei con un totale di 112 militari al seguito.

La prima sistemazione fu decisamente arrangiata. Mentre non vi furono problemi a trovare idonea collocazione per gli elicotteri (Capodichino è un aeroporto di notevoli dimensioni), altrettanto non si può dire per la sistemazione del personale al seguito degli elicotteri.

La sistemazione iniziale fu presso l’Accademia Aeronautica a Pozzuoli, in uno dei piani assegnati agli Allievi che erano stati inviati a casa in licenza straordinaria. Ma ciò di cui si sentiva maggiormente la mancanza era la possibilità di godere di un pasto caldo in un inverno particolarmente freddo. Andavamo avanti a panini e cibi preparati dalla mensa dell’Accademia, che trovavamo in un sacchetto distribuito a ciascuno di noi. E fu allora che accadde il miracolo.

Nei pressi dell’area assegnata al parcheggio degli HH3F c’era il manufatto utilizzato dal personale che gestiva i velivoli in transito che lì venivano parcheggiati. Definirlo manufatto è una “licenza poetica” perché si trattava di una casupola realizzata con lamiere ondulate che costituivano, sia il tetto, sia le pareti della stessa costruzione. In  pratica un qualcosa che assomiglierebbe molto a quegli agglomerati dei campi nomadi che spesso si vedono costeggiare i binari delle linee ferroviarie.

Questa “casupola”, mi sia concesso di chiamarla così, divenne presto il regno incondizionato di un particolare personaggio in forza al 15° Stormo. Si trattava di un  Sottufficiale messo spesso male in arnese e che certamente non brillava per il portamento ed il modo di presentarsi. Lo chiamavamo Joe La Pezz, storpiandone il cognome, e francamente non ricordo quale esatto compito svolgesse in seno allo Stormo. Credo fosse assegnato alla Squadriglia Collegamenti e probabilmente giunse a Capodichino a bordo del P166 che faceva la spola da Ciampino al capoluogo campano.

 

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Joe si impadronì letteralmente della casupola e, complice il solito Mario Russo esperto conoscitore della zona e dei mercati rionali, mise in piedi una vera e propria trattoria. Non è possibile descrivere il piacere che si provava, al rientro da una missione e nel breve periodo intercorrente fra una missione ed un’altra, nel sedersi ad uno dei tavoli predisposti all’interno della casupola e godersi un tanto agognato pasto caldo. Non c’era possibilità di scelta, credo che fosse Mario quello che si incaricava di andare al mercato per acquistare il necessario, mentre Joe si accollava l’onere di cucinare e gestire la trattoria. Non ricordo nemmeno quanto pagassimo per il pasto, ma certamente una cifra irrisoria che serviva esclusivamente a coprire le spese.

Il sollievo che si provava nel godere della nostra trattoria, che a differenza di una mensa aeroportuale non aveva orari per la somministrazione dei pasti ma era a completa disposizione di chi ne avesse bisogno a qualunque ora, era incommensurabile. La “trattoria” era per noi diventata una certezza, la “casa comune”, il “rifugio”.

Da pochi anni (1977) era stata coniata la moneta da 200 lire che nelle dimensioni e nel colore giallo poteva richiamare una medaglia d’oro.  Ne attaccai una ad un pezzo di scotch adesivo che appuntai ad un cartoncino, sul quale scrissi la motivazione dell’attribuzione di quella speciale onorificenza quale ringraziamento degli equipaggi per l’opera meritoria di aver creato un rifugio caldo, in tutti i sensi, per chi operava nel freddo e nella neve di quei giorni.

Joe La Pezz dimostrò di essere in possesso di doti del tutto nascoste e sorprendenti che meravigliarono ciascuno di noi. Non ricordo cosa accadde quando rientrammo a Ciampino, mi sembra che Joe tornò ad essere lo stesso di prima, ma nella mente e nei ricordi di chi ebbe l’avventura di partecipare alle operazioni per il terremoto dell’80 resta il meraviglioso Joe La Pezz gestore della nostra trattoria.

Molti anni dopo lo incrociai ad uno dei nostri incontri conviviali, era come al solito messo male in arnese e chiesi in giro se si sapesse cosa si era messo a fare in pensione. Mi sembra di ricordare che mi fu detto che si era dato alla pastorizia, la qual cosa non mi meravigliò affatto.

Tante volte mi sono rammaricato di non aver recuperato la medaglia con apposita motivazione quando il campo a Capodichino fu dismesso, sarebbe stata la testimonianza di uno degli atti di eroismo di quel periodo (in cui elogi, encomi e medaglie venivano assegnati molto, ma molto raramente).

M.S.

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