4 Maggio 2026 – Continua l’attività di collaborazione tra l’Aeronautica Militare e il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.
Un’esercitazione congiunta tra l’82° Centro S.A.R. (Search and Rescue) di Trapani ed il C.N.S.A.S. Sicilia, finalizzata all’addestramento e all’impiego delle tecniche di recupero comuni in ambiente montano e impervio, ha avuto luogo sulla falesia situata tra Macari e San Vito Lo Capo (TP). Qui sono state simulate operazioni complesse, tra cui il recupero di feriti mediante l’utilizzo della barella verricellabile, l’avioimbarco e sbarco dei pazienti. Tali operazioni mirano ad aumentare la velocità di intervento e l’efficacia del personale coinvolto in caso di soccorsi particolarmente complessi in aree impervie.
L’attività ha visto impegnati tre equipaggi dell’82° Centro S.A.R. – composti ciascuno da capo equipaggio, secondo pilota, operatore di bordo e aerosoccorritore – che hanno operato in sinergia con 12 tecnici del Soccorso Alpino, per un totale di tre sortite e 5 ore di volo complessive, con l’elicottero HH-139B in dotazione al Reparto.
L’esercitazione ha rappresentato una fondamentale occasione di cooperazione e di confronto per condividere tecniche di impiego e procedure comuni fra il personale dell’Aeronautica Militare e del Soccorso Alpino, consolidando il pluridecennale rapporto che vede le due istituzioni lavorare in sinergia per lo stesso scopo: la salvaguardia delle vite umane in pericolo.
Recupero con verricello sulla falesiaAtterraggio fuori campo in prossimità del personaleRecupero barella al verricelloVerricello in braga doppia per Aerosoccorritore AM e Soccorritore CNSASCalata del cavo per l’aggancio della barella verricellabileSquadra mista CNSAS e AM in contatto radio con l’elicotteroPreparazione della barella per l’aggancio al verricelloHH-139B al suolo in attesa di imbarcare il team in addestramentoAtterraggio fuori campo per l’HH-139BHH-139B in hovering
L’82° Centro SAR è uno dei Reparti del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare che garantisce, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, senza soluzione di continuità, la ricerca e il soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà, concorrendo, inoltre, ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di ammalati in pericolo di vita e il soccorso di traumatizzati gravi, operando anche in condizioni meteorologiche severe. Dalla sua costituzione ad oggi, gli equipaggi del 15° Stormo hanno salvato più di 7500 persone in pericolo di vita. Dal 2018 il Reparto ha acquisito la capacità AIB (Antincendio Boschivo) contribuendo alla prevenzione e la lotta agli incendi boschivi per la Regione Siciliana.
[Fonte: Aeronautica Militare – 82° Centro SAR – Ufficio Pubblica Informazione e Comunicazione]
Nel secondo anniversario della scomparsa del nostro amato Presidente Emerito, il Generale di Divisione Aerea Carmine “Nino” De Luca, il Consiglio Direttivo ha deciso di rendergli omaggio pubblicando la sua ultima intervista rilasciata al Generale Gustavo Cicconardi e alla dott.ssa Barbara Manca, per il loro libro “Operazione Allied Force OPLAN 10601 – Il conflitto aereo per il Kosovo raccontato dai protagonisti“.
Il libro, che ha la prefazione dell’Ambasciatrice Laura Mirachian (che fu Capo Missione a Belgrado proprio negli anni drammatici delle guerre balcaniche e che è venuta a mancare lo scorso 21 marzo) e postfazione del Generale di Squadra Aerea Mario Arpino (ex Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e Capo di Sato Maggiore della Difesa negli stessi anni), contiene un intero paragrafo dedicato alle operazioni che gli HH-3F del 15° Stormo svolsero nel contesto dell’Allied Force.
Lo scorso 24 marzo 2026, presso la base del 15° Stormo di Pisignano di Cervia (RA), si è svolta la cerimonia per il centenario dell’83° Gruppo SAR (Search and Rescue), un traguardo importante e che racchiude cento anni di evoluzione operativa, dedizione e spirito di servizio.
La data di nascita dell’83° Gruppo in realtà è il 5 novembre 1925, giorno in cui fu istituito ad Augusta (Siracusa) e assegnato al 27° Stormo Idrovolanti. I festeggiamenti sono stati posticipati di qualche mese per poter approfittare di un clima primaverile e la scommessa è stata vinta grazie ad una giornata di sole e cielo azzurro.
Nel corso di un secolo, l’83° Gruppo ha rappresentato un riferimento fondamentale nella capacità di ricerca e soccorso dell’Aeronautica Militare, adattandosi costantemente all’evoluzione degli scenari operativi: dalle prime missioni di ricognizione aerea alle trasvolate oceaniche, dall’impiego delle squadriglie idrosoccorso fino alle moderne operazioni di Combat SAR. Un percorso caratterizzato da continua innovazione tecnologica e addestrativa, sempre guidato dai valori fondanti del servizio alla collettività.
Più di 800 missioni di soccorso e migliaia di vite salvate, spesso in condizioni meteorologiche e ambientali estremamente complesse, sono i numeri che meglio testimoniano l’impatto di questa eredità fatta di dedizione e professionalità degli equipaggi ed elevata prontezza operativa, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno.
La cerimonia ha visto la presenza del Comandante delle Forze per la Mobilità e il Supporto dell’Aeronautica Militare, il Generale di Divisione Aerea Alessandro De Lorenzo, il quale – unitamente ad altre autorità civili e militari – ha dato lustro ad una partecipazione sentita di numerosi appartenenti ed ex appartenenti al Gruppo, uniti da un forte senso di appartenenza e da una comune esperienza operativa.
Nella sequenza degli interventi, dapprima quello del Maggiore Simone Agostinelli, Comandante dell’83° Gruppo SAR, poi quello del Colonnello Antonio Viola, Comandante del 15° Stormo, e infine in quello del Generale Alessandro De Lorenzo, è stata rimarcata l’eccellenza del personale e il valore di una tradizione costruita nel tempo.
