Dal Soccorso Aereo al Combat SAR

 e…….oltre!!

– di Antonio Toscano –

Titolo e sottotitolo (… e … oltre) sono emblematici di un cammino che il 15° Stormo ha intrapreso e che non è sicuramente giunto a destinazione. Anzi diventa più complesso ed arduo, perché da movimento autonomo di base si deve ora collocare in una cornice più ampia e più strutturata. Per cui ci si propone di contribuire ad accendere un dibattito serio e costruttivo sul futuro del 15° Stormo.

Per iniziare, un po’ di storia per rendere un servizio a quanti hanno preso parte alla trasformazione di un Reparto di Volo dell’Aeronautica Militare; una piccola analisi dello storico periodo ristrutturativo del 15° Stormo ed una meta-teoria per “uso interno”.

Negli anni ’80 e ’90, gli uomini del 15° Stormo hanno operato una trasformazione dei concetti d’intervento che erano alla base di quanto già facevano, per poter contribuire ancora più fattivamente al progresso dell’Aeronautica Militare, in quanto Forza Armata impiegata in scenari sempre più complessi.

Il concetto operativo in vigore durante la “guerra fredda” considerava il nostro Stormo come una “organizzazione di supporto”, fortemente radicata sul territorio nazionale, a cui erano delegati compiti “secondari” a favore principalmente di altri soggetti che non la Forza Armata. Ciò faceva nascere il presupposto che nelle operazioni aeree, l’elemento fondante fosse solo quello dei ruoli caccia e bombardieri. E’ stato un presupposto per lo più legato alla storia del dopoguerra, che ha dominato la scena per anni, anche se lo Stormo aveva operato in guerra sotto diversa specialità.

Solo dopo la trasformazione operata, il 15° Stormo è considerato a pieno titolo non solo come Reparto capace di compiere missioni di soccorso in mare/montagna e zone impervie, in qualsiasi condizione meteorologica, di giorno e di notte, per 365 giorni all’anno, ma anche e soprattutto come Reparto di Volo con capacità “Combat” d’importanza strategica al pari di altri  Reparti dell’A.M.

Non era solo il desiderio o la “piccola vendetta privata” come è stata chiamata, questa rincorsa verso il cielo; è invece stata una necessità “ontologica” posta come obiettivo; una situazione posta a morale generale che tutti sentivano e tutti condividevano in positivo; in parte perché gli uomini del 15° non avevano la necessaria autonomia esistenziale degli altri Stormi dell’A.M., in parte perché conseguire obiettivi e traguardi sempre maggiori è l’aspirazione dei migliori.
Insomma non si seguiva un sogno di tipo tardo-adolescenziale, ma un progetto che si sentiva dal profondo del cuore, per non morire, per non essere “di supporto”, per non essere sempre “ospiti”, per non essere secondari ma paritari.
Per autonomia esistenziale s’intende quella migliore decisionalità per se stessi che rende ragione alla vita che si basa sull’autostima; infatti è un concetto che fa parte della sfera della maturità umana in quanto storico progredire.
La conquista delle autonomie è una fase di passaggio dell’evoluzione umana, nel singolo e nei gruppi; molte delle antiche civiltà che sono apparse per poi sparire misteriosamente, non hanno mai raggiunto un grado di soddisfacente autonomia, non diversificando ed incentivando i destini fra loro, ma sono state sepolte da un’acquiescenza verso la propria fine; chi aspettava l’arrivo del Dragone Piumato, chi l’apparizione del Figlio del Sole.

Gli uomini del 15° non hanno mai accettato di sparire, ecco perché si sono tramandati e si tramandano una certa lunga esistenza senza aspettare alcun arrivo; una crescita senza fine, cercando di modificare sia la propria che l’altrui visione, lavorando con serietà, impegno e professionalità.
Negli anni ‘80, cominciarono a chiedere di partecipare a missioni addestrative di Reparti omologhi di Paesi alleati, con lo scopo di apprendere tecniche e strategie d’impiego, sicuri e convinti che il ruolo del solo soccorso potesse essere allargato in maggiori e più impegnative missioni d’impiego in teatri operativi bellici.

