Convocazione Assemblea generale ordinaria

Carissimi amici e Soci,
è un onore per me potermi presentare come Comandante del 15° Stormo e, ai sensi dello Statuto, anche come 1° Vicepresidente dell’Associazione.

Sono io stesso socio fin dal momento in cui sono stato assegnato allo Stormo, conosco molti dei Soci, non tutti, e questo legame che trascende la distanza fisica e temporale crea una connessione trasversale che ci unisce con lo scopo di conservare e tramandare le tradizioni dello Stormo.

Di più! Lo Stormo, oggi, ha bisogno dell’associazione. All’orizzonte ci sono appuntamenti a cui non possiamo mancare. Primo fra tutti, l’80° anniversario dell’istituzione del Soccorso Aereo. Una ricorrenza, i cui festeggiamenti sono un compito già assegnato formalmente allo Stormo e che potrebbero essere occasione di divulgazione storica delle epiche e coraggiose operazioni che, oggi, trovano l’adeguato spazio nella notevole produzione bibliografica dell’AG15.
Le opportunità sono molteplici, il cui comun denominatore è la valorizzazione storica dello Stormo, delle persone che ne hanno fatto parte e un palcoscenico di visibilità per l’Associazione stessa che, così, potrebbe proliferare annoverando nuovi iscritti. Abbiamo tantissimi giovani allo Stormo. Equipaggi e tante altre professionalità. Un bacino di personale che, ad oggi, non conosce questo lato dello Stormo e se ne trova distaccato.

Cosa potrebbe significare, poter unire l’appartenenza allo Stormo con la sua storia, se non un’identificazione del personale e la coagulazione in un’unica realtà stigmatizzata dalla nostra gloriosa Bandiera di Guerra e il nostro emblema; simboli nei quali i Soci e il personale si identificano?
Ad oggi, la condizione reale dell’Associazione chiede e chiama nuove elezioni. Alla luce della indisponibilità all’interno dell’attuale Consiglio Direttivo, infatti, si rende necessario provvedere all’identificazione di uno nuovo.

L’Assemblea Generale, per poter effettuare le votazioni, è convocata in prima convocazione il giorno 10 novembre 2026 alle ore 23.30 presso i locali della Casa dell’Aviatore, 85°Centro Pratica di Mare, 84° Centro Gioia del Colle, 83° Gruppo Cervia e 82° Centro Trapani e 80° Centro di Decimomannu, per i soci delle rispettive sedi. Qualora non si raggiungesse il numero legale, la seconda convocazione è programmata il giorno 11 novembre 2026 presso i medesimi locali con inizio alle ore 17.00. L’Assemblea si terrà in modalità diffusa delle sedi indicate in collegamento in Webex.
L’Art. 15 del Regolamento (edizione 2026) prevede che “La convocazione dell’Assemblea Generale …omissis… verrà inviata ai Soci almeno trenta giorni prima della data stabilita per l’Assemblea”. In situazione di normalità la pedissequa osservanza del Regolamento è obbligatoria ma non può impedire all’Associazione di funzionare se vi è una situazione di emergenza. Le dimissioni del Presidente e di parte del CD rappresentano una situazione emergenziale alla quale si deve inderogabilmente porre in essere una immediata azione risolutiva. In tale situazione di emergenza si applica quanto previsto dallo Statuto all’Art. 7 che prevede la convocazione dell’Assemblea …almeno otto giorni prima della data fissata per l’adunanza….
Convocando pertanto l’Assemblea alla data odierna si rispetta quanto previsto dallo Statuto per la situazione di emergenza senza ledere il diritto dei soci di poter proporre iniziative da …inserire all’OdG che devono pervenire al Consiglio Direttivo almeno 20 giorni prima della data di previsto svolgimento dell’Assemblea… (Art. 15 del Regolamento).
In allegato alla lettera, che ogni socio ha ricevuto e che è stata condivisa anche via chat di gruppo, viene condiviso l’Ordine del Giorno dell’Assemblea per preventiva informazione e un compendio delle linee guide che il Regolamento stabilisce per la condotta, un utile promemoria per la gestione della riunione e, infine, il modulo per la delega, da consegnare al Socio delegato o inviare via mail alla casella di posta elettronica segreteria@gentedelquindicesimo.it.

Alcune informazioni organizzative:

    • la riunione avrà una durata di circa 2 ore, non è prevista pausa caffè;
    • ai soci è chiesto di affluire con congruo anticipo per permettere ai responsabili delle locali Sezioni di registrare le presenze e nominare i relativi Presidenti, Segretari e Scrutatori;
    • è necessario fornire i nominativi dei partecipanti e modello e targa dell’automobile/moto, per l’accesso nelle varie sedi, entro il 6 novembre 2026;
    • alla luce delle varianti allo Statuto e al Regolamento si evidenza la possibilità di ricevere fino a 3 (tre) deleghe per ogni socio effettivo;
    • i dati possono essere comunicati ai punti di contatto riportati nella lettera;
    • ogni Sezione valuterà autonomamente l’organizzazione di un eventuale evento conviviale post assemblea, con comunicazione tramite pdc e/o canali social;
    • per eventuali ed ulteriori chiarimenti sull’Assemblea Generale potrete in ogni momento rivolgervi ai pdc citati.

Nel salutare calorosamente tutti i Soci, desidero condividere la mia intima convinzione dell’importanza dell’Assemblea. Invito tutti i soci a superare ogni difficoltà, resistenze e attriti al fine di partecipare attivamente, auspicabilmente in presenza, oppure da remoto.
Per quest’ultima opzione, caldeggio vivamente di creare luoghi di aggregazione. Il nostro compito oggi, ciò a cui siamo chiamati è contribuire, con la presenza, le proposte e il sostegno alla sua vita, all’evoluzione dell’Associazione e al suo futuro. Per questo c’è bisogno che si manifestino le disponibilità a candidarsi come membri del nuovo Consiglio Direttivo. Chi vorrebbe mettersi in gioco, può comunicare la propria disponibilità ai referenti di Sezione.

Il 15° non ha mai sospeso l’allarme SAR. L’Associazione Gente del 15° sarà sempre realtà. C’è spazio per tutti. C’è un ruolo per tutti.

A rivederci presto.

MAMMAJUT!

