Sul filo dei ricordi

Cinque medaglie d’argento e il sorriso di Mariuccia

 

Per gentile concessione dell’associazione culturale Pianoterra

Articolo originale “Pianoterra alla Balduina” nr. 8 aprile 2011

di Oreste Genta

Torino, soggiorno di una modesta, ma linda e ben ordinata casa.

Seconda metà degli anni cinquanta. Una piovosa serata d’inverno. Sui vetri della finestra batte una pioggia insistente che sfrangia le luci dei lampioni di una via sottostante.

La radio trasmette, con la voce di Achille Togliani, una canzone in voga.

Un uomo sui trentacinque anni, dal volto aperto e cordiale – Gianni – ha in braccio il proprio figlio – Beppi. Una donna ancora giovane, il bel volto illuminato da due splendidi,  dolcissimi occhi, va accudendo alle abituali faccende domestiche.

Poco dopo l’inizio della guerra – va dicendo l’uomo al bimbo che, anziché chiedergli quella sera, come al solito, una favola, ha rivolto al padre, chissà perché, una precisa domanda:

“Papà, come hai conosciuto la mamma?”

Tuo padre che aveva il brevetto di motorista dell’Aeronautica, fu destinato in una squadriglia di idrovolanti in Africa Settentrionale, a Bengasi.

Come erano questi aeroplani babbo?

Non molto grandi, con un solo motore, due galleggianti sotto le ali e con due piccole mitragliatrici per difenderci. Si volava sul mare per quattro o cinque ore alla ricerca delle navi nemiche o per proteggere i nostri convogli dalle insidie dei sommergibili. Erano idrovolanti cosi lenti, fragili e poco armati che vengono chiamati: “mammaiut”, perché se venivano attaccati da velivoli nemici era proprio il caso di dire “ mamma aiutami”. La squadriglia era un bel reparto dei più avanzati, uno di quelli più vicini al nemico. Tutti ufficiali , sottufficiali e avieri, erano sempre allegri, spensierati e animati di un grande entusiasmo.

Il comandante era un giovane capitano pilota pieno di vita, comprensivo e tanto gioviale; stava sempre in mezzo a noi e nei momenti più pericolosi – e ve ne erano laggiù – sapeva rianimarci e darci fiducia. Non potrò mai dimenticare la sua solita frase:

“Mi raccomando ragazzi, sempre in gamba”. Gli volevamo un gran bene.

Era anche un bravo pilota e il tuo babbo lo deve a lui se questa sera è qui con te tra le braccia.

La mattina del 28 aprile del 1942 decollammo con il nostro idrovolante per andare a scortare un importante convoglio che da Napoli era diretto proprio a Bengasi.

Il comandante pilotava l’apparecchio, aveva il secondo pilota a fianco a sé, a prua vi era l’osservatore – un tenente dei bersaglieri – dietro, a poppa, il marconista e sopra – vicino al motore – ero io.

L’osservatore era tutto assorto a scrutare il mare, sembrava che i suoi occhi volessero bucarlo per essere certo che le navi non corressero alcun pericolo.

Avevamo gli occhi fissi lassù in quello sconfinato azzurro sempre pronti a dare l’allarme non appena un puntino lontano fosse venuto a macchiare quel bel cielo. I nostri cinque cuori pulsanti di vita erano allietati da quell’incanto di mare, di cielo e della canzone del motore, di quel motore che il tuo papà curava più della sua stessa vita.

Il convoglio navigava tranquillo. Il mare era da cartolina illustrata. La minaccia invece era lassù in quel cielo che sembrava deserto. Improvvisamente, mentre il comandante era intento ad eseguire un’ampia virata, vidi una formazione di tre velivoli avversari. Non mi era stato possibile vederli prima perché ero abbagliato dall’intensa luce del sole donde venivano. Senza neppure dare l’allarme iniziai a sparare contro di essi che intanto si erano disposti in fila indiana. Sentivo le pallottole fischiarmi intorno, ma la mia preoccupazione era quella di centrare bene l’avversario nel mirino della mitragliatrice. Anche il marconista aveva preso a sparare. Il comandante alla prima raffica pensò che io stessi provando l’arma, ma non finì neanche di formulare questo pensiero che sentì colpi secchi sul velivolo e contemporaneamente un aereo gli passò sulla sua destra, un secondo sulla sua sinistra e ancora un terzo.

Attraverso l’interfonico ci giunse la voce del comandante con la sua solita frase: “Mi raccomando ragazzi, sempre sulla breccia e occhio”.

Voleva dimostrarci il suo solito buonumore, ma tutti noi sentivamo che la sua voce nascondeva un qualche cosa di molto serio.

Il nemico ritornò all’attacco, ma veniva ben accolto dal fuoco delle nostre armi. Rapide virate e continue picchiate per cercare di sfuggire il più possibile al fuoco avversario.

Con quelle violente manovre il “mammaiut” sembrava essere diventato un velivolo da caccia. Ad un tratto il secondo pilota, colpito da due pallottole, si accasciò sul volantino. Il  Comandante non aveva più alcun aiuto. Fino all’ammaraggio – se ci fosse stato… – avrebbe dovuto fare tutto da solo. Ma ecco che in quel concerto infernale si notò uno strumento mancante: la mitragliatrice del marconista non sparava più. Il Comandante lo chiamò disperatamente e con un fil di voce rispose: “Comandante le mie braccia!”.