Già allora si accarezzava un’idea, sempre allo scopo di conquistare il posto che stava in verità, un poco stretto, per ottimizzare con sempre maggiore spirito professionistico gli uomini ed i mezzi che l’A.M. metteva a disposizione.
C’erano dunque uomini da preparare, macchine su cui apportare le necessarie modifiche, nuovi materiali da sperimentare per saperli usare, ma bisognava lavorare innanzitutto sul cambio di mentalità. Nel 1982 la prima missione a Woodbridge (UK) sede del 21° Squadron statunitense: un team di Piloti ed un Aerosoccorritore del 15° parteciparono in qualità di osservatori a bordo degli elicotteri alleati e fecero la conoscenza con la nuova filosofia e con i Jolly Green USA.

Fu una prima esperienza addestrativa con un’unità che simulava il recupero di personale abbattuto in zona ostile.
La prima evidenza fu la loro “serietà simulativa”, che tradotto significa che ognuno era consapevole che ogni gesto e ogni meccanismo loro assegnato, andava eseguito come se fosse reale.
Reparti che avevano già esperienza in operazioni reali come in Vietnam; avevano mezzi e attrezzature idonee e uomini che seguivano pedissequamente un copione, un ruolo in uno scenario immaginario.
Eseguivano un copione estrapolato da una possibile situazione reale.

Nello stesso anno, un altro equipaggio si recò a Ramstein (GE) dove aveva sede anche il JRCC, per prendere coscienza e rimanere impressionati di un’organizzazione che prendeva maledettamente sul serio la possibilità di essere impiegata, all’indomani, in qualcosa che somigliava a quello che prima aveva simulato.
La differenza era soprattutto nell’approccio filosofico; non si aveva ancora la necessaria mentalità che permetteva di vedersi diversi da come in realtà si era e di come si veniva considerati fino a quel momento.
Insomma mancava tutto, dalle basi ideative ed immaginative, ai mezzi, alla tecnologia, ad un concetto di “Sistema”; l’unica cosa che non mancava era la motivazione, la forza del gruppo e la perseveranza.

Per recuperare degli uomini caduti in territorio ostile, gli alleati facevano affidamento ad un concetto sistemico; il nemico veniva individuato, tenuto a bada e contrastato in maniera efficace con supporto aereo e radar, fino al recupero con elicottero armato fino ai denti, con uomini che si posizionavano in modo da poter vigilare sulla protezione del loro stesso mezzo e favorire il recupero; uomini selezionati, addestrati e fatti crescere in questo brodo di coltura.
Così cominciò il primo seme che prese consistenza con successive esperienze ed esercitazioni nazionali ed internazionali fino all’inizio degli anni ‘90, con un progressivo coinvolgimento del 15° Stormo sempre più massiccio, pur continuando nel frattempo ad operare nel “ruolo tradizionale” del SAR, dove gli uomini si sentivano ineguagliabili ed irraggiungibili da altri reparti omologhi.
Quasi sempre si operava dopo che altri avevano consumato i loro tentativi, specialmente di notte e sempre a buon fine perché nulla era dovuto al caso.
Durante la crisi relativa al sequestro dell’Achille Lauro, ci fu il primo assaggio di cosa poteva essere una operazione reale CSAR, della possibile richiesta che poteva essere formulata e della relativa capacità di risposta, attuale e futuribile.
Così, successivamente al lancio di un missile Scud nei pressi di Pantelleria, ci si rese conto ulteriormente del problema, della preparazione ancora lacunosa, della lentezza che caratterizzava la decisionalità a livello centrale e della scarsezza di mezzi tecnici e logistici a disposizione e soprattutto di una visione sistemica, in modo da poter condurre l’eventuale operazione con un piano ed una strategia d’intervento integrato nelle diverse componenti e finalizzati allo scopo.
Poi di nuovo, fu ventilata la possibilità di schierare lo Stormo nella prima guerra del Golfo.

