Sempre Assieme Rischiando

Sempre Assieme Rischiando

ovvero
una sors coniungit

Osserviamoci oggi riflessi nel nostro passato
attraverso la Ricognizione Marittima in azione


   Il destino è veramente bizzarro: dopo oltre 70 anni dal compimento dei fatti di cui ci accingiamo a riferire, avvenuti in un 1942 ormai lontano, ha fatto riemergere in luoghi e modi sorprendentemente inaspettati, pagine di appunti e dati dimenticati contenenti le testimonianze di come i nostri antenati delle Squadriglie della Ricognizione Marittima[1] operavano e, ben più importante delle nude relazioni di guerra, di quali erano i sentimenti che sopra ogni situazione e difficoltà consentivano agli equipaggi di affrontare le pericolose incognite delle azioni di guerra, sovente drammaticamente sbilanciate a loro sfavore per la pochezza dei mezzi di cui disponevano. Trasudanti dello spirito sereno e solidale del cameratismo, l’equipaggio legato nella reciproca fiducia e nella condivisione del destino verso la meta comune e dell’ideale del Servizio alla Patria come motore delle azioni e dei comportamenti, quelle pagine, pur antiche, le scopriamo ancora attuali per la Gente del Soccorso nel terzo millennio perché pregne di sentimenti sempre vividi, trasmessi senza soluzione di continuità attraverso gli anni dai Reparti che, prima come Squadriglie RM e Soccorso, poi come Soccorso Aereo, hanno costruito la nostra Storia fino al 15° Stormo di oggi.

Leggiamo allora di quegli uomini e delle loro passioni, scoprendoci in loro e sentendo quelle passioni come le nostre; il loro scopo, la ricognizione per la difesa e la salvezza, come il nostro, il soccorso per la vita, medesime parole, azioni e sentimenti si plasmano su entrambi i ruoli. Le narrazione che proponiamo, per riconoscerci a fianco dei nostri avi, esce direttamente da quelle pagine.

 

Una sors coniungit
 Una stessa sorte ci lega

E’ questo il motto segnato sul distintivo della 144ª Squadriglia Ricognizione Marittima, motto che reca nello scudetto un’ancora alata[2].

Una sors coniungit: uno stesso destino ci unisce. Motto bellissimo che potrebbe essere quello di tutta l’Aviazione da Ricognizione Marittima, che lega nella stessa sorte e nello stesso destino aviatori e marinai[3].

Nessuno meglio di coloro che quotidianamente affrontano i rischiosi compiti affidati ai ricognitori sa quando profondo sia il legame che unisce gli uomini del cielo a quelli del mare. Dal loro affiatamento, dalla loro reciproca comprensione, dal cameratesco riconoscimento dei singoli meriti e delle singole competenze, nasce quella solidarietà che fa – di tutto l’equipaggio dell’aereo – un solo blocco, una sola volontà, un’anima sola. Gli inevitabili attriti che derivano dalla natura umana si smussano, dopo il primo volo in cui aviatori e marinai comprendono di essere gli uni agli altri necessari per il conseguimento dello scopo affidato alla loro perizia, di fronte al coraggio. E nasce allora quel profondo, schietto, fraterno spirito di collaborazione che tanti buoni frutti può dare e – con un vincolo sconosciuto ad altri combattenti – lega gli uomini in un’unica lotta[4].

Uno stesso destino li unisce. Ed eccoli, negli idroscali o a bordo, ovunque le ali robuste sono pronte a spiccare il volo, aviatori e marinai uniti nella stessa sorte, combattere infaticabilmente la dura guerra della ricognizione marittima. Di loro poco si parla: il grande pubblico, che pur segue con passione le vicende della guerra, non sa quanto ad essa partecipi la ricognizione marittima, perché non può valutare quanto a questa specialità dell’arma aeronautica si richieda e quanto complesso e delicato sia il compito ad essa affidato. Ma un giorno, finita la guerra, qualcuno potrà scrivere e scriverà l’epopea dei “Pappagalli”, dei “Muli”, dei “Gabbiani”, di tutti i gloriosi e modesti ricognitori marittimi che per mesi e mesi hanno ininterrottamente solcato i cieli del Mediterraneo.