Il 1° Vice Presidente/Com.te il 15° Stormo
Col. AArnn Pil Luca Parmeggiani
(originale firmato agli atti dell’ AG15)

Fuori dal recinto – di Giovanni Zema

 

Ci sono cose che si comprendono davvero soltanto quando ci si allontana abbastanza da poterle guardare per intero.

Per me è successo lasciando l’Aeronautica Militare.

Il 15° Stormo è stato il mio primo e unico reparto operativo. Non ho termini di paragone interni, non ho attraversato altri Stormi né conosciuto dall’interno, se non marginalmente, altre comunità professionali o altre culture operative della Forza Armata. Sono cresciuto lì, mi sono innamorato della sua missione, dei suoi aeromobili e soprattutto delle sue persone; ho portato con fierezza lo spirito dei miei anziani e costruito una parte importante di ciò che sono sull’esempio di uomini e professionisti che, pur operando spesso lontano dai riflettori, non si sono mai considerati figli di un dio minore né secondi a nessuno.

Eppure credo che in molti di noi abbia sempre abitato un sentimento strano, una sorta di inadeguatezza di fondo, non necessariamente dichiarata e forse nemmeno pienamente consapevole, ma abbastanza presente da accompagnare intere generazioni.

Il confronto, quasi inevitabilmente, finiva per diventare quello tra “noi” e “loro”: noi gli “elicotterari”, loro i “jettaroli”. Noi quelli del Soccorso, della bassa quota, delle notti trascorse ad aspettare una chiamata, del verricello, delle montagne, del mare, delle piazzole improbabili e di missioni che raramente finiscono sui manifesti; loro, almeno nel nostro immaginario, la punta di diamante della Forza Armata, i reparti da combattimento, gli aeroplani veloci, le macchine più visibili e celebrate, spesso percepite come meglio equipaggiate, meglio supportate e più vicine al centro naturale dell’attenzione.

È un confronto un po’ da stadio e, come tutti i confronti di quel tipo, racconta soltanto una parte della realtà. Il problema è che le percezioni, quando durano abbastanza a lungo, finiscono per produrre conseguenze reali e, nel nostro caso, non sempre ci hanno spinto a reagire nella maniera migliore.

Talvolta hanno generato orgoglio e voglia di dimostrare il nostro valore; altre volte, invece, hanno favorito una cultura del basso profilo intesa non più come sobrietà professionale, ma quasi come strategia di sopravvivenza: non esporsi troppo, non dire troppo, non fare troppo rumore e, nel peggiore dei casi, rinunciare perfino a ESSERE.

Abbiamo certamente sbagliato, come sbagliano tutte le organizzazioni e tutte le comunità professionali. Abbiamo commesso errori, preso decisioni discutibili, perso occasioni e siamo stati giudicati, talvolta giustamente e talvolta — questa è almeno la sensazione che molti di noi hanno condiviso — attraverso pregiudizi difficili da scalfire. Stabilire oggi quanto di quel giudizio fosse conseguenza delle nostre responsabilità e quanto invece derivasse da una percezione già consolidata è probabilmente impossibile, ma forse non è neppure la domanda più importante.

Perché c’è una responsabilità che appartiene soltanto a noi: non trasformare mai il giudizio degli altri nel limite che imponiamo a noi stessi.

Ed è proprio lì, credo, che qualche volta abbiamo perso qualcosa. Non nelle capacità, nella professionalità o nella passione, che raramente sono mancate, ma nella percezione del nostro stesso valore.

Oggi guardo tutto questo da una posizione diversa.

Dopo aver lasciato la Forza Armata ho iniziato un’altra esperienza professionale. Ho lavorato nel mondo dell’elisoccorso civile e oggi mi occupo di istruzione e addestramento in un contesto industriale e aeronautico differente. Ho avuto modo di osservare altre organizzazioni, altri equipaggi, altri piloti e altri istruttori, confrontandomi con modi diversi di intendere la preparazione, la leadership, la responsabilità e il rapporto con il rischio.

In altre parole, sono uscito dal recinto.

E fuori ho visto.

Consentitemi questa espressione un po’ cinematografica, perché poche altre rendono altrettanto bene ciò che voglio dire. È stato soltanto guardando il nostro mondo dall’esterno che ho cominciato a comprendere quanto patrimonio avessimo avuto tra le mani e quanto, vivendoci immersi ogni giorno, fossimo incapaci di riconoscerlo pienamente.

Da dentro molte cose sembravano normali, quasi scontate. Ma quando si cresce in un ambiente nel quale determinate qualità sono diffuse, si finisce inevitabilmente per considerarle ordinarie.

Non lo sono.

Fuori si nota la capacità di pianificare e, nello stesso tempo, di essere pronti ad abbandonare il piano quando la situazione lo richiede. Si nota la naturalezza con cui si impara a lavorare sotto pressione, mantenendo insieme informazioni, persone, macchina, ambiente e missione senza perdere il quadro generale. Si nota quella disposizione ad assumersi responsabilità che, nel nostro mestiere, non nasce soltanto nelle grandi emergenze, ma viene allenata giorno dopo giorno nella banalissima quotidianità del volo operativo.

Si nota, soprattutto, la capacità di comando.

Non quella che deriva automaticamente dal grado riportato sulla spalla, ma quella che nasce quando qualcuno deve decidere, spiegare, ascoltare, correggere, assumersi le conseguenze di una scelta e continuare a far funzionare un gruppo anche quando la situazione diventa complessa, il tempo si riduce e le informazioni non sono mai tutte quelle che vorremmo avere.

E poi c’è qualcosa di più difficile da definire, qualcosa che rischia di sembrare retorico finché non si ha occasione di osservarlo dall’esterno.

La classe.

Permettetemi di dirlo con eleganza, ma la classe non è acqua.

Non parlo di eleganza formale né di appartenenza a una qualche élite; parlo di una postura professionale, del modo in cui si affronta un problema, si entra in una sala briefing, si riconosce un errore, si parla a un giovane o si accetta che un giovane possa avere qualcosa da dire a chi possiede più esperienza. Parlo del modo in cui si affronta un compito difficile senza sentire continuamente il bisogno di raccontare quanto sia difficile.

Sono tutte cose che, quando ero dentro, consideravo normali.

Oggi non lo faccio più.