In sintesi, questa è la materia base, i fatti e la loro meta-analisi, che fecero accelerare la trasformazione dello Stormo da SAR a Combat/SAR.
Non fu solo un’operazione di allungamento pomposo della sigla, fu addestramento incessante e continuativo, presa d’atto, cambio ideativo, acquisizione di nuova tecnologia, conoscenza delle possibilità e dei limiti connessi all’uso di armi di bordo, armamento individuale, addestramenti specifici e mirati, campagna di tiro a fuoco per supporto ravvicinato; tutto codificato da direttive di impiego e di addestramento.

Nel 1993 la Somalia fu la prova d’esame, dove furono eseguite missioni di Soccorso, Medevac e Combat/SAR.

Oggi, dopo la missione in Iraq, dove il 15° è stato presente con una sua forte componente e l’attuale impiego in Afghanistan, non c’è alcuna ragione di dubitare della capacità progettuale, realizzativa ed esecutiva del Reparto, dei suoi uomini e dei suoi mezzi, sia a livello di comando integrato sia a livello di gestione ed impiego particolareggiato di uomini.
La considerazione generale attuale è che gli uomini del 15° sono stati in grado di determinare il loro inserimento con il massimo dei voti, nei quadri operativi dell’A.M., forse cambiando quella storica mentalità che li vedeva solo come un’organizzazione di supporto secondaria.

Si può tranquillamente affermare che guadagnarsi “on live” il rispetto e la considerazione di tutti sia stato l’obiettivo più grande raggiunto.
Ma ora ci si deve porre alcune domande: cosa fare per consolidare e rendere stabile il processo ottenuto? E come procedere per progredire ancora ed essere sempre all’avanguardia, al passo coi tempi, cavalcare le trasformazioni dottrinali in atto e non esserne travolti?

Certamente non ci si può cullare su quanto realizzato, va tenuto in debito conto che il processo è innanzitutto una ricerca; la ricerca di nuovi e più funzionali modi per operare nelle situazioni Combat: nuova filosofia d’impiego, nuovi addestramenti, nuove ipotesi, nuova tecnologia, ecc.
Per contrastare le nuove minacce, soprattutto quelle asimmetriche, servono nuovi ammodernamenti non solo in macchine o equipaggiamenti, ma serve acquisire una nuova capacità di intervento sempre più precisa ed efficace, in termini di organizzazione.

Durante il periodo della missione somala, si è avuto un saggio della capacità della guerriglia che appare al momento opportuno per poi scomparire nel nulla.

Serve dunque un cambio, un salto di qualità; una acquisizione di nuove filosofie d’impiego che non possono essere solo basate su mezzi idonei a muoversi in simili scenari. Bisogna lavorare sugli uomini e sulle potenzialità organizzative; serve un progetto.
A questo punto non è più sufficiente un semplice movimento di base, l’esperienza fin qui maturata va organizzata, strutturata e gestita a livello centrale per consolidare le procedure operative, gli indirizzi addestrativi e l’individuazione di mezzi e materiali. In una parola, serve migliorare ed evolvere continuamente la dottrina operativa del Combat SAR.
Ma anche questo non basta, perché quello che finora è stato fatto in modo anche sistemico ma settoriale, si deve necessariamente inserire in un quadro più ampio, in una cornice interforze, in un futuro interoperabile, multinazionale e interdisciplinare.

Le Forze Armate occidentali (e quindi anche quelle italiane) e l’Alleanza Atlantica si stanno trasformando per gestire i profondi cambiamenti che hanno accompagnato l’ingresso nel nuovo millennio: il passaggio dall’era industriale a quella dell’informazione, la globalizzazione e la fine del confronto bipolare, sostituito da quello asimmetrico e dalla minaccia terroristica. E la trasformazione riguarda soprattutto l’aspetto dottrinale che viene modificato nel suo essere fondamentale. Si tratta di impostare un nuovo concetto d’impiego basato sulle esigenze operative dell’era dell’informazione, che trovano fondamento nella dottrina Network Centric Warfare/Network Enabled Capability (NCW/NEC), il concetto net-centrico, la cui sostanza risiede nell’interconnessione in rete, in termini di binomio uomo-sistema, fra sensori, valutatori, decisori e attuatori. Identifica, in senso lato, una combinazione di elementi dottrinari, procedurali, tecnici, organizzativi e umani che, opportunamente collegati fra loro, interagiscono creando una situazione di decisiva superiorità per la forza che ne dispone. In sostanza, si tratta di ottenere una Information Superiority, una condizione di controllo (prevalenza, superiorità) nel campo dell’informazione tale da consentire la condotta delle operazioni senza che l’avversario sia in grado di esprimere un contrasto efficace.
In questo quadro generale, si deve inserire il 15° Stormo con scelte oculate sulle strategie e tattiche d’impiego, sui mezzi, sull’addestramento e sulla selezione del personale navigante e non, ma fondamentale sarà l’incremento della partecipazione a livello interforze.