Quel giorno potranno essere citati i nomi di piloti, di osservatori, di specialisti d’ogni categoria, numeri di squadriglie, nomi di località. Allora sarà chiaro a tutti, anche a coloro che non hanno avuto la ventura di viverla, quanto sia stato grande il contributo dato alla guerra dagli uomini dell’aviazione da ricognizione marittima. Quel giorno si parlerà di “Pappagalli” o di “Muli” o di “Gabbiani” come di aquile superbe. Questi scherzosi, affettuosi soprannomi, con i quali sono stati designati i velivoli della ricognizione marittima, entreranno nella storia[5]. Vecchi ricognitori gloriosi che non hanno fatto più ritorno alla base riprenderanno allora il lento volo nei cieli del Mediterraneo, trionfalmente scortati da stuoli di cacciatori e bombardieri che faranno la festa a questi modesti e silenziosi fratelli dell’aria. E sarà quello un giorno di allegrezza per gli uomini della ricognizione marittima, che per anni si sono prodigati nell’ingrato compito a loro affidato.

Che cosa poteva offrire loro, infatti, il quotidiano “mestiere” se non la soddisfazione d’aver compiuto, in silenzio, tutto il proprio dovere? Non la gioia virile di levarsi incontro al nemico per affrontarlo in combattimento, non l’orgoglio di andarlo a snidare con le bombe nelle munite basi, ma soltanto la serena coscienza di assolvere un compito niente affatto appariscente e pure estremamente delicato ed importante: quello di scoprire sul mare il nemico perché altro possano affrontarlo e dargli battaglia.

Tutta l’epopea dei ricognitori è qui. Migliaia e migliaia di chilometri sul mare, ore ed ore di volo, con qualunque tempo, di giorno e di notte, in tutte le condizioni possibili. Niente altro che questo. Ma questo basta perché rappresenta, in nude cifre, uomini caduti al loro posto di combattimento, uomini che tutto hanno dato, in silenzio, oscuramente, uomini che hanno fatto del loro compito una missione, uomini che hanno compiuto il loro dovere fino all’ultimo sopperendo alla deficienza dei mezzi con la volontà e l’abnegazione, uomini che sono stati le sentinelle avanzate sul mare e che non hanno fatto più ritorno.

Non grandi imprese sonanti, né clamorose azioni, né colpi di scena sensazionali, ma un modesto e costante eroismo quotidiano, un lento e paziente e sfibrante lavoro, una dedizione totale ed assoluta al dovere ingrato: questa è l’opera dell’Aviazione per la Ricognizione Marittima che affratella, nello stesso eroico impiego, piloti e specialisti della R. Aeronautica ed osservatori della R. Marina. I sacrifici sopportati e le dure prove superate – la più elevata percentuale di perdite subite in 24 mesi di guerra appartiene alla Ricognizione Marittima – costituiscono per questi reparti un titolo di virile orgoglio che solo può essere compreso da chi ne abbia diviso i rischi e le sorti. E dall’esempio dei compagni caduti nell’adempimento dell’oscuro dovere, piloti, osservatori e specialisti dell’Aviazione della Ricognizione Marittima traggono incitamento a proseguire nell’aspra lotta con uguale abnegazione ed immutata fede.

 

Leggendo questo resoconto sui valori di quegli uomini su pagine ingiallite dal tempo, d’istinto ci si ritrova insieme a tutta la nostra Gente del Soccorso; pensieri, azioni e sentimenti sono indiscutibilmente identici a quelli che animavano gli avi “ricognitori”, ma in fondo cosa è cambiato negli uomini di oggi che silenziosamente operano, giorno e notte, al servizio del Paese? Poco, le macchine sono senz’altro più esuberanti e capaci, ma l’anima dentro l’uomo è sempre la stessa, affrontare uniti, in equipaggio, le incognite che ogni missione ha in sé e portarla a compimento, sopra ogni cosa con successo. Il tutto senza clamori, in quella sordina che è cosa naturale per il Soccorso.

Il legame tra uomini, patrimonio genetico della Gente del Soccorso, è ben chiaro nel racconto che segue[6], segnale esemplare della saldezza nel tempo di questo legame.

