Come scrissi lo scorso anno, non ho conosciuto personalmente Francesco Asti, sono arrivato al 15° Stormo, 85° Gruppo SAR, allora a Ciampino, nove anni dopo l’incidente che ne ha spezzato la vita terrena. Il ricordo però che era ancora molto vivo in chi l’aveva conosciuto, me l’ha fatto percepire presente, uno del Gruppo, uno che come noi aveva condiviso il lavoro, gli spazi e soprattutto il profondo legame che si stabilisce tra le donne e gli uomini del Quindicesimo. Un legame fatto di giorni vissuti gomito a gomito, di lunghe giornate in prontezza operativa, di addestramenti e missioni operative, di un caffè per fare due chiacchiere, di porte sempre aperte nelle categorie dei manutentori per conoscere meglio gli impianti e gli apparati di bordo.
Non posso quindi dire di appartenere alla sua generazione, ma – citando un grande Comandante che mi ha ispirato questa riflessione – posso dire che appartengo alla generazione che il 18 agosto si è riunita al Verano, al Sacrario dell’Aeronautica Militare – dove le sue spoglie riposano – a ricordare il Maggiore Francesco Asti.
Quest’anno, per la prima volta, questo momento non c’è stato. Lo scorso anno, su proposta del Consiglio Direttivo, l’Assemblea generale dei Soci ha approvato di unificare le commemorazioni dei caduti del 15° Stormo dalla sua ricostituzione nel 1961 proprio il 1° ottobre, il giorno nel quale, 65 anni fa, è tornato a volare il 15° con la nuova missione del Soccorso Aereo.
Ma il ricordo del Magg. Asti non è affatto spento.
Il 15° Stormo ha il Trofeo tra i suoi Gruppi/Centri che porta il suo nome e, soprattutto, l’85° Centro SAR, il suo Gruppo Volo, lo ricorda ogni anno nel giorno del suo sacrificio, posando dei fiori nel punto in mare dove avvenne l’incidente fatale.
Puntuali, anche quest’anno i Leoni hanno reso omaggio a Francesco, nel punto in cui il destino lo ha strappato alla sua giovane moglie, alla sua famiglia e ai suoi amici e colleghi.
Il “privilegio di salvare vite” (come scrisse Stefano Bazzo, un altro nostro Angelo del SAR), di volare anche in condizioni proibitive per altri, di essere la speranza a cui si aggrappa chi è in pericolo, non è mai privo di rischi e non dobbiamo dimenticarlo. Francesco Asti che ha donato la sua vita nel tentativo di salvarne un’altra è luminoso esempio di valore aeronautico e memento per noi Gente del Quindicesimo che abbiamo quel privilegio.
Con la sua Medaglia d’Argento al Valore Aeronautico alla memoria, il Maggiore Asti è parte della mia storia e di coloro che hanno condiviso un pezzo della vita con lui e con il Soccorso Aereo. Vedo le nuove generazioni ricordarlo e pronunciare il suo nome e se ciò proseguirà con le future generazioni di personale del 15° Stormo, allora saremo riusciti a beneficiare del suo sacrificio.
Sandro, e cosi te ne sei andato. In punta di piedi come era tuo modo di fare.
Sai ci sono persone che quando muoiono lasciano un vuoto particolare. Molto profondo. Di solito sono quelle persone che ti hanno fatto stare bene e ti hanno lasciato bei ricordi. E tu, Sandro, sei uno di quelli. Il 15° era parte di te, del tuo spirito. Sei sempre stato una brava persona, un “gigante buono” innamorato della vita e del tuo 15° Stormo (e della Roma!).
Ma Sandro Paciarotti non era solo quello.
Tu avevi la battuta pronta e pensavi agli altri prima di pensare a te. Quante volte sono venuto in segreteria e ti ho trovato assorto nei tuoi mille pensieri… Smettevi di pensare ai tuoi incubi e ti dedicavi a noi. E solo chi ti ha veramente conosciuto sapeva quali battaglie combattevi internamente. Ci guardavi con il sorriso, chiudendo in un angolo le tue sofferenze per seguire noi. Tu non eri solo un tifoso del 15° Stormo, ne sei stato parte integrante. A volte soffrivi, si vedeva, combattevi contro mostri enormi eppure c’eri. Sempre.
Non scrivo molto, lo so. Leonardo B, con educazione, spesso ci rimprovera di non fare abbastanza, di non tramandare le nostre memorie. Questa volta invece lo farò. Si deve sapere e si deve ricordare il nostro “gigante buono”.
Sei, professionalmente, nato a Trapani. Il caso ha voluto che alla BAOS incontrassi una persona che ti aveva conosciuto allora a Trapani. Eri una statua di uomo mi disse. Una brava persona davvero. Ti piaceva la vita, la musica, le discoteche e il tuo Reparto. Trapani ti ha formato e ti ha, fortunatamente, consegnato a noi a Pratica di Mare qualche anno fa.
Sai, mi piace immaginare la tua amata mamma, che dal cielo è venuta a prenderti in una infuocata giornata d’estate di questo caldo 2026. Ti ha preso per mano dopo averti accarezzato dolcemente, come solo la mamma può fare e ti ha portato verso la luce sottraendoti alle tue sofferenze. Perché le persone buone come te vanno sempre verso la luce, verso il paradiso.
Ora, abbracciala forte e vola nel cielo con lei.
Mammajut, Sandro… Mammajut!
Sandro Paciarotti – il nostro Sandrone
[Grazie Diego… grazie. Sandro si sarebbe commosso in tutta la sua mole. Ciao Sandrone, cieli blu!]
[Di seguito riporto il testo delle parole di saluto che il Comandante dell’85° Centro SAR ha pronunciato durante la cerimonia funebre.]