Un momento di profondo raccoglimento è stato organizzato per ricordarecolorochehannosacrificatolavitanell’adempimentodeldovere: colleghi, amici fraterni che sono nel cuore e nella memoria ed esempio luminoso di dedizioneealtruismo.
Certamente tra i momenti più attesi e significativi della giornata sono stati lo svelamento del logo ufficiale del Centenario e della livrea “special color” dedicata alla ricorrenza, simboli dell’identità e della storia del Gruppo.
La giornata è stata suggellata con il sorvolo in formazione di due elicotteri HH-139 che hanno eseguito il tradizionale “passaggio bandiera” sulle note dell’Inno Nazionale.
L’83° Gruppo SAR è entrato nel suo secondo secolo di attività quale realtà tra le più operative e rappresentative dell’Aeronautica Militare, sempre pronto a intervenire con tempestività e competenza, fedele al proprio motto storico “Affinché altri possano vivere” e a quello che campeggia ora nella patch del Gruppo “Il privilegio di salvare vite”, un omaggio al Maggiore Stefano Bazzo che ne scrisse per la Rivista Sicurezza Volo e che è deceduto insieme agli altri Angeli del SAR nell’incidente di volo di Lisle-en-Barrois (Francia) del 2008.
Per i primi cento anni dell’83° Gruppo, per il 15° Stormo e per l’Aeronautica Militare, Mammajut!
Il banner con il logo del CentenarioDettaglio della coda dello “Special Color”Da Sx a Dx: il Col. Viola, il Gen. De Lorenzo e il Magg. Agostinelli. Quest’ultimo consegna la serigrafia commemorativa al Comandante del CFMS.Il passaggio bandiera dei due HH-139Il passaggio bandiera dello “Special Color”
[Fonte: Aeronautica Militare – 15° Stormo – Ufficio Pubblica Informazione e Comunicazione]
Tra i tanti eventi che hanno contraddistinto il passaggio delle Squadriglie sarde nel glorioso 15° Stormo (avvenuto nel novembre 2013), uno in particolare ha assunto un’importanza speciale per il personale del più giovane Centro del 15°, l’80° Centro SAR con sede presso la base aerea di Decimomannu, ovvero la preparazione e la posa del mitico AB-212 quale Gate Guardian.
Questa macchina volante ha servito nelle basi sarde di Decimo e Perdasdefogu con i colori delle 670^ e 672^ Squadriglia, oggi componenti l’80° Centro, dal 1979 in due versioni che si differenziavano prevalentemente dal punto di vista avionico: l’AB-212 AWTI e l’AB-212 AMI.
L’iconico elicottero, la cui inconfondibile silhouette praticamente immutata dalla Guerra del Vietnam, ha rappresentato per anni la storia del Soccorso militare e civile in Sardegna, poiché per decenni ha costituito l’unico aeromobile in grado di portare a termine Operazioni di Soccorso Aereo ognitempo, ma non solo.
Le attività peculiari delle Squadriglie e le esigenze di concorso a favore della collettività, nel corso della sua ultratrentennale attività operativa, sono state molteplici e hanno spaziato dall’antincendio boschivo al recupero di radio bersagli presso il Poligono Interforze del Salto di Quirra (PISQ). Negli anni, menzionando numeri per difetto (purtroppo mancano alcuni report del primo periodo di servizio attivo) l’HH212, denominazione con la quale ha concluso la sua “carriera”, ha volato circa 40mila ore di volo, delle quali circa 2500 in missioni operative di soccorso, salvando la vita a circa 500 persone.
Numeri che, unitamente a quelli registrati presso tutte le Squadriglie Collegamento e Soccorso della Penisola, riportano fedelmente il valore di questo mezzo aereo. L’HH-212, nella sua versione ICO (Incremento Capacità Operative) è stato impiegato nel teatro operativo dell’Afghanistan dal 2007. Con il 212 è stata avviata la collaborazione con la Croce Rossa Italiana, qualificando le Sorelle Assistenti dell’Aria S.A.R., e con il Club Alpino Italiano (oggi in modo strutturato con il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) e che tutt’ora proseguono con proficuo successo.
Per tutte queste ragioni e perché è stato un fedele compagno di vita, lo scorso luglio 2025 (sì, lo so, siamo a gennaio 2026, ma il tempo vola quando ci si diverte!), il personale dell’80° ha voluto tributare un saluto commosso e sentito al suo “padre di famiglia” e al suo onorato servizio ponendolo a “guardia” della sede e ad auspicio del radioso futuro che attende il Centro con il suo moderno successore l’HH-139B.
Ovviamente gli abbiamo dato il bentornato a casa gridando all’unisono il “Mammajut”, il grido che ci è entrato nelle vene e che ci rende orgogliosi e fieri di poter far parte della grande famiglia del 15° Stormo e di avere “il privilegio di salvare vite” (come scrisse l’indimenticato Stefano Bazzo).
Gli equipaggi dell’82° C.S.A.R. si sono esercitati in attività di recupero col verricello in zone impervie, aumentando la prontezza operativa in scenari complessi.
Lo scorso 20 ottobre 2025, gli equipaggi dell’82° Centro S.A.R. (Search and Rescue) di Trapani, hanno preso parte ad una importante esercitazione congiunta con il C.N.S.A.S. (Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico) Sicilia e un’unità cinofila dell’Arma dei Carabinieri. L’obiettivo comune è stato l’addestramento e il perfezionamento delle tecniche di recupero in ambiente montano e impervio.
L’equipaggio dell’82° Centro S.A.R. – composto da Capo Equipaggio (CE), Secondo Pilota (2P), Operatore di Bordo (OB) e Aerosoccorritore (ARS) – ha operato in sinergia con 15 tecnici del Soccorso Alpino e l’unità cinofila dei Carabinieri. L’attività primaria è stata l’effettuazione di operazioni di addestramento e, per coloro che si approcciavano per la prima volta, formazione incentrate sul recupero di persone tramite l’uso del verricello in zone di difficile accesso.
Dopo i briefing preparatori tenutisi nella base aerea di Trapani Birgi, sede dell’82° Centro S.A.R., sono state effettuate quattro sortite, per un totale di sei ore di volo, con un degli elicotteri HH-139B in dotazione al Reparto.