 


   Un apparecchio da ricognizione marittima riceve l’ordine di raggiungere in alto mare una nostra formazione navale alla quale era destinato come scorta antisommergibile. Stabilita la rotta il velivolo prende quota rapidamente. Il tempo è pessimo: vento di traverso, mare in burrasca. Sotto le ali dell’apparecchio che, per evitare formazioni di nubi, vola ad una quota di centottanta metri, le onde ribollono mostrando le loro creste spumose che si accavallano. Dopo alcune ore di volo contrastato dal vento il ricognitore raggiunge la zona dove dovrebbe trovarsi la nostra formazione. Ma il mare è deserto, nessuna traccia di navi all’orizzonte. Che sia stata sbagliata la rotta? Nulla d’improbabile ed i ricognitori marittimi che conoscono quanto la forza del vento possa influire sulla direzione di un aereo in volo, sanno che questo errore può capitare soprattutto sul mare dove non esistono punti di riferimento. Ma un rapido rilievo del punto rassicura il pilota: la rotta seguita è giusta, la zona in cui l’aereo si trova è quella specificata dall’ordine ricevuto.

Allora?

Nessuna possibilità di comunicare con la base per non attirare l’attenzione del nemico con le emissioni radio. Mentre il ricognitore, a bassa quota, compie lente evoluzioni e l’osservatore scruta l’orizzonte, il motore improvvisamente si ferma. Nello spazio di pochi secondi a bordo dell’apparecchio si ha la sensazione netta di quello che sta per accadere. Per una causa impossibile a stabilire il motore si è fermato, non resta che tentare un ammaraggio di fortuna. Immediatamente viene lanciato il segnale di soccorso ed approntato il battellino pneumatico. Questione di minuti secondi, mentre l’aereo, a larghe spirali, scende sul mare. Frazioni di secondo che paiono eterne, attendendo l’urto dello scafo contro le onde. Ma tanto basta perché l’osservatore abbia il tempo di guardarsi intorno e riflettere. Rapidi pensieri gli attraversano la mente. “E’ la fine” dice a se stesso. E vede il volto dei suoi compagni di volo, che un pallido raggio di sole illumina, volto serio, grave, intento. Si direbbe che ascoltino il rumore del mare che si ode distintamente ora che il motore tace. Solo il marconista, calmo e tranquillo, continua a ripetere il segnale di soccorso come se tutto il resto non lo riguardasse.

E’ la fine

Le onde si avvicinano, si vedono dall’oblò laterale, onde livide fiorite di spuma bianca. Le probabilità di salvezza sono pressoché nulle. L’apparecchio non resisterà alla furia del mare. E anche se resistesse? Anche se fosse possibile mettere in acqua il leggero battellino pneumatico, chi mai potrà ritrovare nell’immenso mare la piccola imbarcazione?

E’ la fine”. Questo pensiero fa un effetto strano: guarda se stesso, le sue mani, le sue lunghe gambe, la sua tuta di volo sulla quale spicca, all’altezza del cuore, il distintivo della Squadriglia. Un’ancora, due ali, il motto: “Una sors coniungit”, la stessa sorte ci lega. Davanti alla morte, il senso dello stesso destino che unisce l’equipaggio ha il valore di un supremo vincolo che trascende e supera ogni intendimento umano. Dove sono ora gli uomini con le loro piccole rivalità, con le loro meschine gelosie, con le loro futili passioni? Tutto questo appare lontanissimo, come appartenente ad un tempo di cui non si serba nemmeno il ricordo.