Quel prezioso tenente dei bersaglieri strisciando faticosamente tra i due serbatoi di benzina si portò al posto del marconista e fortunatamente la mitragliatrice riprese a “cantare”. Il nemico indispettito per non aver buttato subito giù quel paperone volante tornò all’attacco e questa volta fu il comandante ad essere colpito alla spalla sinistra.

L’apparecchio si impennò per un attimo, ma subito riprese il suo assetto normale. La fatica del combattimento, ma soprattutto il dolore, lo avevano quasi stremato, ma strinse i denti pronto per il rinnovato attacco.

I tre tornarono in fila indiana, ma ancor prima che il capo formazione riuscisse a sparare venne raggiunto in pieno dalle raffiche dell’osservatore e da quelle del tuo papà. Il velivolo nemico s’inpennò, sbandò sulla sinistra e filò via lasciando dietro di sé una scia di fumo. Gli altri due abbandonarono l’attacco e lo seguirono.

Con la fine del combattimento non cessarono i guai: la radio non funzionava più; non avevamo la possibilità di un preciso orientamento perché l’unica bussola di bordo era andata in frantumi; anche il timone di direzione non funzionava più perché i colpi degli avversari avevano tranciato i relativi cavi di comando. Bimbo mio, non puoi capire cosa significhi rimanere in volo in quelle disperate condizioni.

Il Comandante sentiva che le sue forze stavano per abbandonarlo, ma stringeva i denti quasi a non farsele sfuggire e il rapido movimento delle sue mascelle dimostrava la disperata lotta per l’esistenza che si svolgeva dentro di sé. L’osservatore si prodigò in mille modi per dare ai feriti un po’ di soccorso. Intanto l’idrovolante volava sempre peggio.

Ed ecco che in quella tragica situazione una nota gaia, una nota piena di umanità e di sentimento venne a rincuorarci. Fu come se una persona cara fosse venuta su quell’aereo a portarci tutto il suo affetto e tanto conforto.

I feriti avevano molta sete, l’osservatore aprì la cassetta viveri di riserva. Conteneva alcuni viveri e una bottiglia d’acqua che si doveva aprire solo in caso di necessità. Fece bere i  feriti, poi prese un pacchetto di biscotti e nell’aprirlo vi trovò una fotografia con dietro  scritto:

“Nell’aprire questo pacchetto di biscotti vi giunga il sorriso di una bella bruna torinese. Maria… via.. Torino”.

Un sentimento di commozione ci invase e sulla bocca dei feriti, contratta dal dolore, apparve un sorriso. Forse in quella foto i miei compagni vi videro il volto della loro mamma, della loro sposa, della loro fidanzata. Ma il tuo papà che, non aveva più la mamma e non aveva ancora la fortuna dell’affetto delle altre due persone, vi vide soltanto quella bella ragazza e in quel momento stesso decise di rintracciarla se… la grazia Divina lo avesse ricondotto a terra.

Finalmente, dopo circa un’ora di ansia e di paura, per le gravi condizioni dell’aereo e la mancanza della bussola, incominciò ad apparire la costa all’orizzonte. Ancora quindici minuti di volo – i più lunghi – poi l’ammaraggio. Sull’idrovolante furono contati 50 buchi di proiettili.

Il giorno dopo il bollettino di guerra n°698 del 29 aprile annunciava tra l’altro: “Un apparecchio della ricognizione marittima di scorta ad un nostro convoglio nel Mediterraneo Centrale, respingeva vittoriosamente l’offesa di tre Bristol Blenheim colpendone efficacemente uno; il nostro ricognitore danneggiato nel corso dello scontro, rientrava alla base con tre feriti a bordo.”

Dopo qualche giorno a ciascun membro dell’equipaggio fu conferita una Medaglia d’Argento al Valor Militare sul campo. Poi la licenza premio.

Dal mio paese corsi subito a Torino e, fotografia alla mano, rintracciai la … “bella bruna torinese”. Una ragazza davvero bella. Volgendo lo sguardo alla donna che terminate le faccende domestiche si era avvicinata per ascoltare la fine del racconto e rivivere indimenticabili giorni ripeté: “Bella, n’incanto!” poi, riprendendo il filo del discorso, le dissi com’ero venuto in possesso della foto e da quel momento prendemmo a volerci bene. Terminata la licenza tornai in Africa, ma questa volta con un grande amore e una gran voglia di vivere nel cuore, quello stesso amore e quella stessa voglia di vivere che avevano sorretto i miei compagni di volo in quel triste giorno su quel traballante idrovolante.

Dopo la guerra ci sposammo e un anno dopo nascesti tu.

Bella, proprio bella papà questa storia, commentò Beppi, abbandonandosi felice dopo qualche istante al sonno e, forse, ad un sogno nel quale avrà visto suo padre galoppare contro tanti nemici, con un manto azzurro, svolazzando nella corsa e in mano una spada fatta… di un raggio di sole!

 

L’equipaggio del fatto d’arme era così composto:

1° Pilota Comandante: Capitano Oreste Genta.

2° Pilota Sergente Maggiore: Aldo Brembati.

Osservatore – Tenente Bersaglieri: Giuseppe Corbelli.

Marconista: Aviere Luigi Agostini.

Motorista: Aviere Alessandro Fungo.

 

La famiglia descritta nel racconto è di pura fantasia.

 

Oreste Genta

 

 

FONTI E APprofondimento

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Il Generale Genta pioniere del 15° Stormo (aeronautica.difesa.it)

 

 

 

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