Ed è anche per questo che sento di voler dire qualcosa soprattutto ai più giovani, a quelli che oggi attraversano gli hangar, le stanze e le linee volo nelle quali siamo passati noi e che vivono immersi nel rumore quotidiano delle inefficienze, delle carenze, dei turni, degli ordini, delle limitazioni, delle incomprensioni e di tutte quelle piccole e grandi frustrazioni che inevitabilmente accompagnano una realtà operativa.

Non lasciate che quel rumore vi impedisca di vedere ciò che avete intorno.

Il 15° Stormo e le tradizioni dei suoi Centri non sono semplicemente il luogo nel quale state svolgendo un incarico. Sono una straordinaria palestra professionale e umana, una scuola di Comando, Responsabilità e Azione nella quale si impara, spesso senza rendersene conto, a stare dentro situazioni complesse senza esserne travolti.

Forse ve ne accorgerete davvero soltanto quando ne uscirete. Io me ne sono accorto allora, e una delle ragioni per cui scrivo queste righe è proprio il desiderio di risparmiarvi, almeno in parte, questo ritardo nella consapevolezza.

Siamo certamente depositari di Valori e Tradizioni, ma sarebbe riduttivo fermarsi a questo. Siamo soprattutto depositari di opportunità: opportunità di crescita, confronto, miglioramento, formazione professionale e umana. Il nostro errore più grande è stato forse quello di interpretarci talvolta come una periferia della Forza Armata, finendo inconsapevolmente per comportarci come tale.

Quel nostro “mood da diseredati”, concedetemi l’espressione, potrebbe averci fatto più male di molti dei problemi che abbiamo attribuito agli altri, perché una Comunità che comincia a pensarsi marginale rischia lentamente di diventarlo. Una Comunità che invece prende coscienza del proprio valore non ha bisogno di proclamarsi migliore: smette semplicemente di cercare legittimazione e comincia a produrre risultati che rendono quella legittimazione superflua.

Ed è qui, a mio avviso, che abbiamo ancora moltissimo da fare.

Non tutto ciò che cambia è progresso e non tutto ciò che assomiglia alle organizzazioni più grandi è necessariamente adatto alla nostra Missione. È una riflessione che porto con me osservando oggi anche il mondo civile, dove vedo organizzazioni cercare di acquisire o recuperare proprio alcune caratteristiche che appartenevano naturalmente ai reparti militari: flessibilità, capacità multidisciplinari, autonomia operativa, integrazione delle competenze e capacità di reagire rapidamente quando la realtà non corrisponde al piano.

Contemporaneamente mi domando se noi, in qualche caso, non abbiamo percorso la strada inversa.

Abbiamo specializzato, separato, segmentato e formalizzato, certamente per buone ragioni e spesso sulla spinta di necessità normative, tecniche o organizzative. Ma ogni volta che togliamo una competenza o restringiamo un ruolo non dovremmo avere la lucidità di chiederci non soltanto cosa stiamo guadagnando, ma anche cosa stiamo perdendo?

Penso, ad esempio, agli Operatori di Bordo delle generazioni precedenti, molti dei quali possedevano una conoscenza tecnica della macchina che andava ben oltre il perimetro di una singola mansione. Erano capaci di leggere l’aeromobile quasi fisicamente, comprenderne il comportamento e contribuire alla risoluzione di un problema con una profondità derivata dall’esperienza, dalla continuità e da una formazione più trasversale.

Non significa idealizzare il passato. Il passato aveva limiti, inefficienze e rischi che sarebbe sciocco voler riprodurre, ma sarebbe altrettanto sbagliato non domandarsi se, nel correggerli, abbiamo rinunciato anche a qualcosa di prezioso.

Il punto non è tornare indietro.

È capire cosa non avremmo mai dovuto lasciare per strada.

Un reparto operativo, qualunque sia il modello organizzativo adottato, deve infatti continuare a essere valutato innanzitutto sulla propria capacità di produrre operatività. Tutto ciò che mette carburante nei serbatoi di quella capacità merita di essere protetto; tutto ciò che, metaforicamente, mette ceppi ai carrelli dovrebbe almeno essere discusso con il coraggio necessario, anche quando significa rimettere in questione regole consolidate o porre domande che qualcuno preferirebbe non sentire.

Le organizzazioni sane, d’altronde, non sono quelle nelle quali nessuno mette in discussione nulla, ma quelle nelle quali è possibile mettere in discussione qualcosa senza che questo venga percepito come un attacco all’organizzazione stessa.

E qui vorrei rivolgermi anche a noi “anziani”: quelli veri, quelli meno anziani, i congedati, i pensionati, chi continua a frequentare il reparto e chi ormai lo incontra soprattutto nelle fotografie, nei ricordi o nelle pagine di questo sito.

Nessuno di noi dovrebbe mai convincersi di sapere già cosa pensano i giovani, cosa desiderano o, peggio ancora, cosa dovrebbero desiderare. Ogni generazione ha avuto la sensazione che quella successiva fosse diversa, e naturalmente lo è: cambia il mondo nel quale cresce, cambiano i riferimenti, le aspettative e persino il significato attribuito al lavoro e all’appartenenza.

Se però continuiamo, generazione dopo generazione, ad attraversare lo stesso terreno con quel sottile e asfissiante sospetto di essere la pecora nera di una famiglia più prestigiosa, allora forse dovremmo avere l’umiltà di domandarci perché, non per distribuire colpe ma per interrompere il ciclo.

Gli anziani hanno moltissimo da insegnare ai giovani, ma anche i giovani hanno qualcosa da insegnare agli anziani. Perché questo accada servono la pazienza di raccontare senza imporre e, forse ancora di più, quella di ascoltare senza liquidare ciò che non riconosciamo immediatamente come nostro.

Le tradizioni, del resto, non sopravvivono quando vengono conservate sotto vetro. Sopravvivono quando una generazione riesce a spiegare alla successiva perché valga ancora la pena portarle con sé.

Chi mi conosce sa che non sono particolarmente incline alle filippiche appassionate e che non mi interessa scrivere per il piacere narcisistico di rileggermi né dispensare lezioni da una comoda posizione esterna. Se condivido queste riflessioni è perché credo possano avere un’utilità e diventare, per usare un’espressione che mi piace, un food for thought: non una verità da accettare, ma una domanda da lasciare sul tavolo.