Intorno a sé egli non vede che fratelli

Ecco il primo pilota, uno sperimentato aviatore dal viso abbronzato dal sole e mille piccole rughe intorno agli occhi; ecco il secondo pilota, un ragazzo che ha ancora sul volto il sorriso confidente dell’adolescenza, ecco il marconista, bruno, quadrato, sempre col dito sul trasmettitore perché fino all’ultimo siano raccolte le emissioni della radio di bordo…

Ciascuno di essi ha compiuto il proprio dovere con quella serenità che nasce dalla consapevolezza del rischio quotidianamente affrontato e virilmente accettato. Calmi, gravi, composti, perché i soldati non si arrendono all’idea della morte. Ma, forse, nel cuore di ognuno, una punta di rammarico c’è per questo destino che ora nega la bella morte del soldato in guerra. Non sognavano essi, forse – se morte doveva essere – l’ebbrezza veemente del combattimento in cielo o sul mare? E invece è andata così: chiamati alla ricognizione marittima il loro è stato un destino tutto speciale e diverso. Un destino di pazienza e di silenzio, un destino di coraggio freddo, di applicazione severa e vigilante. E a questo destino sono legati, ora, nell’estremo momento della vita, mentre l’apparecchio sta per toccare le onde in furia.

Ma improvvisamente il motore riprende. L’elica morde l’aria di nuovo. E l’apparecchio, piastrellando appena sulla cresta delle onde, con un balzo riprende quota, si libra di nuovo nell’aria…

Più tardi si saprà che il motorista, isolato nel suo posto nel castello motore[7], per uno di quei felici lampi di intuizione tanto rari quanto preziosi, avvertendo che qualcosa nel motore funzionava irregolarmente, s’era affrettato a dare un’occhiata ai carburatori. Aveva constatato così che il coperchio del secondo carburatore si era allentato ed era saltato via.
L’aria, entrando nel motore, ne aveva provocato l’arresto. Impossibile sostituire il coperchio del carburatore. Il motorista, allora, senza por tempo di mezzo, aveva messo la mano sul carburatore e, tenendola compressa, aveva impedito l’entrata dell’aria. Si ustionava il palmo della mano, è vero, ma il motore funzionava e l’aereo poteva fare ritorno alla base.

Il mistero della scomparsa della nostra formazione navale fu poi chiarito. Le navi avevano ricevuto l’ordine di dirottare per dirigersi verso altra zona, quando l’apparecchio aveva ormai lasciato la base. Né era possibile, per ovvie ragioni, comunicare per radio al ricognitore la posizione della nostra flotta navale.

Ma qualunque fosse il corso del destino, loro, gli uomini di quell’equipaggio, erano lì, a compiere la loro missione uniti dalla stessa sorte.

GiDiPi, Settembre 2015

 

Appendice sulle plausibili origini del motto
“Una sors coniungit”


   Questo motto così evocativo e perfettamente adeguato al sentire del mondo militare che lo adottò ha radici profonde che risalgono agli albori della nascita della Regia Aeronautica come Forza Armata indipendente. Fu adottato infatti dal Comando Aviazione per la R. Marina Alto Tirreno, costituito a La Spezia il 16 Ottobre 1925.

Le immagini che seguono, pagine delle memorie storiche dei reparti che vengono citati, testimoniano come in data 1° Giugno 1923, pochi mesi dopo la costituzione della Regia Aeronautica, i Comandi dell’Aviazione della Regia Marina confluirono nel Comando Idrovolanti del quale faceva parte il Gruppo Idrovolanti dell’Alto Tirreno. La presenza di un’ancora nello stemma, inusuale se realizzato ex novo in una Forza Armata che era finalmente riuscita a staccarsi dalle altre due, fa ritenere plausibile che quell’emblema, e probabilmente anche il motto che lo accompagna, sia stato ereditato da una delle Squadriglie della R. Marina che ne aveva fatto uso nel corso del primo conflitto mondiale; la mancanza di richiami araldici nei documenti ufficiali risalenti a quel periodo non consente tuttavia di stabilire con certezza la data di realizzazione e la provenienza iniziale dientrambi.



Dopo un passaggio intermedio nel quale il Comando Idrovolanti si trasformò in 25° Stormo ed il Gruppo Idro A. Tirreno diventò Comando Mezzo Stormo Idro A.T. (dal 25° dipendevano anche altri ½ Stormi, del Basso Tirreno, dell’Alto Adriatico e dello Jonio e Basso Adriatico), il Mezzo Stormo A. Tirreno si trasformò il 16 Ottobre 1925 in 26° Stormo Idro e sotto la stessa data si costituì il Comando Aviazione Alto Tirreno, del quale il 26° Stormo era la componente operativa.