L’area designata per l’esercitazione è stata la falesia situata tra Macari e San Vito Lo Capo (Trapani). Qui sono state simulate operazioni complesse, tra cui il recupero di feriti mediante l’utilizzo della barella verricellabile, oltre all’imbarco, sbarco e impiego delle unità cinofile.
Tali operazioni, comuni tra i vari Centri S.A.R. del 15° Stormo, mirano ad aumentare la velocità di intervento e l’efficacia del personale coinvolto in caso di soccorsi particolarmente difficili in aree montane impervie. L’esercitazione è stata completata con sessioni di volo notturno durante i quali sono stati effettuati recuperi con verricello e l’utilizzo di visori NVG (Night Vision Goggles).
Un operatore cinofilo ed il suo cane a bordo del HH139Un momento dei recuperi con verricello di notte
L’82° Centro SAR è uno dei Reparti del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare che garantisce, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, senza soluzione di continuità, la ricerca e il soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà, concorrendo, inoltre, ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di ammalati in pericolo di vita e il soccorso di traumatizzati gravi, operando anche in condizioni meteorologiche severe. Dalla sua costituzione ad oggi, gli equipaggi del 15° Stormo hanno salvato più di 7500 persone in pericolo di vita. Dal 2018 il Reparto ha acquisito la capacità AIB (Antincendio Boschivo) contribuendo alla prevenzione e la lotta agli incendi boschivi per la Regione Siciliana.
[Fonte: Pubblica Informazione 82° Centro SAR-15° Stormo dell’Aeronautica Militare]
L’insegnante di MTU era precisissimo. Almeno tanto quant’era preparato. Ci mostrò ogni virgola e vite dell’HH3F. Le sue interrogazioni erano memorabili. Eravamo giunti al punto di sapere praticamente tutto della macchina che di lì a poco avremmo pilotato, persino il valore dei filtri distribuiti nell’impianto idraulico: cinque micron. Era riuscito a inculcarci l’idea di un capolavoro tecnologico che, a tratti, sembrava sfiorare la delicatezza dei meccanismi di precisione.
Al termine del corso, questa convinzione ci accompagnò nelle nostre nuove destinazioni. Iniziai il tour della mia Base scortato da uno straordinario Sottufficiale, Specialista di qualifica (definizione dell’epoca), ma soprattutto speciale di carattere. Tanto da essere considerato urbi et orbi il nume tutelare dell’84° e anche dell’intero Stormo: l’indimenticabile Dante Stifanelli.
Quando varcai la soglia dell’hangar di manutenzione, i lavori fervevano. Man mano che mi avvicinavo, un rumore particolare diventava sempre più nitido. Un HH troneggiava sulla destra, con tanti tecnici attorno ai suoi pannelli aperti. Quasi abbracciato a uno di essi, uno Specialista risaltava rispetto agli altri. Barba lunga, riccia, occhi di bragia e vocione dalla forte inflessione locale: un personaggio a prima vista. Il rumore si arrestò. Lui mi diede il benvenuto, scambiammo qualche parola e poi riprese a lavorare.
Istantaneamente, lo strano rumore risuonò daccapo. Guardai più attentamente. Restai di sale. Quell’uomo stava impugnando uno strumento impensabile. Perché, dinanzi ai miei occhi ancora imbevuti di cifre e micro regolazioni, un pesante martello di legno sembrava calare sugli steli idraulici a guisa di mannaia. “Ma come? I cinque micron? Che fine hanno fatto?”, mi chiesi incredulo. Ero finito nell’antro di Efesto? No, affatto. Oppure sì, se si considera la bravura del dio greco. Infatti, bastò pochissimo per capire la grande abilità manutentiva di quegli uomini.
Qualche anno dopo iniziarono i miei trasferimenti. Ma rientrai di nuovo a Brindisi, questa volta da Comandante, prima di spostarmi ulteriormente in altre mete lontane.
Da allora ho rivisto Occhi di bragia solo due anni fa. In pochi minuti abbiamo riassunto storie di anni. Compreso il suo inatteso “Lei è stato l’unico a…”. Non si riferiva a un episodio direttamente legato al volo. Ma richiamava una pagina di vita tra uomini che hanno incrociato i loro percorsi sino a stringersi in un abbraccio, con l’identico aroma di sigaro all’anice emanato dalla sua barba, capace di trasportarmi in un attimo al nostro primo incontro. E al ricordo del mio insegnante.
Pochi giorni dopo, il Raduno a Vigna di Valle per celebrare l’esposizione dell’HH 3F nel Museo AM fece vorticare ancor più i pensieri, mentre mi sfilavano dinanzi i volti di una vita. D’altronde, da buon alato rotante, ho continuamente sostenuto che bisogna avere sempre qualcosa che ruoti in testa. Ovviamente facendo il gesto del rotore con l’indice della mano.
Tornato a casa, feci spazio in libreria per riporvi l’ultimo volume Nec In Somno Quies (NISQ), ritirato al raduno. Nascosta tra le varie copertine sullo scaffale, una cartellina blu scivolò a terra con i suoi fogli. Sorprendenti. Perché all’improvviso riapparivano pagine dimenticate lì da anni, che narravano un’avventura di tanto tempo prima. Il protagonista? Ebbene sì, proprio lui, il mio famoso insegnante di MTU, che in realtà era innanzitutto uno tra i più esperti e qualificati Piloti Istruttori.
Quindi, per un’imprevedibile e casuale serie di avvenimenti, nell’arco di una manciata di giorni mi trovai a rivivere fatti e situazioni che coprivano l’inizio e la fine della mia attività di pilota H24 in seno al Quindicesimo, tutti marcati da un comune denominatore: lo stesso Ufficiale.
Come chiamare simili eventi? Coincidenze? E come mai quel racconto tornò alla luce nell’esatto momento in cui stavo sistemando un libro che, manco a farlo apposta, raccoglieva vicende di volo?
Ho subito pensato che quel lontano avvenimento sarebbe immediatamente entrato in un volume NISQ. Era stata un’esperienza fortissima e aveva messo alla prova tutte le capacità del Capo Equipaggio. Il quale avrebbe sicuramente descritto anche tanti altri momenti se l’Amor chetutto move non l’avesse chiamato lì, in alto, nel Paradiso dei Piloti.