Le difficoltà, quando esistono, non sono problemi da occultare né fastidiose deviazioni dalla narrazione che vorremmo dare di noi stessi. Sono fatti. E i fatti vanno guardati, compresi, sviscerati e affrontati con la voglia di reagire, non con la sconsolata rassegnazione di chi finisce per considerarli immutabili.

È forse questo il messaggio che vorrei lasciare ai giovani del 15° Stormo di oggi e a quelli che arriveranno domani.

Non sentitevi secondi a nessuno. Non per arroganza, ma esattamente per il contrario: perché avete l’opportunità di crescere in una comunità che vi chiederà molto e che, proprio per questo, può darvi moltissimo.

Guardate i vostri anziani, imparate da quelli bravi e cercate di superarli. Mettete in discussione ciò che non funziona e difendete ciò che funziona; abbiate rispetto delle tradizioni senza trasformarle in alibi e soprattutto non confondete mai il basso profilo con il basso valore.

Non aspettate di uscire dal recinto per rendervi conto della qualità di ciò che avete ricevuto.

Io sono uscito.

E fuori ho visto.

Ho visto quanto valgono il nostro addestramento e la nostra formazione, quanto valgono certe abitudini che consideravo normali, quanto vale il metodo e quanto conta essere cresciuti in un luogo dove stare insieme davanti a un problema non era una teoria organizzativa, ma semplicemente il modo nel quale si facevano le cose.

Ho capito così che molte delle qualità che pensavo appartenessero genericamente al mestiere appartenevano, in realtà, anche al luogo nel quale avevo imparato a farlo.

Non provo rimpianto. La vita va avanti, e sono profondamente grato per le esperienze che sono venute dopo e per quelle che ancora verranno. Ma c’è qualcosa che, almeno per me, non si è più ripresentato nello stesso modo: quel particolare sentimento di appartenenza per cui, anche dopo anni, basta incontrare una persona, ricordare un equipaggio, rivedere un simbolo o ascoltare poche parole per sentirsi nuovamente parte di qualcosa.

Vi leggo, vi seguo e vi sostengo, con la consapevolezza forse più nitida di allora di quanto io sia orgoglioso delle mie radici, della mia formazione e della mia appartenenza. Sono orgoglioso di quelli che mi hanno preceduto, di quelli con cui ho avuto la fortuna di volare, di quelli che oggi portano avanti quella missione e anche di quelli che arriveranno domani senza conoscere ancora fino in fondo il valore di ciò che stanno per ricevere.

Forse è proprio questo che significa appartenere davvero a un reparto: poter cambiare uniforme, lavoro, aeromobili e organizzazione, andarsene senza andarsene completamente e scoprire, a distanza di anni, che una parte di ciò che siamo continua ad avere lo stesso colore, lo stesso valore.

Mammajut!

Soccorso sull’isola di Levanzo per l’82°

Elicottero dell’Aeronautica Militare salva escursionista colto da malore sull’isola di Levanzo.

7 settembre 2026

Un escursionista colto da malore sull’isola di Levanzo, nell’arcipelago delle isole Egadi (TP) al largo della costa occidentale della Sicilia, è stato tratto in salvo grazie all’intervento tempestivo di un elicottero HH-139B dell’82° Centro SAR (Search And Rescue).
La richiesta di intervento giunta poco prima delle 17.30, ha visto l’immediata attivazione dell’equipaggio in stato di prontezza per il servizio di allarme. L’elicottero si è prima diretto verso la località di Castellammare del Golfo per imbarcare due operatori del Soccorso Alpino e Speleologico Siciliano (SASS), preziosi per coadiuvare l’equipaggio militare nelle operazioni di soccorso in zone impervie.
Raggiunta l’area delle operazioni, gli operatori hanno individuato l’uomo che a causa del malore accusato era impossibilitato a proseguire autonomamente il cammino.

L’equipaggio osserva il proprio settore esterno di responsabilità

Mediante l’uso del verricello sono stati calati l’Aerosoccorritore AM e i tecnici SASS , i quali hanno provveduto a sincerarsi delle condizioni dell’uomo e ha metterlo rapidamente messo in sicurezza, issandolo poi a bordo del velivolo.

L’Operatore di Bordo inizia a calare il personale sul punto di recupero
Aerosoccorritore e tecnico SASS preparano l’infortunato al recupero – Si vede l’elicottero in lontananza che si sta riposizionando per il recupero
Pronti per il recupero!
L’infortunato e il tecnico SASS vengono issati a bordo

Concluse le operazioni sul posto, l’elicottero si è diretto verso l’ospedale San Antonio Abate di Trapani, dove il paziente è stato affidato al personale sanitario per gli accertamenti e le cure del caso. Successivamente, l’assetto dell’Aeronautica Militare si è portato a Castellammare del Golfo per lo sbarco dei tecnici del Soccorso Alpino, per poi far rientro alla base di Trapani e riprendere il normale servizio di prontezza operativa.

L’infortunato è collocato sulla barella e preso in carico dal personale ospedaliero
Il personale sanitario raggiunge l’ambulanza accompagnato dall’Aerosoccorritore AM

L’operazione si è svolta su coordinamento del Rescue Coordination Center del
Comando Operazioni Aerospaziali (COA) di Poggio Renatico e ha, ancora una volta, dimostrato l’eccellente livello di cooperazione esistente con i tecnici del Soccorso Alpino e Speleologico Siciliano.

L’82° Centro SAR è uno dei Reparti del 15° Stormo dell’Aeronautica Militare che garantisce, 24 ore su 24, 365 giorni all’anno, senza soluzione di continuità, la ricerca e il soccorso degli equipaggi di volo in difficoltà, concorrendo inoltre ad attività di pubblica utilità quali la ricerca di dispersi in mare o in montagna, il trasporto sanitario d’urgenza di pazienti in imminente pericolo di vita e il soccorso di traumatizzati gravi, operando anche in condizioni meteorologiche marginali. Dal 15° Stormo di Cervia, oltre all’82° Centro SAR di Trapani, dipendono, dislocati su tutto il territorio nazionale, l’80° Centro SAR di Decimomannu (Cagliari), l’83° Gruppo Volo SAR di Cervia, l’84° Centro SAR di Gioia del Colle (Bari) e l’85° Centro SAR di Pratica di Mare (Roma).