Oggi non è facile trovare le parole giuste… Magari pensate che parlo davanti a voi come comandante di Sandro, ma questo ruolo, in questo momento conta poco. Oggi parlo soprattutto come collega, come persona che ha conosciuto Sandro e che gli ha voluto bene e che, come tutti voi, sente il vuoto che la sua assenza lascia. Siamo qui per un saluto semplice ma non per questo meno sentito. Siamo qui perché nessuno di noi poteva lasciare andare Sandro senza dirgli un ultimo grazie e senza ricordare, tutti insieme, l’uomo che è stato per tutti noi. Sandro era una presenza impossibile da ignorare, con la sua figura imponente, da omone grande e grosso, riempiva lo spazio appena varcava la soglia del Centro. Ricorderemo Sandro per la sua presenza “discreta” …non sempre…anzi, diciamolo con sincerità: talvolta la discrezione non era certo il suo tratto distintivo e forse era proprio questo il bello di lui… In quei momenti non era più Sandro…era semplicemente il nostro Sandrone…che come un supereroe nascondeva sempre sotto la sua divisa i panni di “TorvaKing”. Quando arrivava lo si capiva subito: i passi nel corridoio, quel vocione che rimbombava, le sue battute e quel suo modo schietto, diretto e a volte colorito di vivere la giornata, lasciavano sempre il segno. Tra la frenesia degli impegni lavorativi, riusciva sempre a strapparci un sorriso, portando tra noi quella spontaneità e quell’umanità che solo le persone vere sanno lasciare. Sandrone era… voglio pensare che ancora è uno dei nostri… un Leone dell’85° Centro… E ne incarnava pienamente lo spirito. Spesso si pensa che un leone sia forte solo quando ruggisce, quando mostra agli altri la propria forza… E di ruggiti Sandro ne aveva eccome… Ma la sua forza più grande è stata un’altra. L’ha dimostrata nel modo più nobile e più difficile: con la sua resistenza silenziosa. Dietro quella corazza da gigante si nascondeva un cuore immenso e una sensibilità profonda, fatta anche di fragilità, di momenti difficili e di battaglie personali affrontate con una dignità straordinaria.
La dignità… È questa la forza che oggi voglio ricordare.
È stato un Leone ogni mattina in cui, nonostante il peso che a volte portava dentro, ha trovato la forza per esserci, di indossare la divisa e di camminare al nostro fianco, offendo il suo contributo con i suoi tempi, il suo carattere e il suo modo di essere. Non era debolezza, ma un coraggio silenzioso, quello che spesso nessuno vede e che proprio per questo vale ancora di più. Un esempio che ci lascia molto più di quanto lui stesso avrebbe mai immaginato. Ah Sa’! … Sei stato una delle prime persone dell’85° che ho conosciuto ormai 12 anni fa, quando mi stavo trasferendo da Cervia a Pratica… Ti ricordo con affetto sul ballatoio del nostro hangar che scrutavi tutta la nostra attività, per la quale essere un Leone del SAR ne andavi profondamente orgoglioso… Ricordo con simpatia gli occhi preoccupati delle persone quando ti chiedevo di “consegnare” loro i gradi sul petto… Anche lì, dimostravi la tua enorme gentilezza nel farlo… Ricordo i tuoi occhi fieri quando ruggivi in hangar il nostro “MAMMAJUT” a seguito di un brindisi … Quando scambiavamo due battute sulla finaccia che ha fatto la Virtus Roma di basket e anche quando facevi il figaccione facendoti le foto con quel gran pezzo di ferro della mia moto. E ricordo ancora il tuo ruolo di mio personale bodyguard quando passavi in ufficio e mi chiedevi simpaticamente se qualcuno mi stesse disturbando… Beh, Sandrò… Ti prego di continuare ad essere da lassù la mia guardia del corpo, non solo mia ma di tutti i Leoni dell’85° Centro, perché tu ci volevi bene ma noi tutti ne vogliamo tanto anche a te. Per noi tutti rimarrai sempre il nostro gigante buono… E un tratto distintivo indelebile dell’85°…
Alla sua famiglia va il nostro abbraccio più sincero e spontaneo. Custodiremo il ricordo di questo grande Leone con affetto, gratitudine e con il sorriso di chi ha avuto la fortuna di condividere con lui la vita di tutti i giorni.
Caro Sandrone, fiero Leone del nostro Centro, ti auguriamo che il cammino che oggi intraprendi sia finalmente sereno, leggero e pieno di pace.
Quando la speranza arriva col frastuono di un elicottero
È il 5 febbraio 2017 e l’orologio dell’ospedale di Terni scandisce secondi preziosissimi. Ludovica, diciotto anni, giace in sala operatoria mentre i medici lottano contro il tempo. Non le restano che quattro ore. Una emorragia in corso, un adenoma di nove centimetri di diametro: la malattia che si era manifestata a sedici anni, con una prima resezione epatica, stava per portarla via. L’incubo si legge negli occhi di sua madre Barbara, che stringe la mano della figlia come se potesse fermare con la forza dell’amore il ticchettio implacabile dell’orologio.
Poi lo squillo del telefono che tutte le famiglie in sala d’attesa implorano: “C’è un donatore. L’intervento va eseguito subito“. Ma la speranza appena accesa si spegne subito dopo. L’organo si trova ad Ancona, a duecento chilometri di distanza, e quella notte il cielo ha deciso di mostrare tutta la sua forza plumbea. Le nuvole sono compatte a tutte le quote, il vento soffia a venticinque-trenta nodi (46-55Km/h), forti mareggiate si abbattono sulle coste marchigiane. L’elicottero del 118 non riesce ad intervenire. Pensare di fare il trasferimento con staffetta di ambulanze è altrettanto impensabile: la strada è impraticabile: nelle aree appenniniche le carreggiate sono innevate e quindi i tempi di percorrenza lunghissimi.
Questa notte non serve un miracolo. Ne servono almeno due!
Così, il personale sanitario si rivolge al Prefetto di Terni e questi prende una decisione coraggiosa e all’apparenza disperata: contattare la Sala Situazioni dell’Aeronautica Militare, che sa essere la sola speranza per Ludovica.
L’ordine di decollo arriva all’equipaggio in prontezza operativa del 85° Centro SAR (Search And Rescue – Ricerca e Soccorso) del 15° Stormo, stanziato sull’Aeroporto Militare di Pratica di Mare (RM), e un elicottero HH-139 in pochi minuti decolla in direzione di Terni.
Il tempo, però, è davvero inclemente e più volte l’equipaggio deve effettuare deviazioni, cercando spiragli tra le nuvole. Se gettassero la spugna nessuno potrebbe biasimarli: non si vede nulla, il buio e la neve formano un muro impenetrabile. L’equipaggio, con un primo miracolo, riesce a raggiungere l’aviosuperficie di Maratta (TR). Ludovica viene caricata a bordo con una equipe medica e sua madre Barbara, la corsa contro il tempo ha inizio. Non essendo possibile attraversare l’Appennino in sicurezza, la sola soluzione è andare a Ciampino, dove un velivolo del 31° Stormo è in allerta e pronto a trasferire velocemente Ludovica all’aeroporto di Falconara, a soli venti minuti da Ancona.