Il 15° Stormo dovrà essere pensato come Elemento di Organizzazione d’elite, come faro di riferimento per quelle operazioni speciali e quegli interventi peculiari che servono ora ed ancor più serviranno a garantire una indispensabile Information Superiority in teatri d’operazioni sempre più asimmetrici, dove conterà ancora di più essere sempre almeno un passo avanti alla possibile minaccia e sempre più velocemente.
Lo Stormo deve fare quindi un ulteriore salto di qualità, forse anche con scelte dolorose ma necessarie, in un quadro generale di risorse sempre più scarse. Bisogna restringere il campo d’impiego a quelle operazioni a più alto valore aggiunto per la Difesa: Operazioni Speciali e Combat SAR.

A ben guardare, in ambito interforze il 15° Stormo sembra l’unico Reparto di Volo idoneo ed attrezzato ad implementare tale tipo d’impiego, in termini di tradizione, esperienza pregressa ed organizzazione attuale. In effetti rispetto ad oggi, l’adeguamento delle strategie e delle tattiche d’impiego sarebbe minimale se non in termini di specificità piuttosto che di diversificazione, cioè lo Stormo dovrebbe puntare sempre più ad un impiego specifico, ristretto e ad alto valore aggiunto invece che disperdere risorse in ambiti troppo vasti e diversi, magari con poco ritorno per la Forza Armata. Ciò implica purtroppo una decisione drastica e dolorosa e cioè lasciare a qualcun altro il SAR, impiego sul quale è risorto lo Stormo nel secondo dopoguerra e che per decenni è stato il suo fiore all’occhiello. Ma proprio l’esperienza maturata in questo settore tradizionale ha permesso al 15° di fare il primo passo verso una specializzazione più mirata, adesso sempre questo fiore all’occhiello permetterà di compiere il balzo fondamentale per la vita dello Stormo. E si sa, nella vita quando si intraprende una svolta bisogna sempre sacrificare qualcosa.
Dove invece si dovranno fare passi più consistenti, per consolidare il nuovo tipo d’impiego, sarà nei settori essenziali della selezione del personale e del suo addestramento e nella scelta dei mezzi e delle attrezzature. Ci si dovrà concentrare affinché tali settori vengano potenziati ed orientati a soddisfare le nuove esigenze operative, in modo più specifico e specialistico.
Sicuramente il settore più delicato, importante e di lunga portata è quello delle risorse umane. A cui bisogna dedicare ogni sforzo ed ogni attenzione affinché l’addestramento psico-fisico, la preparazione psico-fisica, l’idoneità psico-fisica, la versatilità psico-fisica, siano oculatamente indirizzati ad un impiego molto selettivo ed impegnativo.
Forse bisognerebbe ripartire da qui, dall’assunto scientifico comprovato, che una persona ed il suo ambiente si influenzano reciprocamente (determinismo reciproco).
Il sistema cognitivo, con l’insieme emozionale e biologico. Lavorare sugli uomini e sull’organizzazione selettiva ed addestrativa può significare pensare al reclutamento su basi differenti; seguito da un addestramento che sappia prendere in considerazione i futuri ruoli e non la “polivalenza” che è una bella parola, ma che però lascia intendere molte cose, non focalizzando l’attenzione sul cosa e sul come: chi lo fa e come lo fa, in quale momento, a quale scopo e con quali obiettivi.