Le memorie storiche del Comando Aviazione Alto Tirreno per l’anno 1932 riportano nella loro intestazione lo stemma ed il motto di cui trattiamo, mentre l’artista aviatore Saverio Laredo de Mendoza attraverso la sua raccolta di stemmi delle “Squadriglie Aviatorie Italiane in pace ed in guerra. Motti, divise ed imprese aligere.” dei primi anni ‘30 ci tramanda lo stemma nei colori originali.

Come talvolta accadeva in quegli anni, allo scioglimento delle unità sovra ordinate i loro simboli distintivi erano adottati dalle unità operative dipendenti ed è proprio ciò che avvenne nel caso della 144ª Squadriglia, quando tra il ’34 ed il ’37 i Comandi di Aviazione di settore (Tirreno ed Adriatico) furono sciolti ed i Gruppi e le Squadriglie Idro furono trasformati in Reparti della Ricognizione Marittima. Questo passaggio è tracciabile nei documenti dell’epoca riprodotti in queste pagine, un libro coevo contenente alcuni stemmi dei reparti della RA e le memorie storiche della 144ª Sq. R.M. relative ai primi anni ’40.

 

Purtroppo la 144ª non è sopravvissuta agli eventi conclusivi del secondo conflitto mondiale[8], ma il suo stemma ed il motto sono ancora presenti nel mondo aeronautico odierno:

  • L’ancora alata è parte integrante del distintivo del Soccorso Aereo dell’AM, istituito nel 1946 e dal 1965 incastonato nello stemma del rinato 15° Stormo SAR e quel magnifico motto, una stessa sorte  ci lega, rimane scritto, per sempre indelebile con i valori che accomuna, nelle anime della Gente del  Soccorso;
  • i simboli dell’ala e dell’ancora sono parte dello stemma della Scuola di Aerocooperazione[9], istituita  nel 1951 come riorganizzazione della Scuola di Osservazione Aerea, già operante a Guidonia dal  1948, che a sua volta aveva raccolto l’eredità delle Scuole di Osservazione Aerea di Nettuno  (dell’Esercito Italiano) e di Taranto (della Marina Militare); la Scuola si fregia del motto “Una sors coniungit”, utilizzato anche in lingua italiana come “Una la meta, una la sorte”.

 

NOTE


[1]  Ricordiamo che il 15° Stormo odierno affonda le sue radici sia nel 15° Stormo Bombardamento, nato nel 1931, poi 15° Stormo Assalto nel 1942 e nei reparti idrovolanti della Regia Aeronautica, Gruppi e Squadriglie, operanti come Soccorso e come Ricognizione Marittima.

[2] Ci piace pensare che a questo stemma si ispirarono coloro che crearono quello del Soccorso Aereo, nato nel 1946 dai Reparti Idro sopravvissuti al secondo conflitto mondiale ed arrivato sino ad oggi incastonato nello stemma del 15° Stormo.

[3]  Negli equipaggi della Ricognizione Marittima era sempre compreso un Ufficiale di Marina come osservatore. Su 931 Ufficiali del Corpo di Stato Maggiore (ruolo Normale dell’Accademia Navale) caduti in azioni di guerra, 149 erano osservatori, il 75% dei quali cadde con i velivoli della RM CZ 501 e CZ 506;  delle 99 Medaglie d’Oro al Valor Militare concesse al Corpo, ben 20 furono tributate agli osservatori.

[4]  Concetti come questi, naturali ed inossidabili nel tempo per coloro che hanno la fortuna di condividere il volo con un equipaggio sono altrettanto efficacemente descritti da Antonio “Totò” Toscano nel suo: “La storia siamo noi”. Lì egli ci dice della “colleganza” e la descrive come l’anima che parla la lingua comprensibile dell’amicizia, della fratellanza e del legame che intercorre tra il vecchio ed il nuovo, dal passato remoto al presente, in un solo attimo e da ciò si trae nuova linfa vitale per le sfide della vita; é lo spirito di solidarietà che ci deve sempre legare.