Ora c’è da fare il percorso inverso e affrontare nuovamente quel buio della notte, reso ancora più nero dalle nubi compatte, dalle nevicate, dagli scrosci di pioggia. La Signora Barbara sente le loro voci in cuffia, l’equipaggio le aveva dato una cuffia per tenerla collegata, potergli parlare in caso di bisogno, e lei li ascolta tentare e ritentare con coraggio e determinazione. Finché non intravedono uno spiraglio di luce provenire dal terreno e riescono a sfondare nuovamente quel muro bianco.
Per loro, Ludovica è una perfetta sconosciuta. Eppure stanno mettendo in gioco tutta la loro esperienza e preparazione professionale, consapevoli che il rischio di non vedere un ostacolo è altissimo ma che possono gestirlo sfruttando tutte le risorse dell’elicottero e del loro affiatamento.
Non avevano promesso niente, ma hanno trasmesso ottimismo: “Ce la faremo“, ripetevano sempre. Per una giovane ragazza in coma farmacologico e una madre disperata, quelle voci erano il filo d’oro che le legava alla speranza.
Con il secondo miracolo, Ludovica arriva a Ciampino ed è trasportata immediatamente a Falconara dal 31° Stormo, e da lì ad Ancona dove viene sottoposta all’intervento chirurgico.
Dopo la convalescenza e la riabilitazione, Ludovica è gradualmente tornata alla vita di sempre. Oggi fa sport, lavora, studia. A due anni da quella notte, ha voluto cercare gli angeli che le hanno salvato la vita per poterli ringraziare e abbracciare di persona.
Così, a Palazzo Aeronautica, sede dello Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, ha potuto incontrare Francesco, l’Aerosoccorritore che insieme al resto dell’equipaggio quella notte, a bordo del HH-139 dell’85° Centro SAR, aveva sfidato il maltempo e la sorte volando praticamente al buio. “Ho due bambini piccoli anche io” spiega il Francesco. “È facile associare il loro volto alle persone che soccorriamo. Forse è questo che ci spinge a fare l’impossibile.” Riabbracciare Ludovica lo ha riportato al significato profondo del suo lavoro: donare una speranza a una persona, avere il privilegio di salvare vite.
Oggi, Barbara, la mamma di Ludovica, racconta che quando sente il rumore di un elicottero che passa nel cielo, alza istintivamente gli occhi. Per lei è diventato un gesto naturale, una sorta di preghiera laica. “So chi ci sta dentro“, dice. “E ogni volta il mio pensiero è ‘Grazie, siete parte della mia vita‘.”
Questo racconto è anche un bellissimo video che vi consiglio di guardare e che è stato pubblicato da Antonio Crispino sul suo canale YouTube (http://www.youtube.com/@antoniocrispino).
Il video è raggiungibile cliccando sul link in basso. ↓
Antonio Crispino è giornalista che ha firmato inchieste e reportage per Corriere della Sera, Mediaset, Rai e Messaggero e che si occupa di temi che vanno dalla criminalità ai diritti, dalle opere incompiute al lavoro passando per la tutela dell’ambiente.
Dall’11 al 16 maggio scorso, il personale dell’82° Centro SAR (Search And Rescue) del 15° Stormo di stanza a Trapani-Birgi, ha partecipato all’esercitazione internazionale “Argonaut26”, organizzata dal Joint Rescue Coordination Centre (JRCC) di Cipro nelle acque al largo dell’isola. L’attività addestrativa ha rappresentato un’importante occasione di cooperazione internazionale e di consolidamento delle capacità operative. L’equipaggio italiano, impiegato su un elicottero HH-139B e composto da tre piloti, due OB e due ARS, insieme a due manutentori, ha opearto in sinergia con assetti aerei e navali di numerose nazioni partner.
La missione è iniziata nella giornata di lunedì, quando l’equipaggio è decollato da Trapani per raggiungere il Mediterraneo orientale attraverso un lungo trasferimento operativo articolato in diverse tappe. Dopo il primo scalo estero a Kalamata, in Grecia, per rifornire elicottero e stomaci, il personale ha proseguito verso l’isola di Rodi, ultima sosta overnight prima dell’arrivo a Cipro. Il trasferimento stesso ha costituito un significativo e piacevole momento
addestrativo, consentendo agli equipaggi di operare su lunghe distanze e in differenti contesti aeroportuali internazionali, affinando procedure di navigazione, coordinamento e pianificazione missione.
Il Capo Equipaggio ai comandi mentre sorvola SantoriniPilotaggio con vista mare
Il cuore dell’attività è stato rappresentato dall’esercitazione “Argonaut 2026”, uno scenario complesso di ricerca e soccorso in mare che simulava il naufragio di un traghetto impegnato nell’evacuazione di civili dalle coste del Libano. Le operazioni si sono svolte in un contesto ad alta intensità operativa, caratterizzato dalla presenza simultanea di numerosi assetti internazionali, navali e aerei, impegnati nelle attività di soccorso e coordinamento.
L’HH-139B dell’82° Centro SAR ha operato effettuando una missione SAR mare, con ricerca visiva “alla vecchia maniera” senza l’ausilio del GPS, fase seguita immediatamente dal ritrovamento e dal recupero di un manichino dall’acqua, che simulava il superstite, grazie all’intervento dello aerosoccorritore. Risultato questo, che solo la nostra crew è riuscita a raggiungere, “battendo” le altre in volo per lo stesso task, dimostrando la pregiata preparazione e professionalità dell’equipaggio. La missione è proseguita con il trasporto del survivor su una nave della marina Cipriota e con il successivo rientro sull’aeroporto di Larnaka.
Il Capo Equipaggio consegna la litografia ricordo del HH-139B con la livrea speciale per il 40° Anniversario del 82° Centro SAR
L’esercitazione “Argonaut 2026” ha rappresentato un’importante opportunità per rafforzare la cooperazione internazionale e condividere procedure e capacità operative nel settore SAR, contribuendo ad aumentare il livello di preparazione delle forze coinvolte nella gestione di emergenze marittime e umanitarie nel Mediterraneo.
Conclusa l’attività addestrativa, il personale dell’82° Centro SAR ha intrapreso il viaggio di rientro verso l’Italia, sorvolando le isole greche, rifornendo a Mykonos e facendo scalo ad Araxos per poi volgere successivamente a Crotone, prima del definitivo rientro a Trapani.
