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Il S.M. Ferruccio Morettin M.A.V.M. pilota di Sparviero
di Giacomo De Ponti


Cerco di raccogliere i ricordi degli uomini che hanno volato con lo Sparviero, delle loro lotte e sacrifici, comincio con un nome che non deve essere dimenticato: quello di Ferruccio Morettin. (1)

“L’apparecchio l’ho pilotato io”

Il mattino del 7 febbraio 1941, proprio mentre i resti della 10ª armata italiana che ripiegavano da Bengasi venivano intercettati e distrutti a Beda Fomm dai reparti corazzati Alleati, gli aviatori che si erano trasferiti sul campo di Misurata assistettero ad una strana scena.

Un trimotore SM 79 proveniente da levante arrivò sul piccolo campo, fece il solito mezzo giro per accertare la direzione del vento, ma poi venne all’atterraggio in maniera così irregolare da far pensare che il pilota fosse ubriaco o ferito: un plané sbilenco, una richiamata alta, alcune strappate di motore e infine una serie di «bum» conclusi da un’imbardata di centottanta gradi e dall’arresto contemporaneo dei tre motori.

Il comandante del campo, irritato e allarmato, spedì subito l’ufficiale di servizio a vedere che cosa diavolo fosse accaduto e quello, raggiunto in auto l’apparecchio, aggredì un pò bruscamene lo specialista che si era affacciato allo sportello della fusoliera. «Che cavolo avete combinato? Chi siete? Da quale campo venite?» «Da nessun campo, signor tenente.» «Come da nessun campo? Non fare lo spiritoso!  Chiamami l’ufficiale.» «Non c’è nessun ufficiale, signor tenente…» «.Va bene, ho capito, chiamami il pilota.» «Signor tenente, non c’è nessun pilota.» L’ufficiale sta per perdere la pazienza, quando nel vano del portello appare un giovanottone biondo, occhi chiari, mento quadrato e barba lunga di qualche giorno. Saluta militarmente e scandisce a voce alta: «Sergente maggiore motorista Ferruccio Morettin; 15° stormo, 47° gruppo, 54ª squadriglia. L’apparecchio l’ho pilotato io».

Ferruccio Morettin era uno dei tanti specialisti, un motorista, che in Africa settentrionale, durante la prima fase della guerra, avevano finito per abituarsi a tutto: a volare di giorno per lavorare di notte o viceversa; a mangiare. pane e sabbia oppure a saltare i pasti; a servirsi di attrezzature di fortuna, a non lavarsi per settimane intere, a inventare i pezzi di ricambio e ad alternare preghiere e imprecazioni con uguale appassionato trasporto.

Talmente abituati a tutto che, quando, il 22 gennaio 1941, il sergente maggiore motorista Morettin si sentì ordinare dal tenente Remorino, un ligure di poche parole che comandava la 54ª squadriglia, di prendere quanto era necessario per andare a rimettere in efficienza un S.79 che, dopo un bombardamento notturno, era stato costretto ad atterrare fuori campo nella zona di El Agheila (Arco dei Fileni), si limitò a chiedere particolari sui danni subiti dall’aereo e sulla sua esatta posizione (2).
Poi prese un autocarro, vi caricò cinque uomini, un motore completo di elica, un martinetto idraulico, qualche fusto di benzina, le cassette degli attrezzi, qualche telo da tenda e un po’ di viveri, e andò a cercare il trimotore che, per fortuna, era atterrato in vicinanza della litoranea.
Nel prendere terra di notte fuori campo aveva riportato qualche danno al carrello e alle strutture inferiori della fusoliera e un motore con la relativa elica erano fuori uso e dovevano essere sostituiti.
Rimetterlo in efficienza non sarebbe stato difficile per una squadra riparazioni adeguatamente attrezzata, che avesse potuto lavorare al riparo delle intemperie e con turni ragionevoli. Ma non era certo facile per quei sei uomini che avevano per attrezzatura principale mani, coraggio e fantasia. Nella migliore delle ipotesi, anche se non fosse arrivato qualche aereo inglese a innaffiarli di piombo, avrebbero dovuto lavorare per due settimane allo scoperto, di giorno e di notte, senza possibilità né di spogliarsi, né di lavarsi, né di mangiare e riposare da cristiani.


1 Episodio tratto da “In cielo ed in terra” di Franco Pagliano, ed. Longanesi

2 Durante le movimentate vicende del gennaio ‘41 , un “79” del XV Stormo, sorpreso da densa foschia mentre rientrava da un’azione notturna e scarrocciato da una forte deriva a Sud Ovest del campo base, fu costretto, dalla sopravvenuta avaria di un motore, ad un atterraggio di fortuna presso la costa, non lontano dall’arco romanico dei Fileni (Arae Philaenorum – arco eretto sulla via Balbia da Mussolini per marcare il confine tra la Cirenaica ad Est e la Tripolitania ad Ovest). Malgrado il terreno pietroso e accidentato, il velivolo rimase indenne e l’equipaggio ritornò al campo

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