Allora, perché ne parlo io adesso? Tutto scaturisce dal rapporto di grande amicizia e stima professionale con questa persona, nato per l’appunto sui banchi dell’MTU e continuato sino all’ancor oggi incredibile atto finale.
Fu quindi assolutamente naturale incontrarci nei giorni immediatamente successivi all’episodio, per ragionare sull’accaduto.
Io avevo lasciato da poco lo Stormo per lo Stato Maggiore, destinato alla Sacrestia (nickname allora del 1° Reparto) e il mio ex insegnante (da ancor meno tempo) aveva lasciato il Comando del Centro Addestramento Equipaggi (CAE).
Era una storia troppo interessante. Decidemmo di assegnarci due ruoli. A lui andò, logicamente, la parte del protagonista. Io assunsi, invece, quella dell’intervistatore, per raccogliere le sue sensazioni e riversarle in un articolo, a sua firma, che non ho mai saputo se sia effettivamente apparso o meno sulla Rivista Sicurezza del Volo. Come non conosco, peraltro, neppure i risultati dell’Inchiesta.
Ma qual è, dunque, il nome di questa straordinaria figura? Eccolo, finalmente. È quello di un altro indimenticabile personaggio: Gino Fischione.
Con lui mossi i primi passi sull’HH-3F. La passione per il volo era l’elemento che ci accomunava e lui riusciva a trasmettere la sua con enorme entusiasmo. Non con le semplici parole, ma con la ricerca tendente alla perfezione della manovra, attraverso la corretta regolazione dei parametri, frutto di attenti studi, e l’armonico sviluppo delle traiettorie in rapporto allo spazio.
Abbiamo volato tante volte insieme sull’H3, ma anche su altre macchine e in Stormi diversi. Finanche all’aeroclub. In ogni missione siamo andati alla ricerca della soglia più avanzata possibile per la specifica attività. Grande pianificazione iniziale e poi in volo. In campo e fuori campo. Sull’impegnativa vetta del Gran Sasso (un suo must) o al largo sul mare. A bassissima quota o in strumentale. Con i visori notturni o nell’applicazione delle tattiche evasive. Nello studio delle manovre di presentazione per gli Air Show o nell’atterraggio in aree ristrette, dove bisognava incunearsi tra le montagne con traiettorie serpeggianti per intercettare l’unico sentiero idoneo a centrare spazi poco più larghi del rotore. Sino alle tante (oggi impensabili) simulazioni di emergenze combinate, in ogni condizione, con un dosaggio attentissimo dei comandi e le lancette degli strumenti che rasentavano i limiti.
Una concentrazione totale che imponeva il ricorso a tutte le proprie capacità, per sentirsi in piena sintonia con il mezzo. Ma sempre nel massimo rispetto della sicurezza e con la convinzione, quando tornavi a terra, di aver provato e imparato ogni volta qualcosa in più, per essere pronto a operare al meglio nelle situazioni reali. Avevamo stabilito quel feeling così raro che, quando accade, ti dà il senso di una vera ricchezza.
Era una tale sintonia di pensieri che, nell’ascoltare la descrizione della sua emergenza, piena di congetture, percezioni ed emozioni a ogni parola, mi sembrò di rivivere quell’avventura assieme a lui nel cockpit.
Dal nostro incontro scaturì la storia illustrata poche righe più sotto. E con essa la risposta alla precedente domanda del perché sia io a parlarne ora.
Il motivo è il desiderio di rendere omaggio a una Figura di rilievo attraverso uno scritto che, accanto alla mia, avrà anche la firma di Gino (con la speranza che me lo conceda da lassù), per tutto ciò che ha vissuto, dimostrando di saper gestire un’evenienza altamente critica, grazie al suo instancabile desiderio di entrare in contatto con la macchina e sentirla propria in ogni condizione. Anche la più problematica. Anche quando un secondo sembra durare un secolo.
Quest’enorme dilatazione del tempo emerge dal racconto riportato di seguito, dove Gino parla in prima persona.
«Ero davvero felice di andare in volo. Avevo lasciato il comando del CAE da pochi giorni e i preparativi per il cambio mi avevano tenuto più lontano del solito dal mio impegno quotidiano: volare, per l’appunto. Per questo motivo, ero completamente preso dalla pianificazione.
Chino sulla carta di navigazione, assaporavo appieno la sottile eccitazione che prelude a ogni decollo. Volevo immergermi nel blu. E poi, avevo un motivo in più per essere allegro: i miei passeggeri.
Avrei mostrato il “mio” HH3F a una squadra del Centro Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico (CNSAS), gli alpinisti aerosoccorritori che usavano in prevalenza l’AB212 e nemmeno immaginavano le capacità di questo magnifico vettore. Con tali pensieri in testa, staccai finalmente le ruote da terra per una missione di rinnovo carta strumentale.
A bordo eravamo in tredici: io, istruttore, con trent’anni e più di Aeronautica, innamorato perso del volo; il giovane allievo, determinato a fare una bella missione e con qualche perlina di sudore tra una radiale e l’altra; l’equipaggio, sornione in postazione; dietro, gli amici alpinisti, curiosi indagatori del nuovo elicottero.
L’aria, fuori, era calma e tersa, senza la minima turbolenza. Qualche migliaio di piedi più sotto si stendeva la placida immensità del mare.
Trasparenze rosa e azzurre all’esterno, clima cordiale e amichevole in cabina: cosa ti aspetti in una situazione del genere? Di livellare tra 500 piedi, proseguire verso Ponza e…certamente non di sentirsi in una frazione di secondo come cubetti di ghiaccio nello shaker!
La quiete idilliaca era sparita di botto. Ciò che vedevo all’esterno era inspiegabile. Non avevo più una sola traccia del discorotore a segnare la mia posizione rispetto all’orizzonte, ma ben due. Circa mezzo metro più sotto rispetto alla normale linea, infatti, se n’era formata una seconda. Ragion per cui, a ogni giro delle pale (avete idea di quanti giri al secondo compia il rotore di un elicottero?), tutte le persone a bordo, me compreso, erano forsennatamente sbattute prima in aria, poi in basso e in ogni direzione. Sembravamo palline da ping-pong in un match serratissimo.
