di Antonio Berardo
Tante volte, nella mia vita di pilota, la sera andando a letto ho pensato: anche oggi ho portato a casa “lo scheletro“, per usare un termine a me tanto caro perché lo usava spesso il mio maestro di vita, Armando Genovese detto Rico (un giorno vi dirò la ragione di questo soprannome), valoroso pilota dell’ultima guerra. Poche furono le volte in cui il mio “scheletro“ tornò a riposare nel proprio letto per capacità personali. Molte furono, invece, le volte in cui il buon Dio, per i credenti, o la fortuna (fra i soldati si usa un termine più colorito), mi ha permesso di riabbracciare i miei cari.


Questa è una di quelle buone; una delle tante vicende di volo parossistiche, forse inascoltabili, perché ha una prosa che è spesso poca attinente al linguaggio interfonico tra pilota e specialista; ma è ineludibile scriverne la vicenda per i suoi contenuti accidentali.
Ovvero rivisitazione ciclica e periodica dei concetti chiave (come stabilito dall’Accademia della Crusca) “Accà nisciun e fess” – (sottotitolato per i non udenti: Simm e Napule paisà”)
Si era già presentata l’esigenza dei recuperi notturni in mare ed avevo sempre mostrato una qual certa resistenza, perché sempre un convinto fautore che di notte bisogna operare in due.