L’intera missione ha confermato ancora una volta l’elevato livello di preparazione e professionalità degli equipaggi del 15° Stormo e nello specifico dell’82° centro SAR di Trapani, quotidianamente impegnati a garantire capacità di intervento, sicurezza e supporto alla collettività in ogni contesto operativo, nazionale o estero.
L’equipaggio e il manichino “salvato”
[Fonte: 15° Stormo – 82° Centro SAR – Ufficio Pubblica Informazione]
4 Maggio 2026 – Continua l’attività di collaborazione tra l’Aeronautica Militare e il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.
Un’esercitazione congiunta tra l’82° Centro S.A.R. (Search and Rescue) di Trapani ed il C.N.S.A.S. Sicilia, finalizzata all’addestramento e all’impiego delle tecniche di recupero comuni in ambiente montano e impervio, ha avuto luogo sulla falesia situata tra Macari e San Vito Lo Capo (TP). Qui sono state simulate operazioni complesse, tra cui il recupero di feriti mediante l’utilizzo della barella verricellabile, l’avioimbarco e sbarco dei pazienti. Tali operazioni mirano ad aumentare la velocità di intervento e l’efficacia del personale coinvolto in caso di soccorsi particolarmente complessi in aree impervie.
L’attività ha visto impegnati tre equipaggi dell’82° Centro S.A.R. – composti ciascuno da capo equipaggio, secondo pilota, operatore di bordo e aerosoccorritore – che hanno operato in sinergia con 12 tecnici del Soccorso Alpino, per un totale di tre sortite e 5 ore di volo complessive, con l’elicottero HH-139B in dotazione al Reparto.
L’esercitazione ha rappresentato una fondamentale occasione di cooperazione e di confronto per condividere tecniche di impiego e procedure comuni fra il personale dell’Aeronautica Militare e del Soccorso Alpino, consolidando il pluridecennale rapporto che vede le due istituzioni lavorare in sinergia per lo stesso scopo: la salvaguardia delle vite umane in pericolo.
Recupero con verricello sulla falesiaAtterraggio fuori campo in prossimità del personaleRecupero barella al verricelloVerricello in braga doppia per Aerosoccorritore AM e Soccorritore CNSASCalata del cavo per l’aggancio della barella verricellabileSquadra mista CNSAS e AM in contatto radio con l’elicotteroPreparazione della barella per l’aggancio al verricelloHH-139B al suolo in attesa di imbarcare il team in addestramentoAtterraggio fuori campo per l’HH-139BHH-139B in hovering
L’82° Centro SAR è uno dei Reparti del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare che garantisce, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, senza soluzione di continuità, la ricerca e il soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà, concorrendo, inoltre, ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di ammalati in pericolo di vita e il soccorso di traumatizzati gravi, operando anche in condizioni meteorologiche severe. Dalla sua costituzione ad oggi, gli equipaggi del 15° Stormo hanno salvato più di 7500 persone in pericolo di vita. Dal 2018 il Reparto ha acquisito la capacità AIB (Antincendio Boschivo) contribuendo alla prevenzione e la lotta agli incendi boschivi per la Regione Siciliana.
[Fonte: Aeronautica Militare – 82° Centro SAR – Ufficio Pubblica Informazione e Comunicazione]
Nel secondo anniversario della scomparsa del nostro amato Presidente Emerito, il Generale di Divisione Aerea Carmine “Nino” De Luca, il Consiglio Direttivo ha deciso di rendergli omaggio pubblicando la sua ultima intervista rilasciata al Generale Gustavo Cicconardi e alla dott.ssa Barbara Manca, per il loro libro “Operazione Allied Force OPLAN 10601 – Il conflitto aereo per il Kosovo raccontato dai protagonisti“.
Il libro, che ha la prefazione dell’Ambasciatrice Laura Mirachian (che fu Capo Missione a Belgrado proprio negli anni drammatici delle guerre balcaniche e che è venuta a mancare lo scorso 21 marzo) e postfazione del Generale di Squadra Aerea Mario Arpino (ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e Capo di Sato Maggiore della Difesa negli stessi anni), contiene un intero paragrafo dedicato alle operazioni che gli HH-3F del 15° Stormo svolsero nel contesto dell’Allied Force.
Lo scorso 24 marzo 2026, presso la base del 15° Stormo di Pisignano di Cervia (RA), si è svolta la cerimonia per il centenario dell’83° Gruppo SAR (Search and Rescue), un traguardo importante e che racchiude cento anni di evoluzione operativa, dedizione e spirito di servizio.
La data di nascita dell’83° Gruppo in realtà è il 5 novembre 1925, giorno in cui fu istituito ad Augusta (Siracusa) e assegnato al 27° Stormo Idrovolanti. I festeggiamenti sono stati posticipati di qualche mese per poter approfittare di un clima primaverile e la scommessa è stata vinta grazie ad una giornata di sole e cielo azzurro.
Nel corso di un secolo, l’83° Gruppo ha rappresentato un riferimento fondamentale nella capacità di ricerca e soccorso dell’Aeronautica Militare, adattandosi costantemente all’evoluzione degli scenari operativi: dalle prime missioni di ricognizione aerea alle trasvolate oceaniche, dall’impiego delle squadriglie idrosoccorso fino alle moderne operazioni di Combat SAR. Un percorso caratterizzato da continua innovazione tecnologica e addestrativa, sempre guidato dai valori fondanti del servizio alla collettività.
Più di 800 missioni di soccorso e migliaia di vite salvate, spesso in condizioni meteorologiche e ambientali estremamente complesse, sono i numeri che meglio testimoniano l’impatto di questa eredità fatta di dedizione e professionalità degli equipaggi ed elevata prontezza operativa, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno.
La cerimonia ha visto la presenza del Comandante delle Forze per la Mobilità e il Supporto dell’Aeronautica Militare, il Generale di Divisione Aerea Alessandro De Lorenzo, il quale – unitamente ad altre autorità civili e militari – ha dato lustro ad una partecipazione sentita di numerosi appartenenti ed ex appartenenti al Gruppo, uniti da un forte senso di appartenenza e da una comune esperienza operativa.
Nella sequenza degli interventi, dapprima quello del Maggiore Simone Agostinelli, Comandante dell’83° Gruppo SAR, poi quello del Colonnello Antonio Viola, Comandante del 15° Stormo, e infine in quello del Generale Alessandro De Lorenzo, è stata rimarcata l’eccellenza del personale e il valore di una tradizione costruita nel tempo.