Le mani stringevano i comandi, la mente andava a mille. Cercavo soluzioni, ma non capivo nulla. Le indicazioni che avevo non erano contemplate in nessuna procedura. Non sapevo cosa fare. Quell’emergenza non era prevista. Non poteva esistere.
L’unico dato di fatto era che l’elicottero sembrava ingovernabile. Aiuti? Zero assoluto. Tranne la voce del mio istinto. Volevo tentare qualcosa di simile a un’autorotazione, ma era impossibile abbassare completamente la leva del collettivo. Intuivo, però, che l’unica alternativa praticabile doveva per forza limitarsi a una lieve pressione verso il basso.
Intanto continuavamo a essere shakerati ma, nonostante la vigile attenzione (la parola paura non suona bene), la mente era lucida. Perciò riuscii a realizzare che quella manovra consentiva di stabilizzare almeno in parte le vibrazioni. Erano sempre violente, per usare un eufemismo, ma l’elicottero dava segni di risposta ai miei input.
Decisi di iniziare la discesa, sperando che fosse controllabile e non mi costringesse a seguire la legge del caddi come corpo morto cade di dantesca memoria. Flutter, risonanza, distacco del rotore: i miei pensieri erano ipotesi molto, molto probabili in quel frangente.
Fu un momento decisamente particolare che mi si è fissato in testa, soprattutto perché sentii crearsi a bordo un’unica coscienza. Non eravamo più i singoli membri di un equipaggio, ma una sola mente che tentava di trovare spiegazioni, comportamenti, soluzioni. Non c’era spazio per l’artiglio della paura. Pensavamo unicamente a cosa fosse accaduto e a come risolvere il problema. All’unisono.
Nonostante gli sforzi, però, il nostro CRM non produceva nulla di concreto. Avevamo chiuso il piano di volo IFR e ci trovavamo in un’interminabile discesa a vista verso la costa, una riga a poche miglia dai nostri occhi, ma a un’infinità dai nostri cuori.
Sballottati ovunque, eravamo in contatto con un PD 808 che aveva raccolto il nostro segnale d’emergenza e ci seguiva a distanza ravvicinata, imitato più tardi anche da un SF 260 che si aggiunse ai testimoni della nostra piccola (?) odissea.
Erano trascorsi otto lunghissimi, spasmodici minuti. La terra era lì, a sole due miglia, ma ogni tentativo di raggiungerla era vano. La rabbiosa reazione dell’elicottero amplificava incontrollabilmente i sobbalzi.
Non c’era più nulla da fare. Ero costretto ad ammarare. La prospettiva non mi piaceva affatto, ma la calma piatta del mare in qualche modo mi rassicurava. E quindi giù, muso a cabrare, velocità in diminuzione e, infine, ballando, ballando ancora un minuto, il tanto atteso contatto con l’acqua.
I grandi spruzzi del deciso splash ci annunciarono che eravamo finalmente in salvo.
La speranza era stata tanta, ma ci convincemmo di aver fatto bene a sperare solo quando riuscimmo a spegnere i motori e ad arrestare il rotore. Ora, fermi in mezzo al mare, potevamo assistere allo spettacolo di una pala che penzolava decisamente inclinata sulla nostra testa, trasposizione reale di una spada di Damocle ormai neutralizzata.
Il tempo di arrampicarsi sulla fusoliera e l’arcano sparì. Una pala del rotore era fuoriuscita dalla sede. Si era sboccolata. Un brutto termine che racchiudeva effetti ancor più brutti. Ma nel frattempo, i Nostri erano partiti ed erano già arrivati in zona.
Così, seduti in cabina, a mollo nel Tirreno, avemmo modo di vivere un’altra emozione. La stessa che prova una persona in pericolo quando sente sopra di sé il possente e inconfondibile rombo dell’HH3F.
In quel momento, ormai, per noi non c’era altro che qualche abbondante litro d’acqua di mare a bordo. Ma vedere l’H3 che recuperava la squadra del CNSAS nel rosseggiare del tramonto, fu uno spettacolo avvincente. E dire che la giornata non era stata certo avara di emozioni.
Sani e salvi, i nostri amici s’involarono verso la Base. Ma non l’equipaggio. Nessuno si sentì di abbandonare l’elicottero e i propri compagni. Neppure quando la vedetta della Capitaneria di Porto, giunta nel frattempo, iniziò a trainare il mezzo in panne sino al porto di Anzio.
Tutti insieme controllavamo con il GPS che la velocità non superasse i prescritti tre nodi. In realtà, inseguivamo i nostri pensieri a una velocità di gran lunga maggiore.
Infine, anche la nostra navigazione marittima terminò e, dopo lunghissime ore, riuscimmo a rimettere piede sulla terraferma.
Che bella sensazione sarebbe stata se non avessi sentito un discreto tremore attanagliarmi prima lo stomaco, poi il braccio, i muscoli e, infine, il corpo intero. “Adesso mi prenderà anche alla gola e non riuscirò neanche a parlare. Che figuraccia!”, pensavo.
Ma non accadde, né con il Comandante della Capitaneria, né con il cameriere del ristorante dove arginammo i morsi della fame (ma erano realmente della fame?). Non avvenne nemmeno quando vidi sulla porta mia moglie e mia figlia che, con il loro abbraccio, conclusero quell’incredibile avventura e placarono ogni tremore.
In mente mi tornavano soltanto le parole di un vecchio, caro Maresciallo pilota: “E anche questa volta abbiamo riportato lo scheletro a casa”.
Erano le 2:30 della notte. Il giorno prima era stato il 13 dicembre, Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia. Ma c’è sempre un’eccezione che conferma la regola, non è vero?».
Giorgio F. Russo e Gino Fischione
(P.S.)