Il personale selezionato per un simile compito, deve possedere un suo iter specifico basato su un addestramento conseguibile dopo attenta valutazione di caratteristiche personali in termini di adeguata specificità individuale e sicura resistenza psico-fisica. Personale preparato in maniera costante, con necessari intervalli di recupero; training addestrativi su basi scientifiche non dispersive, con obiettivi perseguibili, in modo da garantire al sistema uno standard qualitativo elevato. Dovrebbe essere sempre e maggiormente coinvolto nel “focus addestrativo mirato”, in modo da saper simulare operazioni reali, con steps di difficoltà crescenti. In questo modo, con ragionevole tempistica di 7/10 mesi, si garantiscono all’organizzazione due-tre equipaggi pronti e ben oliati in ogni meccanismo, dove l’uso del mezzo aereo giornaliero, favorisce al massimo l’integrazione delle componenti uomo-gruppo-macchina-sistema.
Tutto ciò che è stato appena elencato, può sembrare una teorica visione, ma è forse quello che oggi serve, una nuova teoria che possa essere sperimentata e tradotta in pratica applicazione. La base su cui lavorare c’è ed è già di notevole qualità, perchè farà leva sull’esperienza sotto l’egida di un progetto, di un programma ben coordinato e non dispersivo (considerata la cronica scarsezza di fondi); un programma che preveda la creazione di una speciale unità, con suoi uomini, con suoi mezzi adeguati, con una sua organizzazione gerarchica e soprattutto con obiettivi e scopi chiari e conseguibili.

Avere un progetto, presuppone una fase di “analisi preliminare” che prenda in considerazione molte cose, molti fattori, come la selezione in base alla valutazione dello stato psico-fisico degli interessati, alla loro preparazione di base, alla loro resistenza al carico emotivo, alla loro possibilità di risoluzione in ipotetiche situazioni d’emergenza, ecc.
Solo dopo si può lavorare su ipotesi d’impiego, verificando in apposite sessioni addestrative specifiche, il loro grado di prontezza.
Dopo di che si può stilare un progetto finalizzato alla creazione di questa componente del Sistema Operazioni Speciali/Combat SAR.

Per quanto riguarda i mezzi e le attrezzature, dovrebbero essere valutati su un obiettivo specifico, non in grande quantità, ma pochi e scelti per piccole unità.
Se le scelte sono fatte tenendo d’occhio il solo fattore “industria nazionale”, i tempi di ammodernamento potrebbero essere lunghi, faticosi e anche tortuosi.
La scelta può essere fatta su una scala diversa, su diversi parametri decisionali, tenendo sempre presente che si deve essere efficaci, precisi e sicuri, in modo da garantire il risultato.

Per finalizzare quanto sopra, si potrebbe immaginare un team di studio che sappia lavorare su un progetto; personale con diverse competenze: piloti esperti anche in management; ingegneri esperti in elettronica ed informatica; esperti finanziari; medici con esperienza di medicina d’emergenza e di vita d’equipaggio; tecnici della logistica; ecc.. Tutto coordinato da un capo progetto, con tempi stabiliti di inizio e fine. Serve personale che sappia seguire una base ideativa, progettuale e realizzativa; gente che sappia concepire, illustrare, gestire e portare a termine un progetto; gente che sappia lavorare in team, con aperture nuove e nel contempo con forte senso della realtà; gente con autostima capace di infonderla.

In definitiva, serve un piano, un progetto su cui lavorare per poter conseguire gli obiettivi di riorganizzazione e riammodernamento del 15°Stormo.
Progetto integrato, fase di assessment, fase dell’ipotesi e fase realizzativa e relative scelte strategiche d’impiego; saranno questi i cardini del futuro riadeguamento del 15° Stormo alle Operazioni Speciali ed al Combat/SAR.

Come detto all’inizio, si spera che queste pagine di riflessioni contribuiscano ad accendere un dibattito costruttivo sul tema, magari col contributo di qualcuno più informato in merito agli ultimi orientamenti della Forza Armata sull’argomento.

Mammajut

 

 

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