[Fonte: Aeronautica Militare – 15° Stormo – Ufficio Pubblica Informazione e Comunicazione. Ulteriori informazioni sono reperibili sul sito: www.aeronautica.difesa.it]

Una giornata a Guidonia, da una cara amica (di Francesco Sgrenci)

La storia della nostra Amicizia (si con la A maiuscola, non è  un errore di battitura, è la A di una Amicizia di quelle che poche persone possono pregiarsi di avere) nacque quando io facevo parte di uno dei tanti Consigli Direttivi della Associazione Gente del Quindicesimo (AG15). Lei fu eletta ed entrò a farne parte e da lì la nostra amicizia e il suo legame all’AG15 non si è mai interrotta, nel suo pellegrinare per l’Italia, nelle sue apparizioni televisive, alla nascita di suo figlio, MAI!
Oggi due settembre sulla base di Guidonia una Carissima Amica, ha lasciato l’incarico di Comandante del 202º Gruppo Volo.
Alla cerimonia, erano presenti, oltre alle sue donne e i suoi uomini del 202° Gruppo volo e colleghi del 60º Stormo, varie autorità, i cadetti dell’ Accademia Aeronautica del Corso Grifo VI, i ragazzi dell’ONFA e i quelli vincitori dei corsi di cultura aeronautica.
Ovviamente non potevano mancare accanto a Lei gli Amici dell’AG15, da lei stessa fortemente voluti.
E….potevamo mancare noi?!? Certo che NO!!!
È bastata una sua mezza parola, “Ciccio, vieni al mio camb…” non gli ho fatto neanche finire la domanda che oltre a dirgli “certo che vengo!” già mi ero  organizzato con l’altro immancabile, il “Pippi”, per essere presente.
Arrivati in base ed effettuato il controllo all’ingresso, ci siamo diretti al nuovo Polo Concorsi dell’Aeronautica Militare dove era stata allestita la sala per la cerimonia del cambio.
Lì ho trovato gli immancabili ed inossidabili dell’AG15 Gianfranco Trinca, “il biondo” Bruno Romanini,  Eugenio Rovazzani, José Juan Skof e signora, Giovanni Grauso, Peppe Potenza, Dino Bordini, Claudio Milana,  Massimo Cervera, che ha effettuato insieme a “IanPepp”, un bellissimo servizio fotografico, di cui allegherò alcune. Come detto era presente anche Peppe Inannolo, “IanPepp” per gli amici, da Latina (sempre uno di noi!) e – come poteva mancare! –  il “nostro” Generale Sismondini,  e infine il “Pippi” Venosa ed io.
Mentre ci stavamo salutando tra di noi, ecco che ci viene incontro la Carla, la quale mi guarda e prima ancora di salutarmi ed io di abbracciarla, mi chiede “Ciccio, si vede che ho pianto fino ad ora?” conoscendo il suo LUNGO curriculum e sapendo quello che ha passato in questi anni al comando dei suoi “donne e uomini” vedo i suoi due occhioni pieni di commozione, mi sono detto è lei, la persona splendida che è. Allora oltre ad essere tenace, caparbia, tosta,  è soprattutto… UMANA ed immensamente dolce, come lo è con il suo Samuele, appassionato delle Tartarughe Ninja, al quale spesso, su richiesta della mamma, mi sono prestato al gioco, per telefono, nel fingermi di essere un Ninja. I suoi preferiti sono Leonardo e Raffaello.
Samuele è un bambino dolcissimo e simpaticissimo come la mamma ed anche in questo il suo ruolo di mamma riesce perfettamente a conciliarlo con quello di Comandante e di pilota istruttore.
Ma veniamo alla cerimonia, il suo discorso di saluto ai suoi è stato molto toccante, non solo ha ringraziato nel dettaglio tutti i presenti, gli amici Periti Selettori, gli amici con cui ha lavorato nella Pubblica Informazione, il suo presolo nella fase iniziale di selezione al volo a Latina e il suo presolo nell’abilitazione su elicottero al 72º Stormo, gli amici del 15º Stormo, 85º Centro di Pratica di Mare dove dichiara di aver lasciato il cuore, gli amici di “Frosilandia” (come la chiama lei), che dice aver sentito sempre come casa, e gli amici e colleghi del 60º Stormo che hanno vissuto la sua fase adulta di ufficiale e di donna.
Ha ringraziato i suoi genitori per il sostegno e la costante presenza come poche famiglie riescono ad esserlo, seguendola e aiutandola nella gestione del figlio Samuele Arturo, permettendole così di lavorare in serenità, il suo caro compagno di vita Daniele, per l’amore,  l’affetto ed il loro Samuele che li lega. Inoltre ha voluto sottolineare e ringraziare, noi Gente del Quindicesimo per essere stati sempre presenti.  Del resto, Lei è  una di noi.
Il momento più toccante del suo discorso è stato quando ha voluto ringraziare con tutto il suo affetto per la loro presenza – ed è qui che è stata una “roccia” nel riuscire a non far vedere quanto fosse commossa e quanto ha commosso tutti noi –  la moglie, la figlia, ed i genitori dei due piloti, Marco e Giuseppe, che nel 2023 persero la vita nella collisione in volo dei loro S-208 sui cieli di Guidonia .
Qui mi è “scattato” l’applauso e tutti mi hanno seguito.
Effettuato il passaggio formale di consegne del cambio di comando, ascoltiamo i discorsi del Comandante subentrante, il Maggiore Michele Sciannelli e “ahimè” (citando le sue parole) del comandante del 60º Stormo. Quest’ultimo si è congratulato con Carla per il nuovo incarico di Capo Sezione Corsi avanzati spazio del Dipartimento Spazio della Scuola di Aerocooperazione che andrà a ricoprire.
Il saluto militare all’autorità e la cerimonia termina.
Ci accomodiamo fuori sul piazzale dove è sistemato, in bella mostra, un lucidissimo e bellissimo aliante, credo che sia un G103A.
Effettuate le foto di rito, torniamo di nuovo dentro dove, in una parte della dalla sala, troviamo un buffet, allestito con grande maestria. Tutto veramente buono, direi impeccabile.
Qui Carla ha voluto donare uno stemma del 202° Gruppo Volo impreziosito con una pala dipinta, con una tecnica unica di miscela di smalto, dell’artista tedesca Anja Annue alla quale Carla si è rivolta per realizzare il suo regalo di commiato.
Al brindisi finale poteva mancare il nostro MAMMAJUT? Certo che no! E lo abbiamo gridato anche in memoria dei due piloti del 60° Stormo, Marco e Giuseppe.
Che dire? Giornata ricca di emozioni condivise con una persona davvero speciale. Grazie Carla!