Un momento di profondo raccoglimento è stato organizzato per ricordarecolorochehannosacrificatolavitanell’adempimentodeldovere: colleghi, amici fraterni che sono nel cuore e nella memoria ed esempio luminoso di dedizioneealtruismo.
Certamente tra i momenti più attesi e significativi della giornata sono stati lo svelamento del logo ufficiale del Centenario e della livrea “special color” dedicata alla ricorrenza, simboli dell’identità e della storia del Gruppo.
La giornata è stata suggellata con il sorvolo in formazione di due elicotteri HH-139 che hanno eseguito il tradizionale “passaggio bandiera” sulle note dell’Inno Nazionale.
L’83° Gruppo SAR è entrato nel suo secondo secolo di attività quale realtà tra le più operative e rappresentative dell’Aeronautica Militare, sempre pronto a intervenire con tempestività e competenza, fedele al proprio motto storico “Affinché altri possano vivere” e a quello che campeggia ora nella patch del Gruppo “Il privilegio di salvare vite”, un omaggio al Maggiore Stefano Bazzo che ne scrisse per la Rivista Sicurezza Volo e che è deceduto insieme agli altri Angeli del SAR nell’incidente di volo di Lisle-en-Barrois (Francia) del 2008.
Per i primi cento anni dell’83° Gruppo, per il 15° Stormo e per l’Aeronautica Militare, Mammajut!
Il banner con il logo del CentenarioDettaglio della coda dello “Special Color”Da Sx a Dx: il Col. Viola, il Gen. De Lorenzo e il Magg. Agostinelli. Quest’ultimo consegna la serigrafia commemorativa al Comandante del CFMS.Il passaggio bandiera dei due HH-139Il passaggio bandiera dello “Special Color”
[Fonte: Aeronautica Militare – 15° Stormo – Ufficio Pubblica Informazione e Comunicazione]
Tra i tanti eventi che hanno contraddistinto il passaggio delle Squadriglie sarde nel glorioso 15° Stormo (avvenuto nel novembre 2013), uno in particolare ha assunto un’importanza speciale per il personale del più giovane Centro del 15°, l’80° Centro SAR con sede presso la base aerea di Decimomannu, ovvero la preparazione e la posa del mitico AB-212 quale Gate Guardian.
Questa macchina volante ha servito nelle basi sarde di Decimo e Perdasdefogu con i colori delle 670^ e 672^ Squadriglia, oggi componenti l’80° Centro, dal 1979 in due versioni che si differenziavano prevalentemente dal punto di vista avionico: l’AB-212 AWTI e l’AB-212 AMI.
L’iconico elicottero, la cui inconfondibile silhouette praticamente immutata dalla Guerra del Vietnam, ha rappresentato per anni la storia del Soccorso militare e civile in Sardegna, poiché per decenni ha costituito l’unico aeromobile in grado di portare a termine Operazioni di Soccorso Aereo ognitempo, ma non solo.
Le attività peculiari delle Squadriglie e le esigenze di concorso a favore della collettività, nel corso della sua ultratrentennale attività operativa, sono state molteplici e hanno spaziato dall’antincendio boschivo al recupero di radio bersagli presso il Poligono Interforze del Salto di Quirra (PISQ). Negli anni, menzionando numeri per difetto (purtroppo mancano alcuni report del primo periodo di servizio attivo) l’HH212, denominazione con la quale ha concluso la sua “carriera”, ha volato circa 40mila ore di volo, delle quali circa 2500 in missioni operative di soccorso, salvando la vita a circa 500 persone.
Numeri che, unitamente a quelli registrati presso tutte le Squadriglie Collegamento e Soccorso della Penisola, riportano fedelmente il valore di questo mezzo aereo. L’HH-212, nella sua versione ICO (Incremento Capacità Operative) è stato impiegato nel teatro operativo dell’Afghanistan dal 2007. Con il 212 è stata avviata la collaborazione con la Croce Rossa Italiana, qualificando le Sorelle Assistenti dell’Aria S.A.R., e con il Club Alpino Italiano (oggi in modo strutturato con il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) e che tutt’ora proseguono con proficuo successo.
Per tutte queste ragioni e perché è stato un fedele compagno di vita, lo scorso luglio 2025 (sì, lo so, siamo a gennaio 2026, ma il tempo vola quando ci si diverte!), il personale dell’80° ha voluto tributare un saluto commosso e sentito al suo “padre di famiglia” e al suo onorato servizio ponendolo a “guardia” della sede e ad auspicio del radioso futuro che attende il Centro con il suo moderno successore l’HH-139B.
Ovviamente gli abbiamo dato il bentornato a casa gridando all’unisono il “Mammajut”, il grido che ci è entrato nelle vene e che ci rende orgogliosi e fieri di poter far parte della grande famiglia del 15° Stormo e di avere “il privilegio di salvare vite” (come scrisse l’indimenticato Stefano Bazzo).
Gli equipaggi dell’82° C.S.A.R. si sono esercitati in attività di recupero col verricello in zone impervie, aumentando la prontezza operativa in scenari complessi.
Lo scorso 20 ottobre 2025, gli equipaggi dell’82° Centro S.A.R. (Search and Rescue) di Trapani, hanno preso parte ad una importante esercitazione congiunta con il C.N.S.A.S. (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) Sicilia e un’unità cinofila dell’Arma dei Carabinieri. L’obiettivo comune è stato l’addestramento e il perfezionamento delle tecniche di recupero in ambiente montano e impervio.
L’equipaggio dell’82° Centro S.A.R. – composto da Capo Equipaggio (CE), Secondo Pilota (2P), Operatore di Bordo (OB) e Aerosoccorritore (ARS) – ha operato in sinergia con 15 tecnici del Soccorso Alpino e l’unità cinofila dei Carabinieri. L’attività primaria è stata l’effettuazione di operazioni di addestramento e, per coloro che si approcciavano per la prima volta, formazione incentrate sul recupero di persone tramite l’uso del verricello in zone di difficile accesso.
Dopo i briefing preparatori tenutisi nella base aerea di Trapani Birgi, sede dell’82° Centro S.A.R., sono state effettuate quattro sortite, per un totale di sei ore di volo, con un degli elicotteri HH-139B in dotazione al Reparto.
L’area designata per l’esercitazione è stata la falesia situata tra Macari e San Vito Lo Capo (Trapani). Qui sono state simulate operazioni complesse, tra cui il recupero di feriti mediante l’utilizzo della barella verricellabile, oltre all’imbarco, sbarco e impiego delle unità cinofile.