Nonostante avessi messo su carta queste parole già un paio d’anni addietro, non le avevo ancora inoltrate all’Associazione Gente del 15°. Perché? Mistero per me stesso. Ma ora il galoppante incedere del tempo ha fatto scoccare una data particolare. Dieci anni da quell’ultimo volo sulla Terra di Gino Fischione: il suo decollo verso l’Empireo, il cielo più alto. Accanto a lui un altro amico, Paolo Caruso. Una Santa Messa in loro suffragio è stata celebrata il 20 ottobre 2025, nel Pantheon di Roma.
Mentre pensavo a cosa scrivere, ho distolto lo sguardo dalla tastiera. Sembrava che il piccolo casco-fermacarte dinanzi a me fosse diverso dal solito. Me lo diede proprio Paolo. Ora, invece, mi trovo a rivolgere le mie preghiere all’Altissimo per lui. Le stesse che innalzo all’Onnipotente per Gino. Ma stavolta penso che sia davvero giunto il momento di accompagnarle anche con questo suo ricordo a quattro mani, per noi uniti in fratellanza dal rombo del rotore.
Ad memoriam
Foto 1: da sinistra, Giorgio Russo, Gino Fischione e Leonardo (Leo) Lella, pilota civile, giornalista e appassionato di Aeronautica, soprattutto del 15°. Con Leo ho stretto i rapporti all’indomani dell’incidente di Gino. Lo ricordavamo sempre. Ma, da pochi giorni, pure Leo ha improvvisamente raggiunto Gino. Anche per lui levo in Alto le mie preghiere.Foto 2: Palazzo Aeronautica – Disegno murale di Marcello Dudovich
Lunedì pomeriggio, 20 Ottobre, nella cappella all’interno del Pantheon a Roma, si è tenuta una messa in suffragio in coincidenza del decennale della scomparsa degli amici Gino Fischione e Paolo Caruso, che persero la vita in un tragico incidente aereo in località Campomorto, fra i Comuni di Lanuvio ed Aprilia, al confine delle province di Roma e Latina, mentre effettuavano un volo di prova di un elicottero ultraleggero R22 di una società di Aprilia.
Ad organizzare la funzione è stata la nipote di Paolo Caruso, che oltre ad essere stato un pilota dell’Aeronautica, era una “Guardia d’Onore” al Pantheon.
Non potevano mancare gli Amici, che in rappresentanza di tutta la Gente del Quindicesimo, li hanno voluti ricordare. Alla fine della messa è stata letta e ne ho avuto l’onore, la preghiera dell’Aviatore.
Il Mammajut, per rispetto del luogo in cui ci trovavamo non è stato possibile “urlarlo”, ma in cuor nostro e a bassa voce glielo abbiamo dedicato: “Mammajut Gino… Mammajut Paolo…”
La cappela del PantheonUn momento della funzione religiosaLo stendardo delle Guardie d’OnoreLa lettura della preghiera dell’Aviatore
Lo scorso lunedì a Creola di Saccolongo (PD) è stato reso omaggio alle vittime dell’incidente aereo del 20 ottobre 1977 che ha causato la morte di cinque militari del 15° Stormo che erano a bordo di un elicottero Augusta Bell 204B.
Sono passati 48 anni dall’evento e desidero ricordare al lettore cosa successe.
L’AB-204 ebbe una emergenza grave che non permetteva di proseguire il volo: era necessario un atterraggio d’emergenza immediato. Ma la sorte non fu benevola e sulla traiettoria di discesa c’era una scuola materna e la canonica. L’equipaggio, con perizia e profondo senso del dovere, valutato l’imminente pericolo che sarebbe da lì occorso, riuscì – con l’energia residua – ad evitare abilmente il campanile della chiesa parrocchiale e la scuola, impattando rovinosamente al suolo in un campo coltivato.
Il Tenente Pilota Michele Grande, il Maresciallo Benito Stasi, il Sergente Francesco Santoruvo, il Sergente Sommozzatore Salvatore Pinto (del 3° Distaccamento SAR di Grottaglie) e il Maresciallo Infermiere Alfredo Miccoli (della Scuola Centrale Istruttori Volo – SCIV) persero la loro vita ma salvarono quella delle persone, dei bambini, che ignari stavano vivendo la loro.
La funzione religiosa è stata officiata da Don Emilio Moro, alla presenza del Sindaco di Saccolongo Signor Steve Garbin, del Presidente dell’Associazione Arma Aeronautica, Sezione di Padova, il Colonnello Aldo Palmitesta, del Comandante l’84 Centro SAR, Tenente Colonnello Ivano Sorrentino, di personale militare, di rappresentanze delle Associazioni combattentistiche e d’Arma, e autorità civili del luogo.
La cerimonia, sempre sentita e intensa, si è conclusa con il ricordo dei nostri colleghi Caduti che con l’estremo sacrificio impedirono il coinvolgimento di civili innocenti.
A loro il rinnovo di eterni cieli blu e il nostro Mammajut!
La messa di suffragioIl memoriale all’ingresso
La lapide al cimitero
Lo schieramento del personaleGli onori militari dopo la deposizione della corona d’alloro
Lo avevamo promesso il 23 novembre 2024, quando si è svolto a Ciampino il 1° Raduno del 46° Centro Protezione Civile, in occasione del quarantennale della sua costituzione: ci dobbiamo rivedere almeno una volta l’anno! – ci dicemmo.
E così, mercoledì 15 ottobre 2025, ci siamo rincontrati per il 2° Raduno 46° Centro Protezione Civile, in una delle località più significative della storia del Reparto: il lago di Bracciano.
È qui che tutti noi avemmo il primo approccio con gli ammaraggi, i primi scoop, i primi sganci.
È qui che versammo litri di sudore.
Siamo un po’ meno dello scorso anno: gli anni avanzano, siamo tutti pensionati e gli effetti degli acciacchi hanno impedito a qualcuno di raggiungerci.
Eppure ci siamo.
Sembra che ci siamo salutati l’altro ieri e non quasi un anno fa.
Strette di mano calorose, sorrisi, sullo sfondo di un meraviglioso lago “piatto” come non lo era mai stato “ai nostri tempi”, e un Canadair CL-415 dei Vigili del Fuoco che si addestra… come noi 41 anni fa sul CL-215.