 

Da sx a dx: “Pippi” Venosa, Carla Angelucci, l’autore di questo articolo Ciccio Sgrenci e il piccolo Samuele al centro.
Carla in Grande Uniforme
Carla con il suo Samuele
I familiari dei piloti Marco e Giuseppe, caduti nel 2023.
Il dono per il 202° Gruppo Volo

PER ME È STATO UN GRANDE ONORE! (di Francesco Sgrenci)

Racconto di una mattinata in visita dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare

Il Capo di SMA e la delegazione AG15 davanti alla Bandiera di Guerra dell’AM

Come alcuni sapranno, oggi (ieri, 15 Settembre n.d.r.) una delegazione dell’AG15 composta dal fondatore dell’Associazione e suo Presidente Onorario Gen. Gianfranco Trinca, dal Presidente Gen. Giacomo De Ponti, dai due Vice Presidenti Col. Antonio Viola (Comandante del 15° Stormo) e Gen. Eugenio Rovazzani e dal sottoscritto, è stata ricevuta dal Generale di Squadra Aerea Antonio Conserva, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica (CaSMA). Per darne informazioni a tutti, ho il piacere e l’onore di raccontare com’è andata al di là dei comunicati istituzionali.

Faccio prima un passo indietro.

Subito dopo l’insediamento del Gen. Conserva, il Presidente dell’AG15 (PAG15) ha inviato, oltre alle congratulazioni per il prestigioso incarico, una richiesta di incontro per una delegazione dell’Associazione. Dopo avere avuto la conferma della disponibilità del CaSMA ad incontrare l’AG15, il Presidente ha predisposto un cofanetto contenente la raccolta dei cinque libri che raccontano la storia del 15° Stormo e del Soccorso Aereo, i “Nec In Somno Quies” (NISQ), e gli ultimi due libri pubblicati dall’Associazione sulla storia del 15° da consegnare al Gen. Antonio Conserva come ricordo del momento.

Così, questa mattina poco prima delle 09.30 ci siamo dati appuntamento davanti al “Palazzo”, tutti in “bella copia” e con l’immancabile distintivo dell’AG15 sul bavero delle giacche; il Comandante di Stormo, naturalmente in uniforme, mostrava lo stemma dell’altra metà dell’Associazione: l’emblema del suo e nostro 15° Stormo.

Alle 09.30 ci viene incontro un incaricato della Segreteria del CaSMA il quale ci chiede se siamo noi la delegazione che ha appuntamento dal Gen. Conserva e con grande entusiasmo rispondiamo “sì! Siamo noi!” e, con lui, passiamo velocemente il cancello. Varcato il solenne ingresso dei “Tre Archi” (quello dove sono riportati i nomi di coloro che sono caduti in pace e in guerra durante l’attività di volo n.d.r.) dello storico e sempre imponente Palazzo Aeronautica, ci fanno accedere alla splendida area di rappresentanza, in attesa di essere accompagnati dal nostro anfitrione. Usciti dalla Sala Italia, percorsi pochi metri lungo il Corridoio d’Onore, ecco che ci viene incontro a salutarci il Gen. Conserva. Finite le presentazioni ci fa accomodare nel suo ufficio dove, appena entrati, rendiamo gli onori alla nostra solenne Bandiera di Guerra, pluridecorata dal 1923 a oggi, merito di tutti gli aviatori che hanno contribuito affinché potesse mostrarsi da padrona nel suo ufficio, custode di tutte le glorie della nostra Arma Azzurra.

Che emozione che ho provato! Dicevo tra me e me, Lei ne ha viste di persone transitare in quest’ufficio e ne ha sentite di decisioni che son state prese tra queste storiche mura.

Al termine dei rituali convenevoli, il Presidente De Ponti e il Presidente Onorario Trinca hanno presentato la nostra Associazione, il perché è nata e il particolare spirito di appartenenza al 15° che lega coloro che sono in servizio attivo con chi è già in congedo.

Il Capo di SMA ha espresso il suo particolare apprezzamento nel sapere che, pur essendo il 15° uno Stormo con sedi su gran parte del territorio nazionale, l’Associazione si impegna a fare da ulteriore “collante” tra chi ne è parte attiva e chi da tempo ha lasciato il servizio attivo.
Stimolato dalle parole del Gen. Trinca sulle aspettative sul futuro del 15°, il Gen. Conserva ha confermato l’attenzione verso il Reparto, rassicurando che il 15° godrà nel futuro prossimo di una grande attenzione e di un’importante rivitalizzazione operativa. Qui mi fermo perché ciò che si è detto deve rimanere tra quelle mura; quello che posso dire è che sono tutte… “Belle Cose”.
In conclusione dell’incontro, il Gen. De Ponti ha donato al CaSMA il pregevole ed apprezzatissimo cofanetto, ricevendo, a nome dell’Associazione, la medaglia personale del Capo di Stato Maggiore.

Siamo passati quindi alle foto di rito accanto alla Bandiera di Guerra (che trovate in calce all’articolo) e ci siamo congedati.

Permettetemi un mio personale giudizio sulla mattinata di oggi, l’emozione ai miei 72 anni suonati, vorrei condividerla con Tutti Voi, soprattutto perché il Presidente ha voluto che io oggi fossi presente e quando, a suo tempo, me lo chiese, gli dissi che ne ero onorato e che avrei – testuali parole – rappresentato tutti i miei colleghi Sottufficiali del 15° Stormo, passato e presente.

Concludo con il dire, come ho aperto questo mio racconto, “PER ME È STATO UN GRANDE ONORE!”

Francesco “Ciccio” Sgrenci

P.S. Mentre scrivo queste due righe mi è arrivato il link dell’ennesimo salvataggio da parte dell’83° di un disperso nell’Appennino Tosco Emiliano. A prova che siamo sempre operativi e che lo saremo sempre di più. (Boccaccia mia statte zitta!)

MAMMAJUT!