Tali operazioni, comuni tra i vari Centri S.A.R. del 15° Stormo, mirano ad aumentare la velocità di intervento e l’efficacia del personale coinvolto in caso di soccorsi particolarmente difficili in aree montane impervie. L’esercitazione è stata completata con sessioni di volo notturno durante i quali sono stati effettuati recuperi con verricello e l’utilizzo di visori NVG (Night Vision Goggles).
Un operatore cinofilo ed il suo cane a bordo del HH139Un momento dei recuperi con verricello di notte
L’82° Centro SAR è uno dei Reparti del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare che garantisce, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, senza soluzione di continuità, la ricerca e il soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà, concorrendo, inoltre, ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di ammalati in pericolo di vita e il soccorso di traumatizzati gravi, operando anche in condizioni meteorologiche severe. Dalla sua costituzione ad oggi, gli equipaggi del 15° Stormo hanno salvato più di 7500 persone in pericolo di vita. Dal 2018 il Reparto ha acquisito la capacità AIB (Antincendio Boschivo) contribuendo alla prevenzione e la lotta agli incendi boschivi per la Regione Siciliana.
[Fonte: Pubblica Informazione 82° Centro SAR-15° Stormo dell’Aeronautica Militare]
L’insegnante di MTU era precisissimo. Almeno tanto quant’era preparato. Ci mostrò ogni virgola e vite dell’HH3F. Le sue interrogazioni erano memorabili. Eravamo giunti al punto di sapere praticamente tutto della macchina che di lì a poco avremmo pilotato, persino il valore dei filtri distribuiti nell’impianto idraulico: cinque micron. Era riuscito a inculcarci l’idea di un capolavoro tecnologico che, a tratti, sembrava sfiorare la delicatezza dei meccanismi di precisione.
Al termine del corso, questa convinzione ci accompagnò nelle nostre nuove destinazioni. Iniziai il tour della mia Base scortato da uno straordinario Sottufficiale, Specialista di qualifica (definizione dell’epoca), ma soprattutto speciale di carattere. Tanto da essere considerato urbi et orbi il nume tutelare dell’84° e anche dell’intero Stormo: l’indimenticabile Dante Stifanelli.
Quando varcai la soglia dell’hangar di manutenzione, i lavori fervevano. Man mano che mi avvicinavo, un rumore particolare diventava sempre più nitido. Un HH troneggiava sulla destra, con tanti tecnici attorno ai suoi pannelli aperti. Quasi abbracciato a uno di essi, uno Specialista risaltava rispetto agli altri. Barba lunga, riccia, occhi di bragia e vocione dalla forte inflessione locale: un personaggio a prima vista. Il rumore si arrestò. Lui mi diede il benvenuto, scambiammo qualche parola e poi riprese a lavorare.
Istantaneamente, lo strano rumore risuonò daccapo. Guardai più attentamente. Restai di sale. Quell’uomo stava impugnando uno strumento impensabile. Perché, dinanzi ai miei occhi ancora imbevuti di cifre e micro regolazioni, un pesante martello di legno sembrava calare sugli steli idraulici a guisa di mannaia. “Ma come? I cinque micron? Che fine hanno fatto?”, mi chiesi incredulo. Ero finito nell’antro di Efesto? No, affatto. Oppure sì, se si considera la bravura del dio greco. Infatti, bastò pochissimo per capire la grande abilità manutentiva di quegli uomini.
Qualche anno dopo iniziarono i miei trasferimenti. Ma rientrai di nuovo a Brindisi, questa volta da Comandante, prima di spostarmi ulteriormente in altre mete lontane.
Da allora ho rivisto Occhi di bragia solo due anni fa. In pochi minuti abbiamo riassunto storie di anni. Compreso il suo inatteso “Lei è stato l’unico a…”. Non si riferiva a un episodio direttamente legato al volo. Ma richiamava una pagina di vita tra uomini che hanno incrociato i loro percorsi sino a stringersi in un abbraccio, con l’identico aroma di sigaro all’anice emanato dalla sua barba, capace di trasportarmi in un attimo al nostro primo incontro. E al ricordo del mio insegnante.
Pochi giorni dopo, il Raduno a Vigna di Valle per celebrare l’esposizione dell’HH 3F nel Museo AM fece vorticare ancor più i pensieri, mentre mi sfilavano dinanzi i volti di una vita. D’altronde, da buon alato rotante, ho continuamente sostenuto che bisogna avere sempre qualcosa che ruoti in testa. Ovviamente facendo il gesto del rotore con l’indice della mano.
Tornato a casa, feci spazio in libreria per riporvi l’ultimo volume Nec In Somno Quies (NISQ), ritirato al raduno. Nascosta tra le varie copertine sullo scaffale, una cartellina blu scivolò a terra con i suoi fogli. Sorprendenti. Perché all’improvviso riapparivano pagine dimenticate lì da anni, che narravano un’avventura di tanto tempo prima. Il protagonista? Ebbene sì, proprio lui, il mio famoso insegnante di MTU, che in realtà era innanzitutto uno tra i più esperti e qualificati Piloti Istruttori.
Quindi, per un’imprevedibile e casuale serie di avvenimenti, nell’arco di una manciata di giorni mi trovai a rivivere fatti e situazioni che coprivano l’inizio e la fine della mia attività di pilota H24 in seno al Quindicesimo, tutti marcati da un comune denominatore: lo stesso Ufficiale.
Come chiamare simili eventi? Coincidenze? E come mai quel racconto tornò alla luce nell’esatto momento in cui stavo sistemando un libro che, manco a farlo apposta, raccoglieva vicende di volo?
Ho subito pensato che quel lontano avvenimento sarebbe immediatamente entrato in un volume NISQ. Era stata un’esperienza fortissima e aveva messo alla prova tutte le capacità del Capo Equipaggio. Il quale avrebbe sicuramente descritto anche tanti altri momenti se l’Amor chetutto move non l’avesse chiamato lì, in alto, nel Paradiso dei Piloti.
Allora, perché ne parlo io adesso? Tutto scaturisce dal rapporto di grande amicizia e stima professionale con questa persona, nato per l’appunto sui banchi dell’MTU e continuato sino all’ancor oggi incredibile atto finale.
Fu quindi assolutamente naturale incontrarci nei giorni immediatamente successivi all’episodio, per ragionare sull’accaduto.
Io avevo lasciato da poco lo Stormo per lo Stato Maggiore, destinato alla Sacrestia (nickname allora del 1° Reparto) e il mio ex insegnante (da ancor meno tempo) aveva lasciato il Comando del Centro Addestramento Equipaggi (CAE).