Il tempo scorre veloce seduti a tavola, fra un piatto e un altro, fra un bicchiere di vino e un altro fra racconti e memorie.
Memorie e racconti “nuovi” che non ci eravamo detti un anno fa e che fanno intendere quanto intensa sia stata la nostra vita in quei “brevi” 4 anni ormai relegati alle “Memorie Storiche del 15° Stormo”.
Si ricordano anche i nostri amici che non ci sono più: Carlo, Italo, Eros, Rosario, Giampaolo, Sergio, Lucio, Paolo, Pietro, Gianfranco, e l’ultimo volato via, Firminio.
La promessa e la speranza di rivedersi tutti quanti il prossimo anno (o anche prima) è rinnovata: siamo tutti aviatori a riposo ed ormai la nostra “parabola” da un pezzo ha superato l’apice.
Ho anche il piacere di rincontrare l’istruttore del mio “pre solo”, di quando da Allievo del Primo Corso iniziai a mettere le ali a Latina, che non vedevo dal lontano 1979 e che si è unito a noi: ha finito la sua carriera da pilota volando con i Canadair in Turchia.
Oggi è lui la mia “ciliegina sulla torta” di una magnifico pomeriggio di ottobre.
Nevio Lorenzoni era un “omone tutto d’un pezzo” alto, robusto e con una barbetta brizzolata che lo faceva somigliare a “Capitan Findus”, soprattutto quando fumava la pipa.
Ufficiale di Complemento, pur non brillando nella “forma militare”, aveva molta, molta sostanza come “pilota” e, complice anche il carattere affabile e gioviale, nonostante l’aspetto burbero, si faceva ben volere da tutti: raramente infatti indossava gli scarponi da volo “dell’Amministrazione” adducendo le seguenti scuse:
“Sti scarponi so’ no schifo: dopo du vorte che l’ho messe se so’ aperte”,
oppure
“Ar magazzino nun ce stà ‘r numero mio”
… e quindi indossava delle polacchine marroni fuori ordinanza, che ormai anche i superiori tolleravano, perché “so’ anche più comode” – diceva.
Pur essendo il Comandante della 615ª Squadriglia Collegamenti, gli piaceva volare solo con l’elicottero AB-212, evitando il SIAI 208 ed il P166.
Un giorno gli chiesi: “Nevio, perché non voli mai con il SIAI 208?”
Mi rispose: “Quer coso nun me piace. C’ha’r rotore troppo piccolo: nun fa l’autorotazione”.
Un’altra volta gli chiesi:
“Nevio, ma tu l’abilitazione sull’HH-3F l’hai fatta?”
Mi rispose:
“Ma che so’ scemo? Seee…e poi così me tocca fà pure gli allarmi! Io la sera vojo sta’ a casa mia sul mare a Terracina!”
In effetti, Nevio aveva una bella casa affacciata sulla spiaggia di Fondi, molto vicina a Terracina e, per questo, il suo pendolarismo non gli pesava molto.
Raramente dormiva in aeroporto, ossia solo quando era di servizio come Ufficiale d’Ispezione.
Ma, nonostante le apparenze e le espressioni da “ma chemmenefregammè” era uno di quelli sempre presente e disponibile:
“C’è da portare un pacco a Brindisi: chiamate Lorenzoni”;
“C’è da prendere dei documenti a Rimini: chiamate Lorenzoni”;
“C’è da fare il cambio equipaggio del Canadair a Pisa: chiamate Lorenzoni”;
“C’è da prendere il Capo di SMA da palazzo e portarlo a Viterbo: chiamate Lorenzoni”.
Ed in effetti, lui era sempre disponibile e presente pur di “dormire nel letto mio ogni sera”.
Con i primi piloti del 46° CPC (Centro Protezione Civile) si era instaurato un rapporto di reciproca simpatia anche perché durante il corso di abilitazione sulla macchina con gli istruttori canadesi i non ancora assegnati al 15° Stormo futuri piloti di Canadair erano stati ospitati nei locali della 615ª Squadriglia.
Come ogni Stormo che si comanda, i piloti “operativi” dell’85° Gruppo SAR poco sapevano su cosa effettivamente facessero “quelli della Collegamenti”: relegati in un “ufficetto” nel luogo meno visibile dell’hangar “Comando” e senza una insegna che ne evidenziasse la posizione, si accorgevano della loro esistenza solo quelle rare volte in cui gli HH-3F erano inefficienti e toccava a loro “montare d’allarme” con il 212. Altrimenti, sembrava che la 615ª fosse né più né meno un piccolo aeroclub privato a disposizione del Comandante di Stormo finalizzato solo a “far mantenere il brevetto di ala fissa” ai soliti quattro privilegiati e “andare a scazzafottere” con il S208 ed il P166.
Ma non era così.
In Aeronautica infatti, ad ognuno in cuor suo, piaceva sempre credere di sentirsi “superiore all’altro” in funzione dell’aeromobile su quale volava: i “Centoquattristi” ai “Ginovantunisti”, i Ginovantunisti a “Quelli dei Trasporti”, Quelli dei Trasporti (al loro interno a loro volta i Ci-Centotrentaisti superiori ai Gi-Duecendoventiduisti) agli “Antisommisti” e questi ultimi superiori agli “Elicotterari”.
I piloti istruttori alle Scuole di Volo erano fuori gioco perché “mica sono operativi”.
Dei piloti del 303° Gruppo di Guidonia e del Volo a Vela a mala pena se ne conosceva l’esistenza, figuriamoci quelli delle Squadriglie Collegamento!
Ed Il 31° Stormo??? Una chimera per super-raccomandati.
E così, i piloti “operativi” SAR sul mastodontico HH-3F, guardavano dall’alto in basso “i colleghi della Collegamenti” pur se ogni tanto “svolazzavano” con il SIAI 208 portandosi come passeggero un loro specialista.
Insomma Nevio era diventato un “amicone” per noi del 46 °CPC.
Un giorno di tarda primavera, era previsto un volo addestrativo con il “Cielle” proprio nella zona di Fondi.