Il Gen. De Ponti presenta il cofanetto regalo al Capo di SMA
La decorazione del coperchio del cofanetto
Il Cofanetto nella sua interezza. Visibili le decorazioni superiori e laterali.
L’indice con sommario del contenuto del cofanetto
Il cofanetto aperto e i libri in esso contenuti: i volumi Nec In Somno Quies, dal 1 al 5, Storie Antiche Ricordiamo e Bandiere, Stemmi e Colori
Il Generale Conserva, consegna la medaglia personale del Capo di SMA al PAG15
La medaglia personale del Capo di SMA – recto
La medaglia personale del Capo di SMA – verso

L’Associazione Gente del Quindicesimo ricevuta dal Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare

Un incontro dal grande valore istituzionale e simbolico si è svolto il 15 settembre scorso presso lo Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, dove il Capo di Stato Maggiore ha ricevuto una delegazione dell’Associazione Gente del Quindicesimo.

A rappresentare l’Associazione erano presenti il Presidente, Gen. D.A. De Ponti, il Presidente onorario Gen. S.A. Trinca, i Vicepresidenti Col. Viola e Gen. B.A. Rovazzani e il Consigliere Lgt. Sgrenci. Una compagine che ben testimonia la vitalità e l’impegno di un sodalizio che da trent’anni custodisce e tramanda la storia e i valori del 15° Stormo.

Il Capo di SMA e la delegazione AG15 davanti alla Bandiera di Guerra dell’AM

Un dono simbolico: la memoria in un raccoglitore

Nel corso dell’incontro, il Presidente De Ponti ha presentato al Capo di Stato Maggiore le finalità e le attività dell’Associazione, sottolineandone il ruolo di ponte tra passato e presente. A suggellare il momento, la consegna di un omaggio altamente rappresentativo: una raccolta completa delle pubblicazioni realizzate negli anni, custodite in un elegante raccoglitore. Un gesto che non solo valorizza il patrimonio documentale dell’Associazione, ma ribadisce l’impegno a conservarne e diffonderne la memoria.

La decorazione del coperchio del cofanetto

Aggiornamenti sul futuro del 15° Stormo

L’atmosfera rilassata ma professionale ha favorito un dialogo costruttivo. La delegazione ha avuto l’opportunità di ricevere aggiornamenti diretti e di grande interesse riguardanti il futuro del 15° Stormo e la flotta di aeromobili in suo possesso.

Il Reparto, noto alla Massima Autorità per la sua storia gloriosa e per l’attuale ruolo operativo, rimane un punto di riferimento non solo per l’Aeronautica Militare, ma anche per tutti coloro che, con il Quindicesimo, hanno condiviso esperienze, impegni e missioni.

Il legame tra Aeronautica e Associazione

L’incontro ha messo ancora una volta in evidenza lo stretto rapporto che unisce l’Aeronautica Militare e l’Associazione Gente del Quindicesimo. Un rapporto fatto di rispetto reciproco, memoria storica e visione condivisa verso le sfide del futuro.

Per l’Associazione, momenti come questo rappresentano non soltanto un’occasione di riconoscimento istituzionale, ma anche un incoraggiamento a proseguire nella propria missione: mantenere viva la tradizione del 15° Stormo e trasmetterne il patrimonio umano e professionale alle nuove generazioni.

Dal paesaggio della paura allo spazio dell’incontro: luoghi, memorie e resilienza (di Roberto Isabella)

Pubblichiamo con grande piacere un articolo del Dottor Roberto Isabella, nostro Socio ed ex Medico AM che prende spunto da un’esperienza personale forte – fortunatamente senza vittime – che lo ha visto coinvolto come medico di bordo di un elicottero HH-3F del 15° Stormo.

Credo che, come me, molti di noi ci si ritroveranno, ricordando le sensazioni vissute durante un’emergenza in volo o una situazione operativa difficile e pericolosa. Esperienze che però non sono esclusive dell’attività di volo ma che possono essere vissute nella nostra vita quotidiana quando ti mette di fronte ad una situazione imprevista e di pericolo.

Buona lettura.

Un giorno, durante un volo addestrativo in montagna con un elicottero HH3F del 15° Stormo, ho vissuto un incidente che ha segnato profondamente la mia memoria emotiva. Ricordo con chiarezza quei lunghi, interminabili momenti prima dell’impatto: sotto di noi si stagliava una montagna coperta di boschi, alberi e pendii erbosi. In quel momento di crisi estrema, ogni elemento del paesaggio si era trasformato. Non erano più semplicemente alberi o rocce; erano divenuti minacce, punti d’impatto possibili, oggetti di pericolo imminente.
Ripensando oggi a quell’esperienza, non posso fare a meno di ricordare Kurt Lewin e il suo breve scritto “Paesaggio di guerra”, elaborato durante una breve licenza nel 1917 nel corso della Prima Guerra Mondiale, in cui l’autore ha preso parte ai combattimenti. Lewin sottolinea come, durante un conflitto, gli elementi naturali perdano la loro neutralità: gli alberi, i campi, le case non sono più semplici presenze fisiche, ma si caricano di un significato che li rende strumenti o ostacoli nel teatro della guerra. Allo stesso modo, nel corso di quell’incidente aereo, lo spazio che solitamente sarebbe stato fonte di pace e serenità diventava in pochi istanti un luogo carico di angoscia e paura.
La teoria del campo di Kurt Lewin, pioniere della psicologia di matrice gestaltica, ampliò l’attenzione ai processi percettivi includendo i fenomeni sociali e di gruppo. La sua celebre teoria del campo descrive come la percezione di uno stesso ambiente possa variare radicalmente a seconda dell’individuo, del suo stato d’animo e della situazione contingente. Lewin prendeva l’esempio di un campo di fiori d’estate: per un passeggiatore domenicale, quei fiori e lo spazio circostante rappresentano un’esperienza estetica e di contemplazione, mentre per un soldato lo stesso campo diventa un potenziale teatro di battaglia, e la percezione dello spazio si restringe attorno all’unico cespuglio che può offrire riparo.
Questi concetti arricchiscono la nostra comprensione di come, in condizioni di emergenza, il contesto sociale e il supporto del gruppo possano ridefinire il “campo” psichico, favorendo coesione, resilienza e adattamento.

I concetti descritti sono alla base del CRM – Crew Resource Management che nella gestione della emergenza del nostro incidente di volo è stata condotta con saggezza, prudenza ed efficienza.