Era una storia troppo interessante. Decidemmo di assegnarci due ruoli. A lui andò, logicamente, la parte del protagonista. Io assunsi, invece, quella dell’intervistatore, per raccogliere le sue sensazioni e riversarle in un articolo, a sua firma, che non ho mai saputo se sia effettivamente apparso o meno sulla Rivista Sicurezza del Volo. Come non conosco, peraltro, neppure i risultati dell’Inchiesta.
Ma qual è, dunque, il nome di questa straordinaria figura? Eccolo, finalmente. È quello di un altro indimenticabile personaggio: Gino Fischione.
Con lui mossi i primi passi sull’HH-3F. La passione per il volo era l’elemento che ci accomunava e lui riusciva a trasmettere la sua con enorme entusiasmo. Non con le semplici parole, ma con la ricerca tendente alla perfezione della manovra, attraverso la corretta regolazione dei parametri, frutto di attenti studi, e l’armonico sviluppo delle traiettorie in rapporto allo spazio.
Abbiamo volato tante volte insieme sull’H3, ma anche su altre macchine e in Stormi diversi. Finanche all’aeroclub. In ogni missione siamo andati alla ricerca della soglia più avanzata possibile per la specifica attività. Grande pianificazione iniziale e poi in volo. In campo e fuori campo. Sull’impegnativa vetta del Gran Sasso (un suo must) o al largo sul mare. A bassissima quota o in strumentale. Con i visori notturni o nell’applicazione delle tattiche evasive. Nello studio delle manovre di presentazione per gli Air Show o nell’atterraggio in aree ristrette, dove bisognava incunearsi tra le montagne con traiettorie serpeggianti per intercettare l’unico sentiero idoneo a centrare spazi poco più larghi del rotore. Sino alle tante (oggi impensabili) simulazioni di emergenze combinate, in ogni condizione, con un dosaggio attentissimo dei comandi e le lancette degli strumenti che rasentavano i limiti.
Una concentrazione totale che imponeva il ricorso a tutte le proprie capacità, per sentirsi in piena sintonia con il mezzo. Ma sempre nel massimo rispetto della sicurezza e con la convinzione, quando tornavi a terra, di aver provato e imparato ogni volta qualcosa in più, per essere pronto a operare al meglio nelle situazioni reali. Avevamo stabilito quel feeling così raro che, quando accade, ti dà il senso di una vera ricchezza.
Era una tale sintonia di pensieri che, nell’ascoltare la descrizione della sua emergenza, piena di congetture, percezioni ed emozioni a ogni parola, mi sembrò di rivivere quell’avventura assieme a lui nel cockpit.
Dal nostro incontro scaturì la storia illustrata poche righe più sotto. E con essa la risposta alla precedente domanda del perché sia io a parlarne ora.
Il motivo è il desiderio di rendere omaggio a una Figura di rilievo attraverso uno scritto che, accanto alla mia, avrà anche la firma di Gino (con la speranza che me lo conceda da lassù), per tutto ciò che ha vissuto, dimostrando di saper gestire un’evenienza altamente critica, grazie al suo instancabile desiderio di entrare in contatto con la macchina e sentirla propria in ogni condizione. Anche la più problematica. Anche quando un secondo sembra durare un secolo.
Quest’enorme dilatazione del tempo emerge dal racconto riportato di seguito, dove Gino parla in prima persona.
«Ero davvero felice di andare in volo. Avevo lasciato il comando del CAE da pochi giorni e i preparativi per il cambio mi avevano tenuto più lontano del solito dal mio impegno quotidiano: volare, per l’appunto. Per questo motivo, ero completamente preso dalla pianificazione.
Chino sulla carta di navigazione, assaporavo appieno la sottile eccitazione che prelude a ogni decollo. Volevo immergermi nel blu. E poi, avevo un motivo in più per essere allegro: i miei passeggeri.
Avrei mostrato il “mio” HH3F a una squadra del Centro Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), gli alpinisti aerosoccorritori che usavano in prevalenza l’AB212 e nemmeno immaginavano le capacità di questo magnifico vettore. Con tali pensieri in testa, staccai finalmente le ruote da terra per una missione di rinnovo carta strumentale.
A bordo eravamo in tredici: io, istruttore, con trent’anni e più di Aeronautica, innamorato perso del volo; il giovane allievo, determinato a fare una bella missione e con qualche perlina di sudore tra una radiale e l’altra; l’equipaggio, sornione in postazione; dietro, gli amici alpinisti, curiosi indagatori del nuovo elicottero.
L’aria, fuori, era calma e tersa, senza la minima turbolenza. Qualche migliaio di piedi più sotto si stendeva la placida immensità del mare.
Trasparenze rosa e azzurre all’esterno, clima cordiale e amichevole in cabina: cosa ti aspetti in una situazione del genere? Di livellare tra 500 piedi, proseguire verso Ponza e…certamente non di sentirsi in una frazione di secondo come cubetti di ghiaccio nello shaker!
La quiete idilliaca era sparita di botto. Ciò che vedevo all’esterno era inspiegabile. Non avevo più una sola traccia del discorotore a segnare la mia posizione rispetto all’orizzonte, ma ben due. Circa mezzo metro più sotto rispetto alla normale linea, infatti, se n’era formata una seconda. Ragion per cui, a ogni giro delle pale (avete idea di quanti giri al secondo compia il rotore di un elicottero?), tutte le persone a bordo, me compreso, erano forsennatamente sbattute prima in aria, poi in basso e in ogni direzione. Sembravamo palline da ping-pong in un match serratissimo.
Le mani stringevano i comandi, la mente andava a mille. Cercavo soluzioni, ma non capivo nulla. Le indicazioni che avevo non erano contemplate in nessuna procedura. Non sapevo cosa fare. Quell’emergenza non era prevista. Non poteva esistere.
L’unico dato di fatto era che l’elicottero sembrava ingovernabile. Aiuti? Zero assoluto. Tranne la voce del mio istinto. Volevo tentare qualcosa di simile a un’autorotazione, ma era impossibile abbassare completamente la leva del collettivo. Intuivo, però, che l’unica alternativa praticabile doveva per forza limitarsi a una lieve pressione verso il basso.
Intanto continuavamo a essere shakerati ma, nonostante la vigile attenzione (la parola paura non suona bene), la mente era lucida. Perciò riuscii a realizzare che quella manovra consentiva di stabilizzare almeno in parte le vibrazioni. Erano sempre violente, per usare un eufemismo, ma l’elicottero dava segni di risposta ai miei input.