[5]  Ed invero è stato proprio così. Il Cant Z 501 che equipaggiava tutte le Squadriglie RM aveva come denominazione ufficiale “Gabbiano” ed era anche soprannominato dagli equipaggi “Mulo” e “Mammajut” per le sue scarse prestazioni in combattimento, ma tante e tali furono le imprese eroiche ed i sacrifici compiuti con esso che è proprio con l’appellativo “Mammajut” che il CZ 501 ha fissato la sua presenza nelle pagine della storia. Mentre di questi due soprannomi esistono alcune altre testimonianze che ne confermano la diffusione, sull’associazione del soprannome “Pappagallo” al CZ 501, e quindi sulla sua giustificazione,  non si sono trovati sinora altri riferimenti.

[6]  Si noterà che nel racconto non si fanno nomi di persone, di luoghi e di velivoli, è scritto guerra durante quindi nulla poteva essere esposto al nemico “che ascolta”; ma l’apparecchio è un CZ 501, la Squadriglia è la 144ª RM e la base di schieramento è l’idroscalo di Stagnone (Marsala), guardia avanzata della Ricognizione Marittima nel Canale di Sicilia.

[7]  Il motorista del CZ 501 era permanentemente alloggiato all’interno della gondola del motore dalla quale assolveva anche la funzione di mitragliere utilizzando la mitragliatrice Safat 7,7 lì installata. L’accesso alla gondola avveniva attraverso una scaletta posta nell’intelaiatura del castello motore.

[8]  La 144ª ha operato con certezza sino all’8 Settembre 1943, inserita nell’Aviazione (della Regia Aeronautica) per la R.M. del Basso Tirreno, con base sull’idroscalo di Orbetello ed armata sui CZ 501 e CZ 506. Al termine del secondo conflitto mondiale, nel Maggio 1945, la situazione dei reparti Idro della Regia Aeronautica, riuniti nel Raggruppamento Idro era: 82° Gruppo (CZ 506) a Taranto sulle Sq. 139ª e 149ª, 83° Gruppo (CZ 501 e CZ 506) a Brindisi sulle Sq. 141ª e 147ª, 84° Gruppo (CZ 506) a Elmas sulle Sq. 140ª (Elmas) e 288ª (Taranto), 85° Gruppo (CZ 501 ed RS 14) a Taranto sulle Sq. 183ª e 287ª.

[9] La Scuola di Aerocooperazione è l’Istituto militare interforze di formazione specialistica nel campo dell’interpretazione di immagini telerilevate (aeree e satellitari) ed in quello della cooperazione aeroterrestre e aeronavale.

[10] Ricordiamo che il 15° Stormo odierno affonda le sue radici sia nel 15° Stormo Bombardamento, nato nel 1931, poi 15° Stormo Assalto nel 1942 e nei reparti idrovolanti della Regia Aeronautica, Gruppi e Squadriglie, operanti come Soccorso e come Ricognizione Marittima.

[11] Ci piace pensare che a questo stemma si ispirarono coloro che crearono quello del Soccorso Aereo, nato nel 1946 dai Reparti Idro sopravvissuti al secondo conflitto mondiale ed arrivato sino ad oggi incastonato nello stemma del 15° Stormo.

[12] Negli equipaggi della Ricognizione Marittima era sempre compreso un Ufficiale di Marina come osservatore. Su 931 Ufficiali del Corpo di Stato Maggiore (ruolo Normale dell’Accademia Navale) caduti in azioni di guerra, 149 erano osservatori, il 75% dei quali cadde con i velivoli della RM CZ 501 e CZ 506;  delle 99 Medaglie d’Oro al Valor Militare concesse al Corpo, ben 20 furono tributate agli osservatori.

[13]  Concetti come questi, naturali ed inossidabili nel tempo per coloro che hanno la fortuna di condividere il volo con un equipaggio sono altrettanto efficacemente descritti da Antonio “Totò” Toscano nel suo: “La storia siamo noi”. Lì egli ci dice della “colleganza” e la descrive come l’anima che parla la lingua comprensibile dell’amicizia, della fratellanza e del legame che intercorre tra il vecchio ed il nuovo, dal passato remoto al presente, in un solo attimo e da ciò si trae nuova linfa vitale per le sfide della vita; é lo spirito di solidarietà che ci deve sempre legare.