Questa trasformazione del paesaggio non è solo fisica, ma profondamente psichica. Gaston Bachelard, nella sua celebre opera “La poetica dello spazio”, esplora proprio questa relazione tra spazio fisico e spazio psichico. Per Bachelard, lo spazio che ci circonda è sempre investito di emozioni, di memorie e di sogni. Un luogo non è mai solo un luogo; è il riflesso della nostra anima.
Egli scrive infatti: “Lo spazio colto dall’immaginazione non può restare spazio indifferente. È vissuto. E non è vissuto soltanto nella sua positività, ma con tutte le parzialità dell’immaginazione”.
Ritornando al luogo dell’incidente, immediatamente dopo essere sopravvissuti all’impatto, lo scenario cambiò radicalmente. Quegli stessi alberi, quei prati, quelle rocce tornarono rapidamente a essere un’oasi di pace, luoghi di protezione e di conforto. La gente del paese, accorsa per aiutarci e confortarci in attesa dei soccorsi, arricchì il luogo con il calore della solidarietà e dell’amicizia umana. Ricordo chiaramente il sorriso e la gentilezza di quelle persone che, inconsapevoli dell’importanza del loro gesto, trasformarono l’angoscia appena vissuta in un momento di
condivisione e umanità profonda.
Questa duplice valenza dei luoghi mi fa pensare anche alle riflessioni di Martin Heidegger, che nel suo saggio “Costruire abitare pensare” sostiene come abitare non significhi semplicemente occupare uno spazio, ma viverlo, dargli senso, stabilire con esso un rapporto profondo e significativo. Per Heidegger, “abitare è il modo in cui gli uomini sono sulla terra.”

Nel corso dell’incidente, in effetti, il nostro abitare quello spazio fu drasticamente alterato dalla minaccia della morte, per poi recuperare un senso più profondo e autentico dopo il pericolo scampato.
In campo psicologico e clinico, possiamo osservare qualcosa di simile nell’esperienza dei pazienti che soffrono di attacchi di panico. Penso in particolare a coloro che provano angoscia nell’affrontare un’autostrada: per essi, un tratto di strada apparentemente neutro e quotidiano può improvvisamente caricarsi di terrore, ansia, disperazione. La parola stessa “autostrada” assume valenze persecutorie.
Eppure, grazie al trattamento psicoanalitico, quegli stessi luoghi possono tornare a essere vissuti con serenità e persino con piacere. La strada smette di essere trappola per tornare a essere luogo di libertà, di velocità serena, di un viaggio piacevole che può nuovamente essere goduto senza più paura.
Questo processo di trasformazione non è mai semplice né immediato. Richiede tempo, pazienza e un delicato lavoro di elaborazione delle proprie emozioni. Freud stesso ci ricorda come la realtà che viviamo non sia semplicemente data, ma continuamente costruita e ricostruita attraverso i filtri della nostra mente. Jacques Lacan parla della realtà simbolica e immaginaria che governa le nostre percezioni e interazioni con il mondo esterno, definendo gli spazi psichici come cruciali nel determinare il nostro modo di vivere gli spazi fisici.
Anche Donald Winnicott sottolinea come il nostro senso di sicurezza e di angoscia dipenda fortemente dallo spazio psichico che riusciamo a creare dentro di noi, riflettendosi inevitabilmente nella nostra percezione del mondo circostante. I luoghi che abitiamo sono sempre intrisi della qualità emotiva e psicologica della nostra esperienza interiore.
Così, proprio come accadde a noi quel giorno, la paura non cancella la possibilità di trasformare radicalmente il nostro rapporto con i luoghi, facendoli tornare a essere spazi sicuri e abitabili. Ed è forse questa la lezione più importante: l’uomo ha la capacità straordinaria di trasformare gli spazi del trauma e della paura in luoghi di vita, memoria condivisa e resilienza collettiva.
Noi veterani del 15° Stormo conosciamo bene questo processo. Il nostro spirito di corpo, la solidarietà reciproca e il sostegno delle comunità locali che tante volte ci hanno accolto, sono il motore di questa straordinaria trasformazione. Attraverso la memoria condivisa, possiamo abitare nuovamente anche i luoghi del trauma, facendo di essi spazi di incontro, amicizia e speranza.

Riferimenti bibliografici

  • Bachelard, G. (1957). La poetica dello spazio. Cortina Editore.
  • Freud, S. (1920). Al di là del principio di piacere. Internationaler Psychoanalytischer Verlag.
  • Heidegger, M. (1951). Bauen Wohnen Denken (Costruire abitare pensare). Niemeyer.
  • Lacan, J. (1953-1954). Le Seminaire, Livre II: Le Moi dans la théorie de Freud et dans la technique de la psychanalyse. Éditions du Seuil.
  • Lacan, J. (1971). Écrits: A Selection. W. W. Norton & Company.
  • Lewin, K. (1943). Frontiers in Group Dynamics: II. Channels of Group Life; Social Planning and Action Research. Human Relations, 1(2), 143–153. [Trad. it. Paesaggio di guerra].
  • Rivista SV (1989) – Sicurezza del Volo n.154, p.2 – Anatomia di un incidente – Istituto Superiore per la Sicurezza del Volo – Aeronautica Militare – Ministero della Difesa.
  • Tuan, Y.-F. (1977). Space and Place: The Perspective of Experience. University of Minnesota Press.
  • Winnicott, D. W. (1971). Playing and Reality. Tavistock.

15° Stormo di Cervia impegnato nei soccorsi alla popolazione di Cesena

NEWS

Viene mostrato, a seguire, il soccorso di un elicottero dell’83° Gruppo del 15° Stormo, in favore di alcuni abitanti di Cesena sorpresi dall’esondazione del fiume Savio, avvenuta oggi nel primo pomeriggio (NDR, martedì 16 maggio 2023):

Video gentilmente condiviso da Gustavo Baronio

Copyright:
Creative Commons – attribuzione – condividere allo stesso modo.

GLI ANGELI DELLA NOTTE

“Il soccorso è un’attività che l’essere umano porta a compimento a favore di un altro essere umano indistintamente dalla propria provenienza, dalla propria bandiera, dalle proprie credenze o appartenenze politiche o di altre correnti..”


 

> Clicca per vedere il filmato in HR <
(si aprirà una nuova pagina)


La Tr3 è una televisione di Marsala, che ha prodotto il servizio “Angeli della notte”, girato presso l’82° Gruppo CSAR