Decisi di iniziare la discesa, sperando che fosse controllabile e non mi costringesse a seguire la legge del caddi come corpo morto cade di dantesca memoria. Flutter, risonanza, distacco del rotore: i miei pensieri erano ipotesi molto, molto probabili in quel frangente.
Fu un momento decisamente particolare che mi si è fissato in testa, soprattutto perché sentii crearsi a bordo un’unica coscienza. Non eravamo più i singoli membri di un equipaggio, ma una sola mente che tentava di trovare spiegazioni, comportamenti, soluzioni. Non c’era spazio per l’artiglio della paura. Pensavamo unicamente a cosa fosse accaduto e a come risolvere il problema. All’unisono.
Nonostante gli sforzi, però, il nostro CRM non produceva nulla di concreto. Avevamo chiuso il piano di volo IFR e ci trovavamo in un’interminabile discesa a vista verso la costa, una riga a poche miglia dai nostri occhi, ma a un’infinità dai nostri cuori.
Sballottati ovunque, eravamo in contatto con un PD 808 che aveva raccolto il nostro segnale d’emergenza e ci seguiva a distanza ravvicinata, imitato più tardi anche da un SF 260 che si aggiunse ai testimoni della nostra piccola (?) odissea.
Erano trascorsi otto lunghissimi, spasmodici minuti. La terra era lì, a sole due miglia, ma ogni tentativo di raggiungerla era vano. La rabbiosa reazione dell’elicottero amplificava incontrollabilmente i sobbalzi.
Non c’era più nulla da fare. Ero costretto ad ammarare. La prospettiva non mi piaceva affatto, ma la calma piatta del mare in qualche modo mi rassicurava. E quindi giù, muso a cabrare, velocità in diminuzione e, infine, ballando, ballando ancora un minuto, il tanto atteso contatto con l’acqua.
I grandi spruzzi del deciso splash ci annunciarono che eravamo finalmente in salvo.
La speranza era stata tanta, ma ci convincemmo di aver fatto bene a sperare solo quando riuscimmo a spegnere i motori e ad arrestare il rotore. Ora, fermi in mezzo al mare, potevamo assistere allo spettacolo di una pala che penzolava decisamente inclinata sulla nostra testa, trasposizione reale di una spada di Damocle ormai neutralizzata.
Il tempo di arrampicarsi sulla fusoliera e l’arcano sparì. Una pala del rotore era fuoriuscita dalla sede. Si era sboccolata. Un brutto termine che racchiudeva effetti ancor più brutti. Ma nel frattempo, i Nostri erano partiti ed erano già arrivati in zona.
Così, seduti in cabina, a mollo nel Tirreno, avemmo modo di vivere un’altra emozione. La stessa che prova una persona in pericolo quando sente sopra di sé il possente e inconfondibile rombo dell’HH3F.
In quel momento, ormai, per noi non c’era altro che qualche abbondante litro d’acqua di mare a bordo. Ma vedere l’H3 che recuperava la squadra del CNSAS nel rosseggiare del tramonto, fu uno spettacolo avvincente. E dire che la giornata non era stata certo avara di emozioni.
Sani e salvi, i nostri amici s’involarono verso la Base. Ma non l’equipaggio. Nessuno si sentì di abbandonare l’elicottero e i propri compagni. Neppure quando la vedetta della Capitaneria di Porto, giunta nel frattempo, iniziò a trainare il mezzo in panne sino al porto di Anzio.
Tutti insieme controllavamo con il GPS che la velocità non superasse i prescritti tre nodi. In realtà, inseguivamo i nostri pensieri a una velocità di gran lunga maggiore.
Infine, anche la nostra navigazione marittima terminò e, dopo lunghissime ore, riuscimmo a rimettere piede sulla terraferma.
Che bella sensazione sarebbe stata se non avessi sentito un discreto tremore attanagliarmi prima lo stomaco, poi il braccio, i muscoli e, infine, il corpo intero. “Adesso mi prenderà anche alla gola e non riuscirò neanche a parlare. Che figuraccia!”, pensavo.
Ma non accadde, né con il Comandante della Capitaneria, né con il cameriere del ristorante dove arginammo i morsi della fame (ma erano realmente della fame?). Non avvenne nemmeno quando vidi sulla porta mia moglie e mia figlia che, con il loro abbraccio, conclusero quell’incredibile avventura e placarono ogni tremore.
In mente mi tornavano soltanto le parole di un vecchio, caro Maresciallo pilota: “E anche questa volta abbiamo riportato lo scheletro a casa”.
Erano le 2:30 della notte. Il giorno prima era stato il 13 dicembre, Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia. Ma c’è sempre un’eccezione che conferma la regola, non è vero?».
Giorgio F. Russo e Gino Fischione
(P.S.)
Nonostante avessi messo su carta queste parole già un paio d’anni addietro, non le avevo ancora inoltrate all’Associazione Gente del 15°. Perché? Mistero per me stesso. Ma ora il galoppante incedere del tempo ha fatto scoccare una data particolare. Dieci anni da quell’ultimo volo sulla Terra di Gino Fischione: il suo decollo verso l’Empireo, il cielo più alto. Accanto a lui un altro amico, Paolo Caruso. Una Santa Messa in loro suffragio è stata celebrata il 20 ottobre 2025, nel Pantheon di Roma.
Mentre pensavo a cosa scrivere, ho distolto lo sguardo dalla tastiera. Sembrava che il piccolo casco-fermacarte dinanzi a me fosse diverso dal solito. Me lo diede proprio Paolo. Ora, invece, mi trovo a rivolgere le mie preghiere all’Altissimo per lui. Le stesse che innalzo all’Onnipotente per Gino. Ma stavolta penso che sia davvero giunto il momento di accompagnarle anche con questo suo ricordo a quattro mani, per noi uniti in fratellanza dal rombo del rotore.
Ad memoriam
Foto 1: da sinistra, Giorgio Russo, Gino Fischione e Leonardo (Leo) Lella, pilota civile, giornalista e appassionato di Aeronautica, soprattutto del 15°. Con Leo ho stretto i rapporti all’indomani dell’incidente di Gino. Lo ricordavamo sempre. Ma, da pochi giorni, pure Leo ha improvvisamente raggiunto Gino. Anche per lui levo in Alto le mie preghiere.Foto 2: Palazzo Aeronautica – Disegno murale di Marcello Dudovich
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