Lorenzoni lo seppe e commise l’errore più grande della sua vita, cioè quello di chiedere al suo più grande “amicone” pilota di Canadair: “Se domani venite a Fondi, perché non passate davanti casa mia così ve faccio du foto? Magari potreste fà quarche sgancio! Fatemi un corpo de telefono prima di decollà, così me organizzo c’aa macchina fotografica sur terrazzo”
“Perché no?” – rispose il suo “amicone”, Capo Equipaggio di Canadair.
Il giorno dopo, in sede di briefing prevolo il CE (anche lui romanaccio DOC) illustrò la missione: “Bene. Dopo ’r decollo ci dirigiamo verso Cisterna di Latina, poi Borgo Piave, Terracina e Fondi. Lì vediamo com’è ‘r mare, altrimenti facciamo degli scoop sul lago di Fondi. Poi …c’è Lorenzoni che ce vuole fa’ delle fotografie: tu sai ndò abita?”
“Certo Comandante” – gli rispose il Copilota, un giovane Tenente da pochissimo qualificato sulla macchina – “Conosco casa sua perché una volta ho volato con lui da passeggero sull’AB212 e ci siamo passati sopra. Dovrei ricordarmelo.”
Dopo una mezzoretta di volo avevamo già lasciato Terracina in direzione Fondi: il mare non prometteva bene.
“Nnamo ar lago daje” – disse il Comandante – “e poi nnamo a trovà Lorenzoni”.
E così, dopo 4 o 5 scoop, decidemmo di andare a trovare Lorenzoni.
Ultimo sgancio sul lago in direzione sud, viratona a sinistra puntando il mare e già ancora prima di arrivare sulla costa intravedemmo la sua casa: “Eccola – dissi puntando il dito – è quella là!”
Mentre la sorvolavamo effettuando una vitata di 360°, intravidi Nevio che si affacciava sul terrazzo per poi rientrare a casa: poco dopo ne riusciva con la macchina fotografica sul treppiedi.
Iniziammo quindi lo show “fotografico”.
Ritornammo a caricare l’acqua sul lago, poi viratona larga a sinistra verso il mare per preparare il tratto “base” di quel circuito che ci avrebbe portato a sganciarla in mare davanti alla casa.
“TA-BOOM”: il rumore dei portelloni di scarico testimoniava il primo sgancio effettuato in direzione nord-sud.
Ci dirigemmo al lago per un secondo “scoop”.
Questa volta ci ripresentammo in finale in direzione opposta, sud-nord.
“TA-BOOM”: anche il secondo sgancio era stato fatto.
“Adesso je famo fare una foto dar davanti?” – mi disse il Comandante, aggiungendo:
“Che ne dici: jo famo??” (jo famo = glielo facciamo) guardandomi con un sorriso “diabolico”.
Non aspettò la mia risposta perché aveva già deciso.
Ci dirigemmo per l’ultima volta sul lago.
Facemmo un cortissimo scoop, il tempo di vedere gli indicatori di livello di carico appena alzarsi neanche “alla prima tacca”, dopodiché, facemmo un viratone largo a sinistra per entrare in quel tratto finale del circuito in cui il “target” era la casa di Nevio, o meglio, il suo terrazzo.
Dalla mia posizione, seduto a destra, mentre eravamo in sottovento riuscii a vedere Nevio, già in posizione di scatto, attraversarmi la visuale per tutto il finestrino di sinistra: vedevo contemporaneamente sia lui (già pronto dietro al suo treppiede) che il Capo Equipaggio, tutto concentrato e… diabolicamente sorridente!
Quel sottovento fu particolarmente lungo e lento, per consentire al buon Lorenzoni di preparare al meglio le inquadrature per gli scatti.
“TA-BOOM”: l’ultima immagine che ricordo nell’istante dello sgancio è quella di Lorenzoni che, poco prima di essere nascosto alla mia vista dal muso del Canadair, scappava allontanandosi dal treppiedi.
“Che dici – disse il Comandante – l’hamo preso?”
Quando atterrammo a Ciampino, il Comandante ricevette subito una telefonata da Lorenzoni: non ho mai saputo quale fu la sua reazione a caldo e cosa si siano detti.
Ma qualche giorno dopo, quando lo incontrai, gli chiesi: “Nevio, come sono venute le foto?”.
Lui rispose sorridendo: “A li mortacci vostra! Se v’acchiappa mi moglie ve sderena. E meno male che avevamo torto i tappeti! L’acqua è rimbalzata sur terrazzo, è entrata ner soggiorno, ha attraversato a cucina ed è uscita dar balcone dall’artro lato della casa. Comunque le foto sò venute bene… tranne l’ultima… a li mortacci vostra!”.
Nel 2019, il nostro Nevio ci ha lasciato per sempre: da allora non ritorna più la sera a dormire nel suo letto della bella casa di Terracina.
Ma io lo ricorderò sempre cosi, come “un amicone” sorridente (anche dopo il mega gavettone), un omone tutto d’un pezzo alto, robusto e con una barbetta che lo faceva somigliare a “Capitan Findus”, soprattutto quando fumava la pipa.
Nota dell’Editore
Devo ringraziare Antonello per aver condiviso un suo bellissimo ricordo di un collega che ha fatto parte e contribuito a costruire la storia del 15° Stormo.
Leggendo ho rivissuto una lontana Aeronautica Militare, quella di ancora prima che entrassi in Accademia, fatta di tanta volontà e capacità delle persone, dove l’orario di servizio, gli straordinari, non esistevano e, è vero, la componente ad ala rotante era poco considerata. Da allora, però, tanto è stato fatto ed è cambiato, soprattutto con l’introduzione della capacità Combat S.A.R. e l’impiego fuori aerea. Un’evoluzione che ha interessato tutta l’Arma Azzurra (e la società) e che oggi ci fa guardare a quel passato come ad un’epoca quasi pionieristica (e in fondo lo è stata). Oggi certe cose ci appaiono aliene, impensabili, perché la nostra mentalità è profondamente diversa e se abbiamo perso un po’ di quel senso di “famiglia” che si viveva allora, è altrettanto vero che le capacità esprimibili dal personale e dai sistemi d’arma sono molto superiori.
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